ERNESTO BOZZANO.
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LETTERATURA D'OLTRETOMBA.
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1947. Bompiani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Daniela Rebagliati e Paolo Alberti per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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PREFAZIONE. di GASTONE DE BONI.
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Ernesto Bozzano nacque a Genova il 9 gennaio 1862. Fin dai suoi primi anni Egli dimostr uno spiccato amore per lo studio, che dalla letteratura si port, con gli anni della maturit intellettuale, verso la filosofia scientifica allora imperante. Fra i filosofi, particolarmente lo Spencer lo aveva attratto per l'universalit della sua mente e della sua opera.
Senonch, nel 1891, ricevette una lettera del psicologo francese prof. Ribot, con la quale gli si annunciava che avrebbe avuta una nuova rivista - Annales des Sciences Psychiques - allora fondata dal prof. Carlo Richet. Il prof. Ribot esortava il Bozzano a leggerne attentamente il contenuto e a manifestargli il suo parere in proposito. Il risultato fu disastroso, perch il Bozzano, imbevuto della filosofia scientifica di allora, trovava "scandaloso" che si parlasse di trasmissione telepatica del pensiero a grandi distanze, e, comunque, di percezione extra sensoriale in genere.
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Ma subito dopo occorse un fatto che lo fece profondamente riflettere: il prof. Rosenbach, di Pietroburgo, scrisse un articolo sulla Revue Philosophique nel quale si scagliava contro l'intrusione di queste nuove esperienze telepatiche entro al sacro recinto della psicologia ufficiale, senonch lo aveva fatto con tale deficienza e povert di argomentazioni, che il Bozzano si disse: "Se queste sono le obbiezioni, allora il quesito posto dalla Ricerca Psichica sussiste in tutta la sua forza. V' dunque un grande problema da risolvere con metodi e dati nuovi: il problema dell'Anima. Dedicher magari la mia vita per andarvi in fondo".
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Cos fu. Dal 1891 in poi, fino alla sua morte, per 53 anni, Egli visse e lavor, chiuso in una stanza ed ospite dei fratelli, esclusivamente in favore della sua scienza prediletta - la Metapsichica - della quale Egli doveva divenire uno dei suoi pi illustri rappresentanti.
Conseguenze di 53 anni ininterrotti e perseveranti di studio furono:
la sua nomina a socio onorario della "Society for Psychical Research", nelle due sezioni inglese ed americana, e dell'"Institut Mtapsychique International", nonch la sua collaborazione a Luce e Ombra, alla Revue Spirite, alla Revue Mtapsychique, a Psychica, a Light, a International Psychic Gazette, a The Two Worlds, ecc.;
la sua fama come massimo erudito vivente circa i fenomeni metapsichici; fama che gli fu concordemente riconosciuta dalle maggiori autorit della metapsichica  come pure da elementi rappresentativi di altre attivit concettuali; una serie di lavori, che partendo dal 1903, vanno fino alla sua morte. Faccio presente che negli anni della guerra ultima, non potendo pi ricevere dall'estero n libri, n riviste, n collaborare con articoli alle riviste stesse, imprese a rifare e ad aggiornare, quadruplicandole di mole, quella meravigliosa serie di monografie che erano state, in un primo tempo, pubblicate su Luce e Ombra o sulle riviste specializzate anglo-franco-americane.
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Io sto ora pubblicando tale serie di monografie nella Collana di Studi Metapsichici da me diretta (Casa Editrice Europa, Verona).
Letteratura d'Oltretomba  appunto una fra le diciassette, che il Bozzano, amico e Maestro, mi consegn nel 1943 con l'incarico d provvedere alla loro pubblicazione dopo la sua morte. Letteratura d'Oltretomba  una di queste magistrali esplorazioni nel campo dei pi straordinari fenomeni della mente.
I lavori del Bozzano non hanno bisogno di particolari commenti: la sua prosa  incisiva, lucida, fluida, sopratutto chiara, inequivocabile, inconfondibile. Anche il lettore mediocremente versato in questi temi, si sente subito trasportato dalla forza del pensiero logico e dalla nitidezza delle idee.
Ho detto che la sua fama fu mondiale: a testimoniarlo sta il fatto che i suoi libri furono tradotti in lingua inglese, francese, tedesca, spagnuola, portoghese, olandese, greca, rumena, serba, e perfino in lingua catalana.
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Fra tutti i suoi lavori Egli pervenne, negli anni della guerra ultima, ad aggiornarne diciassette; ne rimangono tuttavia altri nove, che Egli volle affidati nelle mie mani, insieme con tutta la sua grande biblioteca metapsichica e con tutte le sue carte private affinch io provvedessi alla loro definitiva compilazione.
Credo di non mancare di riverenza verso il Maestro, rendendo noto un piccolo appunto dattiloscritto, che io trovai fra le carte ereditate; appunto che Egli aveva fissato esclusivamente per se stesso. Vi si legge:
"Il prof. Ismael Gomes Braga dice di me: - "Bozzano va al di l della sua epoca; l'ora sua  al lavoro; la gloria verr domani..."" (Revue Spirite, 1934, pag. 311).
"Lasciamo perdere la "gloria" - commenta il Bozzano - alla quale non ho mai aspirato, ma l'osservazione  del Braga mi ha colpito, poich io per il primo ho sempre avuto la persuasione di non lavorare per la mia generazione, bens per i posteri, i quali troveranno nei miei lavori un tesoro inesauribile di fatti, nonch di considerazioni e d'intuizioni indispensabili se si vuole erigere su basi incrollabili il Tempio della nuova "Scienza dell'Anima"".
Non diversamente si era espresso il prof. Charles Richet, quando aveva scritto al Bozzano:
"...Ed ora io voglio parlarvi in guisa del tutto confidenziale.  vero ci che avete supposto. Ci che non hanno potuto ottenere n Myers, n Hodgson, n Hyslop, n Sir Oliver Lodge, l'avete ottenuto proprio voi con le vostre magistrali monografie che leggo sempre con attenzione religiosa. Esse fanno uno strano contrasto con le caliginose teorie che ingombrano la nostra scienza. Credete, vi prego, in tutti i miei sentimenti di simpatia e di riconoscenza",
 lo stesso prof. Richet che ha sottolineata quest'ultima parola.
Ernesto Bozzano  morto a Genova il 24 giugno 1943: un grande spirito ha lasciata la terra; ma la Sua Opera vive e vivr fra noi come uno dei segni pi alti e benefici della mente umana. Il grande consolatore di anime ha fatto ritorno al suo regno.
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GASTONE DE BONI.
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LETTERATURA D'OLTRETOMBA.
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Tra le multiple forme che assumono le manifestazioni medianiche d'ordine intelligente, vi  pur quella della estrinsecazione di opere letterarie, talvolta assai voluminose, dettate psicograficamente da entit s affermanti gli "spiriti dei trapassati".
Non  il caso di osservare che molte di tali produzioni medianiche non resistono alla pi superficiale analisi critica, dimostrandosi palesemente il frutto di una grossolana e pi o meno sconclusionata elaborazione onirico-subcosciente, con personificazioni sonnamboliche concretatesi per suggestione od autosuggestione; personificazioni le quali non possono far di meglio che valersi delle risorse di coltura e d'ingegno inerenti alle personalit coscienti dalle quali derivano, con la conseguenza che le opere letterarie dei presunti spiriti comunicanti si dimostrano ben sovente cos rudimentali da tradire la loro origine, eliminando ogni dubbio in proposito.
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Il che non impedisce che accanto ai pseudo-mediums si rinvengano i mediums genuini, pel tramite dei quali si estrinsecano talvolta opere letterarie di gran merito, le quali inducono seriamente a riflettere, in quanto non possono in modo alcuno attribuirsi a una elaborazione subcosciente della limitatissima coltura generale propria ai mediums che le dettarono. Il che trae logicamente a inferirne che tali produzioni abbiano effettivamente ad attribuirsi ad interventi estrinseci; tanto pi se si considera che alle prove in tal senso ricavabili dalle caratteristiche di forma, di stile, di tecnica individuale del dettato letterario, nonch talora dall'identit calligrafica, si aggiungono altre prove cumulative importanti le quali consistono in ragguagli personali ignorati da tutti i presenti e risultati veridici, o in citazioni altrettanto veridiche e da tutti ignorate riferentisi ad elementi storici, geografici, topografici, linguistici, filologici, d'ordine talora complesso e quasi sempre raro; come pure, in descrizioni minuziose, colorite, vivaci di ambiente e di costumi riguardanti popoli antichissimi; tutte circostanze da non potersi in modo alcuno dilucidare con la comoda ipotesi dell'emergenza subcosciente di cognizioni acquisite dal medium e poi dimenticate (criptomnesia).
Scopo del presente lavoro  di analizzare le principali manifestazioni del genere, tanto pi che odiernamente si ottennero dettati i quali rivestono un alto valore teorico in senso decisamente spiritualista.
In tale ordine di manifestazioni, ben poco si ottenne in passato di teoricamente importante; comunque, non posso esimermi dall'accennarvi sommariamente.
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CASO 1.
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E comincio da un caso di transizione, in cui non si saprebbe a quale soluzione far capo nel giudicare se le modalit con cui si estrinsec una famosa opera letteraria, debbano attribuirsi ad interventi estrinseci, ovvero a uno stato di sovreccitazione psichica abbastanza comune nelle "crisi d'ispirazione" cui soggiacciono mentalit geniali.
In ogni modo, il caso appare interessante ed istruttivo, data la notoriet dell'autrice e l'influenza grande che l'opera letteraria a cui si allude esercit sulle vicende storiche e sociali di una grande nazione. Mi riferisco con ci alla celebre scrittrice Enrichetta Beecher-Stowe, ed al suo famoso romanzo: "La Capanna dello Zio Tom", il quale contribu efficacemente all'abolizione della schiavit negli Stati Uniti.
L'ambiente familiare in cui visse Enrichetta Beecher-Stowe poteva ritenersi sommamente favorevole ad interventi spirituali. Il prof. James Roberton scrivendone sul "Light" (1904, p. 388), osserva:
"Il marito prof. Stowe era un medium veggente. Gli accadeva sovente di scorgere a s intorno fantasmi di defunti, e ci in guisa a tal segno distinta e naturale che gli riusciva talvolta difficile il discernere gli "spiriti incarnati" da quelli disincarnati".
Quanto a Mrs. Beecher-Stowe, era essa pure una grande sensitiva soggetta a frequenti crisi di "depressione nervosa", con fasi di "assenza psichica", ed aveva accolto con entusiasmo il movimento spiritualista iniziatosi in, America da qualche anno.
Per ci che riguarda il suo grande romanzo: "La Capanna dello Zio Tom", tolgo dal "Light" (1898, p. 96) i ragguagli seguenti:
"Mrs. Howard, intima amica di Mrs. Beecher-Stowe, fornisce le seguenti suggestive informazioni intorno alle modalit con cui venne dettato questo famoso romanzo. Le due amiche si trovavano in viaggio, e si fermarono a pernottare ad Hartford, recandosi a casa di Mrs. Perkins, sorella della Stowe. Dormirono entrambe nella medesima camera. Mrs. Howard si era svestita subito, e dal letto stava osservando l'amica che s'indugiava a ravviarsi automaticamente i capelli ricciuti, manifestando nel sembiante uno stato d'intensa concentrazione mentale".
A questo punto la narratrice cos continua:
"Finalmente Enrichetta parve scuotersi, e cos mi parl: "Stamane ricevetti lettere da mio fratello Edoardo, il quale  preoccupato sul conto mio, giacch teme che tutte queste lodi, tutta questa notoriet creatasi intorno al mio nome, non abbia a ridestare in me una vampata di orgoglio, con grave discapito dell'anima mia di cristiana". Cos dicendo, essa depose il pettine, ed esclam con voce appassionata: "Anima bella, quel fratello mio! Ma egli non se ne preoccuperebbe se sapesse che quel libro non l'ho scritto io!" - "Come mai?" - chiesi stupefatta, - "non siete voi che avete scritto "La Capanna dello Zio Tom?" - "No" - essa rispose - "io non feci altro che prendere nota di ci che ho visto". - "Come sarebbe a dire? Voi non avete mai visitati gli Stati del Sud". " vero; ma tutte le scene del mio romanzo, una dopo l'altra, si svolsero dinanzi alla mia visione, ed io non feci che descrivere ci che vedevo". - Chiesi allora: "Per lo meno avrete ordito la trama degli eventi?" - "Niente affatto" - essa rispose; - "vostra figlia Annie mi rimprover per aver fatto morire Evangelina; ma io non ne ho colpa, e non potevo impedirlo. Ne fui straziata pi di qualunque altro; sentivo come se fosse morta la persona pi cara della mia famiglia, e quando avvenne la sua morte, ne rimasi a tal segno accasciata, che non fui pi in grado di riprendere la penna per oltre due settimane". - Allora chiesi: "E lo sapevate che il povero Zio Tom doveva egli pure morire?" - Rispose: "S, questo lo sapevo gi dal principio, ma ignoravo in qual modo doveva morire. Quando pervenni a questo punto della mia storia, non ebbi pi visioni per qualche tempo".
In altro fascicolo della medesima rivista (1918, pag. 315) viene riferito il seguente periodo sul medesimo argomento:
"Una sera, verso il tramonto, Mrs. Beecher-Stowe, passeggiava soletta, come sempre, nel parco. Il capitano X. la vide, le si avvicin, e togliendosi rispettosamente il cappello, cos le parl: "In giovent lessi anch'io, con immensa commozione, "La Capanna dello Zio Tom". Permettetemi ch'io stringa la mano a colei che scrisse il memorabile romanzo". - La settuagenaria autrice gli stese la mano, osservando vivacemente: "Io non l'ho scritto". - "Come! Non l'avete scritto voi?" - chiese sbalordito il capitano - "e allora chi lo scrisse?" - Essa soggiunse: "Dio l'ha scritto, ed  Lui che me l'ha dettato".
Nel primo dei brani citati si osserva una spontanea  emersione dalla subcoscienza della scrittrice di visioni cinematografiche indicanti lo svolgersi dell'azione del romanzo; ci che presenta grandi analogie con le modalit con cui dettarono i loro romanzi altri scrittori di genio, quali il Dickens e il Balzac. Questi ultimi, a loro volta, vedevano sfilare dianzi alla loro visione subbiettiva i personaggi e le scene che avevano immaginato. La differenza tra le loro visioni e quelle della Beecher-Stowe risiederebbe appunto in quest'ultima circostanza di fatto: ch'essi assistevano allo svolgersi di eventi creati e diretti dalla loro immaginazione consapevole, laddove la Beecher-Stowe assisteva passivamente allo svolgersi di eventi che non aveva creato, e i quali ben sovente risultavano in contrasto assoluto con la sua volont, la quale non avrebbe mai fatto morire le due sante creature descritte nel suo romanzo. Tale circostanza di fatto  importante, e tenderebbe a differenziare le visioni subbiettive comuni agli scrittori di genio, da quelle della Beecher-Stowe, cos come le stereotipate, automatiche "obbiettivazioni dei tipi" quali si ottengono per suggestione ipnotica, non presentano nulla di comune con le indipendenti, liberamente agenti personalit medianiche quali si manifestano coi veri mediums.
E la presunzione che non si trattasse di visioni puramente subbiettive acquista maggiore efficacia per effetto del secondo dei brani citati, nel quale la Beecher-Stowe dichiara esplicitamente di avere trascritto il suo romanzo come se le fosse dettato. Il che dimostrerebbe che la celebre scrittrice era una medium scrivente; circostanza che si accorderebbe con l'altra rilevata dai suoi biografi, ch'essa andava soggetta "a fasi di assenza psichica", le quali presumibilmente erano stati di "trance" incipiente.
Da un altro punto di vista, osservo che l'esclamazione della Beecher-Stowe: "Dio l'ha scritto!" sottintende che il dettato medianico si era estrinsecato in forma anonima; vale a dire che l'agente spirituale operante aveva occultato la propria individualit, tenendosi presumibilmente pago di compiere in Terra la missione assunta di contribuire efficacemente, per ausilio di un racconto commovente fino allo strazio, alla grandiosa opera umanitaria della redenzione di una razza oppressa.
Tutto ci mi parve lecito indurre da quanto si venne esponendo; tuttavia non insisto in proposito, dato che le induzioni stesse non risultano sufficienti onde concludere in favore dell'origine estrinseca del romanzo in esame. Nondimeno giova osservare che le basi su cui poggiano le induzioni in favore di una spiegazione puramente subbiettiva degli stati d'animo in cui si trov la scrittrice allorch dettava il suo grande romanzo, appariscono pi deficienti all'analisi di quel che non avvenga per l'interpretazione spiritualista dei medesimi.
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CASO 2.
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Passo a riferire un secondo caso del genere occorso in Italia molti anni or sono; e si tratta di un caso che non pu definirsi pi di transizione come il precedente, e ci sopratutto in quanto in esso non si riscontra l'incertezza teorica derivante dal fatto della personalit comunicante la quale non rivela la propria presenza. In quest'ultimo episodio, invece, le personalit medianiche operanti dichiarano esplicitamente l'esser loro; senonch si riscontra che dal punto di vista probativo, le modalit con cui si estrinsecano i dettati medianici risultano a tal segno manchevoli, da suscitare perplessit di gran lunga maggiori di quanto era occorso, nel caso che precede.
Il professore Francesco Scaramuzza era direttore dell'Accademia di Belle Arti di Parma, nella quale insegnava pittura, arte in cui egli aveva raggiunto una notevole eccellenza. Era nondimeno destituito di cultura letteraria, giacch a quattordici anni aveva cessato di frequentare le scuole, dovendo pensare a guadagnasi la vita. In giovent erasi lungamente interessato alle esperienze di magnetismo animale, che aveva praticato con buon successo. Divenne spiritista in et matura, e a 64 anni si rivel medium scrivente, ma per soli tre anni (1867-1869). Durante tale breve lasso di tempo, egli dett con rapidit vertiginosa una quantit enorme di opere poetiche d'ogni sorta. Tra esse, meritano speciale menzione un voluminoso poema in ottava rima (29 canti, e 3000 ottave), il quale s'intitola: "Il Poema Sacro", e due commedie in versi, il cui autore sarebbe stato lo spirito di Carlo Goldoni; commedie vivaci, brillanti, magistralmente sceneggiate, e che rivelano tutto il sapore dell'arte goldoniana.
Ma non pu affermarsi altrettanto per la paternit del voluminosissimo "Poema Sacro", il quale gli sarebbe stato dettato dal sommo poeta Lodovico Ariosto. Nel poema si trattano eccelsi argomenti, quali la natura di Dio, la genesi dell'Universo, la creazione dei soli e dei mondi, le origini della Vita nei mondi, gli scopi della Vita, e i destini dello spirito individualizzato per effetto del transito nella Vita incarnata. Si rinvengono qua e l delle immagini magnifiche, comprensive, grandiose, ma quasi sempre espresse in lingua povera, e accomodate in versi pedestri e volgari. Le concezioni cosmogoniche che vi si insegnano appariscono razionali ed accettabili; qualche volta assurgono a vera altezza filosofica, come quando si accenna all'immanenza di Dio nell'universo, la quale si rivelerebbe ai mortali sotto forma di "Moto"; e come quando si analizzano il Tempo e lo Spazio, attributi di Dio, perch infiniti qual  Dio; ci che di deduzione in deduzione conduce la personalit medianica comunicante a far capo a una concezione che s'identifica con l'ipotesi dell'"Etere-Dio".
Si prova quasi un senso di dispetto in vedere espressi pensieri filosoficamente sublimi in versi tanto pedestri, e in forma spietatamente volgare. Eppure i versi corrono sempre, e le rime sono quasi sempre spontanee; ci che rivela una indiscussa familiarit con la tecnica del verso nella personalit medianica comunicante. Quest'ultima si lagna sovente col medium il quale riveste le idee che gli trasmette in una forma poetica trasandata; ed essa aggiunge che non pu impedirlo. Deve riconoscersi che in tali affermazioni della personalit comunicante si rinviene un fondo di verit, in quanto esse concordano con le odierne cognizioni acquisite in proposito, sulla base delle esperienze di trasmissione telepatica del pensiero, le quali dimostrarono come il solo pensiero appartenga alla mentalit dell'agente, mentre la forma in cui viene rivestito appartiene all'elaborazione subcosciente del percipiente. Deve pertanto inferirsene che se, come nel caso nostro, il medium  persona priva di coltura letteraria, egli non potr non rendere assai male i concetti trasmessigli telepaticamente dalla personalit medianica comunicante.
Questo  quanto pu invocarsi in favore dell'origine estrinseca di questo "Poema Sacro", il quale se induce a perplessit malgrado le deficienze grandi della forma, ci avviene in ragione della elevatezza filosofica di talune sue parti. Comunque, dal punto di vista dell'identificazione personale del sedicente spirito comunicante, deve riconoscersi che nulla in esso si rinviene che possa indirettamente avvalorare la presunzione che potesse trattarsi effettivamente del poeta Lodovico Ariosto, salvo la bellezza di talune immagini, per quanto esse risultino costantemente sciupate dalla volgarit della forma.
In pari tempo deve altrettanto francamente riconoscersi che se si vuole attribuire il tutto alle facolt di elucubrazione artistica inerenti alla subcoscienza del medium che le dettava, il quesito non manca di apparire abbastanza oscuro e imbarazzante; giacch il medium non era soltanto destituito di coltura letteraria, ma nulla sapeva in fatto di scienza e di filosofia. Di dove dunque scatur l'ispirazione grandiosa di certe parti del suo sistema cosmogonico? N bisogna dimenticare il fatto stupefacente del medium che in soli tre anni, oltre il "Poema Sacro" in 29 canti e 3000 ottave (il che forma un volume di 915 pagine), dett due commedie in versi attribuite a Carlo Goldoni, tredici lunghissime novelle ugualmente in versi; due cantiche in terzine dantesche; un melodramma, una tragedia, cinque canti giocosi firmati dal defunto suo zio che fu poeta giocoso in vita, e infine un grosso volume di liriche.
Produzione poetica enorme, sempre deficiente nella forma, ma frequentemente buona, qualche volta ottima per la sostanza, per le immagini, per la profondit del pensiero filosofico. Comunque, convengo francamente che non  il caso di soffermarci ulteriormente a commentare la produzione medianica dello Scaramuzza, visto che la medesima non presenta dati sufficienti onde ricavarne inferenze pi o meno legittime in favore dell'una o dell'altra delle ipotesi esplicative antagoniste che si contendono il campo in metapsichica. Probabilmente n l'una n l'altra delle ipotesi in discorso potrebbe valere a darne ragione da sola; per cui si sarebbe indotti a concludere che nei casi della natura esposta, le interferenze subcoscienti potrebbero alternarsi in guisa inestricabile con fugaci irruzioni d'ispirazione supernormale, la cui natura non , per ora, definibile.
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CASO 3.
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E qui, avendo trattato di un caso occorso in Italia, accenner a un altro caso recentissimo realizzatosi in un gruppo sperimentatore lombardo, nel quale si manifest un'entit s affermante lo spirito di uno scrittore morto giovanissimo, alcuni anni or sono. Questi era stato in vita un novelliere geniale, con caratteristiche personali di stile, di forma, di fervida immaginativa difficilmente imitabile. Ora avvenne che l'entit in discorso, a titolo di prova d'identificazione personale, prese a dettare parecchie novelle in tutto conformi a quelle scritte in vita. Tali documenti medianici furono pubblicati, e la persona a cui se ne doveva l'iniziativa, aveva inviato il volumetto allo scrivente, il quale era rimasto colpito dalla incontestabile identit di tecnica letteraria e d'immaginazione creativa tra il novelliere vivente e l'entit comunicante; per cui si era proposto di analizzare a fondo il caso importante nella presente monografia. Senonch avvenne che i parenti del defunto scrittore si opposero recisamente alla divulgazione del volumetto; dimodoch l'editore fu obbligato a ritirarlo dalla circolazione, e a me fu inibito di parlarne. Il che  deplorevole, giacch si trattava di documenti medianici dai quali emergevano punti di raffronto insolitamente istruttivi e suggestivi.
Mi conforto pensando che siccome nessuna volont  umana potrebbe impedire al defunto di continuare a manifestarsi dettando produzioni letterarie allo scopo di provare la sua sopravvivenza, cos avverr che si accumuleranno altre prove, e il caso d'identificazione del defunto scrittore diverr pi che mai calzante, in attesa del giorno in cui verr tolto l'ingiustificato "veto", sia per resipiscenza di chi l'ha imposto, sia per altri motivi.
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CASO 4.
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Nulla volendo omettere in questa enumerazione dei casi speciali qui considerati, debbo ancora accennare al notissimo episodio riguardante il romanzo di Carlo Dickens: "Edwin Drood", romanzo rimasto incompiuto alla sua morte, e che lo spirito del romanziere stesso avrebbe condotto a compimento post-mortem, pel tramite del medium T. P. James, giovane operaio meccanico nordamericano, privo di coltura letteraria.
L'episodio si svolse nell'anno 1873, e dal punto di vista probativo, esso appare incontestabilmente genuino. I particolari con cui si estrinsec tale serie di sedute risultano molto interessanti, ma sono anche assai noti - specialmente per opera dell'Aksakof - e non  il caso di ricordarli. L'origine supernormale del dettato medianico venne alternativamente affermata e negata da numerosi commentatori, i quali lo fecero valendosi ugualmente, ed altrettanto efficacemente, dell'analisi comparata tra le due sezioni - autentica e postuma - del romanzo in questione.
I partigiani della soluzione puramente subcosciente dell'enigma, si adoperano sopratutto a rilevare e commentare le deficienze e le incoerenze d'ordine generale. Cos, ad esempio, Mad. Fairbanks fa rilevare che nelle carte postume di Carlo Dickens fu rinvenuta una scena anticipatamente scritta per la seconda parte del romanzo, scena che non venne riprodotta nella dettatura medianica. - Mrs. Vesel osserva a sua volta che leggendo questa seconda sezione postuma del romanzo in esame, trov per la prima volta il Dickens monotono e pesante.
Per converso, gli assertori dell'origine genuinamente spiritica del dettato medianico, hanno molto da rilevare di analiticamente suggestivo, a cominciare dal fatto che il "racconto riprende al punto preciso in cui l'aveva interrotto il Dickens, e ci con tale naturalezza che il critico pi esercitato non sarebbe in grado di segnalare quel punto". - Rilevano inoltre numerosi particolari di stile, di forma, di costruzione, di ortografia realmente eloquenti in senso affermativo. Cos, ad esempio la parola "traveller" (viaggiatore) risulta costantemente scritta con doppia "l", com' l'uso in Inghilterra, laddove agli Stati Uniti si scrive con una "l" sola; e la parola "coal" (carbone) risulta costantemente scritta con una "s" finale, come usano gli inglesi, e come non usano gli americani. Si nota inoltre nell'autore una familiarit topografica minuziosa della citt di Londra, dove il medium non era mai stato. Cos pure, abbondano nel dettato i "modi di dire" familiari agli inglesi, e non adoperati dagli americani. Infine, si passa in esso bruscamente dal tempo passato al tempo presente, sopratutto nelle scene movimentate, consuetudine caratteristica del Dickens, ma che non si rileva in altri romanzieri.
Sir Arthur Conan Doyle, analizzando a sua volta il caso in un articolo pubblicato sulla "Fortnightly Review" (December, 1927), fa rilevare altre analogie, a cominciare dai titoli dei capitoli, i quali nel dettato medianico conservano inalterata l'impronta originale specialissima dei titoli cari al Dickens. Egli inoltre, cita due brani descrittivi tratti dal dettato medianico, insieme ad altri due brani del medesimo genere ricavati dalla parte autentica del romanzo, senza indicare a quale dei due testi appartengano i singoli brani, e invitando i critici a sceverare gli autentici dai medianici; cmpito ch'egli dichiara assai arduo, data l'identit perfetta dello stile e della forma, nonch della loro bellezza letteraria improntata a un identico temperamento artistico.
Con tutto ci anche Sir Arthur Conan Doyle riconosce che il vero Dickens avrebbe forse fatto agire diversamente taluni personaggi del romanzo, ma osserva giustamente: "Mi sembra, per, che il voler troppo insistere su tal punto, equivarrebbe a pretendere che un Dickens appesantito dal suo connubio col cervello del medium James, debba mantenersi mentalmente agile come un Dickens che adopera il cervello proprio. Bisogna razionalmente concedere qualche cosa in proposito". Osservo che quest'ultima considerazione si conforma a quanto feci osservare in precedenza a proposito dei dettati medianici di Francesco Scaramuzza. Comunque, anche Sir Arthur Conan Doyle conclude osservando che nel romanzo postumo in questione "siamo ancora lungi dall'essere autorizzati ad affermare l'esistenza di una reale ispirazione da parte del grande romanziere".
Ed  in tal senso che concluderemo anche noi; vale a dire che se i processi dell'analisi comparata, anche questa volta appariscono cumulativamente pi suggestivi in senso affermativo che in senso negativo, tuttavia una siffatta circostanza non autorizza ancora a formulare giudizi precisi al riguardo; per cui dovr riconoscersi che neanche il caso Dickens pu annoverarsi tra quelli che valgono a far propendere decisivamente la bilancia delle probabilit in favore dell'interpretazione spiritica dei fatti.
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CASO 5.
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Nella narrazione che mi accingo a riferire viene segnato il primo passo decisivo nel dominio del supernormale, per quanto si rimanga ancora abbastanza perplessi quando si voglia definire la vera natura della manifestazione supernormale implicata. Alludo con ci al notissimo caso "William Sharp-Fiona Macleod", in cui e questione del misterioso connubio di due disparatissimi scrittori in una sola persona.
Il critico letterario F. E. Leaning, il quale fece uno studio accurato del caso in esame, cos comincia un suo articolo pubblicato nel "Light" (1926,.P. 218):
"Nei primi mesi dell'anno 1890, il mondo letterario inglese fu sorpreso e dilettato dalla pubblicazione di un romanzo e di una raccolta di poesie che portavano il nome di Fiona Macleod. Per quanto quel nome fosse a tutti sconosciuto, emergeva palese che si trattava di una nuova stella di prima grandezza che sorgeva sull'orizzonte letterario; e infatti cos fu, e per dieci anni essa brill di splendore incomparabile, formando la delizia estatica degli amatori di una letteratura ispirata alle origini celtiche, e interessando e commovendo i lettori di romanzi.
Non era da meravigliarsi per tale subitaneo e incontrastato successo di quella serie di opere letterarie saturate di uno strano potere fascinatore che avvinghiava ed entusiasmava, vitalizzate con "celtico sale" sparso a piene mani; nella prosa delle quali si conteneva maggior copia di poesia di quanto avrebbe potuto concepire una folla di poeti. Questi i motivi per cui le opere di Fiona Macleod avvinsero i cuori di un'intera generazione. Il grande Meredith aveva salutato la nuova scrittrice come una donna di genio; scrittori di prim'ordine, come Yeats e Giorgio Russel l'accolsero quale una "pari". Ma Fiona Macleod si comportava da Sfinge; nessuno la conosceva personalmente; essa eludeva la curiosit di tutti, voleva, mantenere il segreto intorno a s. Quando le si fecero insistenti premure affinch riferisse qualche ragguaglio intorno alla sua persona, essa inform di essere nata mille anni or sono, da un padre denominato"Sogno", da una madre che si chiamava "Romanza", in una residenza situata col dove prende forma l'arcobaleno.
Naturalmente il mistero in cui si avvolgeva la geniale scrittrice, spinse molti a lavorare di fantasia, e vi furono taluni che pervennero a colpire nel segno; ma costoro furono subito neutralizzati con la pi solenne delle smentite, ovvero tacitati col metterli a parte del mistero, previo impegno giurato di mantenere il segreto. Il quale fu, mantenuto fino alla morte dell'autore, avvenuta nell'anno 1905.
E allora il mondo letterario inglese fu colto da sbalordimento, e da tutte le riviste si lev un brusio di api sciamate, poich si apprese che la misteriosa scrittrice, piena di grazie e di fantasia femminile, alla quale tanti scrittori avevano fatta la corte da lontano, era una persona sola col pubblicista e romanziere William Sharp".
Questa la descrizione efficace con cui F. T. Leaning rende conto del trionfale successo letterario della misteriosa Fiona Macleod, successo terminato con l'inatteso "colpo di scena" esposto.
La vedova di William Sharp pubblic un volume di memorie biografiche sul marito, esponendo i fatti nella loro cronistoria verace e particolareggiata, con l'intento di agevolare il compito dei psicologi i quali si fossero proposti di analizzare il caso.
Si apprende da tale volume che William Sharp era un "sensitivo" e un "veggente" dalla prima infanzia. Egli scorgeva a s intorno compagni di giuoco inesistenti, scorgeva gli "spiriti degli alberi", gli "spiriti della natura", i quali gli apparivano in forme gigantesche o nane, e un giorno gli apparve la "fata dei boschi" sotto le spoglie di una bellissima signora, ch'egli denomin "Occhi di stella". Aveva sette anni quando la vide per la prima volta, in una calda giornata estiva, eretta e meravigliosa nel mezzo a una festa di fiori campestri dalle campanule azzurre, e dagli occhi di lei si sprigionava tanto fascino e tanto amore che il bimbetto si gitt nelle sue braccia. Lo rinvennero in quel punto, piangente e desolato, chiedendo appassionatamente di, rivedere la bella signora "dai capelli d'oro luminosi". Gli dissero ch'egli era stato abbacinato dal sole, che aveva fatto un bel sogno. Lo Sharp aggiunge: "Io non dissi nulla. Mi acquietai, ma non dimenticai". E quando il bimbetto fu cresciuto negli anni, quando divenne pubblicista e romanziere, facendosi notare per la maschia vigoria del proprio temperamento di scrittore, la "fata dei boschi", sotto il nome di "Fiona Macleod" intervenne a dettargli per "ispirazione" romanzi e poesie saturati di grazia femminile, di fantasie di sogno, di reminiscenze celtiche di mille anni or sono. Questa, almeno, la convinzione profonda di William Sharp; per quanto gli capitassero momenti di perplessit derivati dalla circostanza che andava soggetto ad emergenze altamente suggestive di ricordi personali di un'altra esistenza vissuta sotto spoglie femminili; ci che lo portava a identificare in qualche modo se stesso con Fiona Macleod.
A pagina 301 delle memorie in esame, la vedova rende conto in questi termini delle differenze radicali esistenti tra il modo di comporre del marito quando personificava Fiona Macleod, e quando scriveva per conto proprio:
"Durante gli anni in cui Fiona Macleod svilupp tanto rapidamente s stessa, il suo coadiutore sentiva la necessit di sostenere, fin dove era possibile, anche la riputazione che si era acquistata come William Sharp, ed anzi era ansioso di non lasciarla decadere. Ma eravi una radicale differenza tra le modalit di produzione dei due generi letterari. Gli scritti di Fiona Macleod erano conseguenza di un impulso interiore irresistibile: egli scriveva perch era obbligato ad esprimere ci che prorompeva non cercato dall'animo suo: non importa se ci gli apportava piacere o dolore. Quanto allo scrittore William Sharp, egli produceva con modalit diametralmente opposte a quelle della propria personalit gemella: scriveva perch aveva determinato di farlo, e limava diligentemente la forma. Scriveva perch le necessit della vita glielo imponevano...".
Risulta pertanto provato che William Sharp dett per impulso estraneo alla propria volont gli scritti di Fiona Macleod; per cui dovrebbe inferirsene che egli fosse un "medium" ad ispirazione; ci che del resto si desume in modo certo da numerosi passi delle memorie pubblicate dalla vedova. Cos, ad esempio, a pagina 424, essa scrive: "Io mi trovai sovente al suo fianco quando cadeva in "trance", e allora tutto l'ambiente pulsava; ogni cosa entrava in vibrazione intensa. Deploro di non aver preso nota immediata di siffatte esperienze, le quali erano frequenti, e costituivano una caratteristica della nostra vita intima".
E William Sharp, scrivendo alla propria moglie, in data 20 Febbraio 1896, cos si esprime:
"Vi  qualche cosa di strano  di elettrizzante nel fatto di avere la consapevolezza che in me si dnno convegno due persone. Quanto intime! Eppure quanto tra di loro diverse! Sento talvolta come se Fiona si trovasse addormentata nella camera attigua, e sorprendo me stesso in attitudine di ascolto, quasi a spiarne i passi, ovvero nell'attesa di vedere spalancarsi la porta e comparirmi Fiona. Essa, per, quando mi si comunica, lo fa bisbigliandomi interiormente. Ora attendo con ansia di sapere come svolger la trama del nuovo romanzo "The Mountain Lovers": Quanto  strana questa impressione di sentirmi qui solo con lei!" (p. 244).
E la certezza in lui di avere un'invisibile compagna della vita, era cos radicata, che lo spingeva ad abitudini curiose. Cos nel suo giorno natalizio egli scriveva a se stesso una lettera augurale proveniente da Fiona; quindi dettava un'altra lettera di ringraziamento da lui medesimo indirizzata a Fiona, e poi le metteva entrambe alla posta. Nella sua libreria si rinvennero numerosi volumi i quali portavano la dedica: "A William Sharp la sua collaboratrice ed amica Fiona Macleod". A quanto sembra, queste ultime dediche erano in certo modo autentiche, in quanto provenivano dalla personalit medianica che si firmava, ed erano trascritte automaticamente dal medium.
Un amico di giovent dello Sharp, riferisce nel "Light" (1910, p. 598). un episodio che conferma ulteriormente la di lui medianit. Egli scrive:
"Molti anni or sono (intorno al 1878) io feci la conoscenza e divenni amico di William Sharp. Egli era ancora celibe, e viveva in un piccolo appartamento prossimo al nostro. Un giorno introdussi il tema del moderno Spiritualismo, ed egli osserv che non aveva mai assistito ad esperienze del genere, e che vi sarebbe intervenuto volentieri. Allora lo invitai nel nostro circolo familiare. Qualcuno domand: "Quali sono le "guide" spirituali del signor Sharp?". Il tavolino compit lentamente un cognome scozzese: Macleod (non ricordo pi il nome di battesimo). Ci mi spinse a chiedergli: "Allora i vostri antenati erano scozzesi?"...
Alcuni i anni dopo lo invitai a casa mia, avendo bisogno del suo consiglio intorno a un volume di versi che mi accingevo a pubblicare, e gli confidai che parecchie poesie del volume erano state da me dettate per "ispirazione". Egli, allora, mi esort calorosamente a tenere ben nascosto il fatto, se non volevo compromettere me stesso di fronte ai critici... In altra occasione, e a proposito delle poesie di Fiona, aveva espresso la medesima preoccupazione: "Fiona muore se il segreto dell'esser suo viene scoperto". Tutto questo mi pare che basti a spiegare il mistero. Egli era medium ad "ispirazione", ma temeva di lasciar trapelare la cosa. Le mirabili raccolte poetiche da lui pubblicate erano le impressioni di un'intelligenza spirituale, la quale presumibilmente era il suo "spirito-guida"; e il nome di lei doveva essere proprio, quello trasmesso per la prima volta nel nostro circolo familiare: Macleod; il che, si noti bene, era occorso molti anni prima che Fiona Macleod si manifestasse allo Sharp".
E qui, volendo esaminare i fatti da un punto di vista strettamente psicologico, si potrebbe pensare a un caso di "personalit alternanti"; senonch troppe sono le differenze che si riscontrano tra i casi patologici delle "personalit multiple", consecutive a un fenomeno di "disgregazione psichica", e il caso qui considerato. Nel "Journal of the S.P.R. " (vol. XV, pag. 57), si fanno rilevare talune di tali radicali differenze. Il critico osserva:
"Le due personalit di William Sharp erano in un senso coordinate: tra esse non si rilevava nessuna decisa o precisa superiorit dell'una sull'altra, sia moralmente che intellettualmente; n le alternative con cui si manifestavano parevano associate con elementi patologici. Entrambe dimostravano un temperamento molto sensitivo e ad alta tensione, ma n l'una n l'altra diedero mai segno di deficienze nell'equilibrio mentale o nel controllo di s. Entrambe produssero opere letterarie di speciale bellezza; sebbene Fiona di gran lunga superasse l'altra in originalit, potere descrittivo e immaginazione.
Inoltre, la caratteristica. delle "personalit alternanti": quella delle notevoli variazioni di umore tra le medesime, variazioni che determinano mutamenti pi o meno grandi di carattere, e conducono a una reale alternativa di personalit,  dagli psicologi ritenuta dipendente dal fatto dell'esservi o non esservi lacune mnemoniche tra i diversi strati mentali. Ora, non esistevano lacune mnemoniche tra Williarn Sharp e Fiona Macleod, e la conclusione che dovesse trattarsi di due personalit diverse pare debba imperniarsi sulla precisa e incrollabile impressione in tal senso delle personalit medesime, impressione che apparentemente non escludeva l'altra, di esservi tra di loro una misteriosa unit sottostante alla diversit".
Come si fece osservare in precedenza, quest'ultima impressione dello Sharp, sull'esistenza di un'unit sottostante alla diversit tra la personalit di Fiona e la propria, traeva origine da speciali reminiscenze che talora invadevano il campo della di lui conoscenza normale; reminiscenze in cui gli pareva di avere vissuto un'altra vita sotto spoglie femminee.
Al qual proposito dichiaro sinceramente che tali sorta d'impressioni provate da William Sharp non si prestano punto a rischiarare il mistero: tutt'altro. Infatti, se l'ipotesi psicologica delle "personalit alternanti" appare facilmente eliminabile in quanto risulta in aperto contrasto col complesso dei fatti, le altre due ipotesi che si  tenuti a prendere in considerazione a parit di diritti (e ci in quanto le impressioni provate dai protagonisti sono quelle che contano per l'indagine delle cause), non sembrano facilmente conciliabili tra di loro. Solo se si fosse trattato di un'entit spirituale la quale avesse trasmesso telepaticamente le proprie concezioni letterarie al medium, potrebbe dilucidarsi con grande facilit il caso in esame; laddove, invece, l'ipotesi reincarnazionista contribuisce notevolmente ad ottenebrarlo, visto che in tali contingenze dovrebbe ammettersi che una frazione della personalit integrale del medium, frazione rappresentante una delle sue proprie individuazioni incarnate esista in tempi remoti, abbia potuto emergere e manifestarsi alla propria individuazione presentemente incarnata nelle condizioni d'intellettualit che la distinsero. Non  chi non vegga come tale presupposto apparisca molto fantastico, letteralmente gratuito, e teoricamente inconcepibile.
Stando le cose in questi termini, la soluzione migliore del mistero sarebbe il tornare e il fermarsi all'ipotesi di una "Fiona Macleod spirito-guida di William Sharp"; nel qual caso apparirebbe legittimo e razionale il risolvere il quesito delle reminiscenze osservando che le impressioni del medium, il quale si sentiva talora invaso da sentimenti femminei, con reminiscenze di un'altra esistenza trascorsa sotto spoglie muliebri, dovrebbero attribuirsi alla circostanza del realizzarsi di fugaci interferenze tra la coscienza normale del medium e la memoria personale dello "spirito-guida" che in quel momento ne controllava l'organo cerebrale, o ne influenzava telepaticamente il pensiero. Noto che nelle esperienze di "psicometria" si riscontra sovente la circostanza dei sensitivi i quali sottostanno all'impressione di essersi immedesimati nella personalit di colui - vivente o defunto - col quale sono entrati in rapporto; e ci fino al punto dal risentire nel proprio sensorio le idiosincrasie del di lui temperamento, con risveglio di reminiscenze sulle di lui modalit di esistenza, e sulle impressioni di ambiente in cui visse, cos come se si fossero temporaneamente trasfusi in lui e confusi con lui, pur conservando la coscienza di s. Nella mia monografia sugli " Enigmi della Psicometria " ho citato esempi in cui tale immedesimazione del sensitivo nelle vicende dell'esistenza altrui, si realizza financo nella circostanza della messa in rapporto con animali.
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CASO 6.
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Passando ad esporre il caso riguardante il celebre poeta e drammaturgo inglese Oscar Wilde, ricordo che alcuni anni or sono, avendo io dedicato un lungo studio all'analisi delle mirabili prove d'identificazione personale fornite da tale entit comunicante pel tramite della medium Esther Dowden ("Revue Spirite", Mars-Avril, 1926), io terminavo osservando come nel caso in discorso venissero fornite tutte le prove cumulative che si era ragionevolmente in diritto di esigere in tali contingenze; a cominciare dalla trasmissione di numerosi incidenti personali ignorati da tutti i presenti e risultati veridici, per passare alla prova memorabile dell'identit calligrafica proseguita impeccabilmente per centinaia e centinaia di pagine (il che  ben diverso dalla riproduzione di una semplice firma); indi all'altra prova, pi importante ancora dell'identit dello stile, o meglio, dei due stili che caratterizzavano la personalit letteraria del defunto; e infine, a quella pi di ogni altra conclusiva, dell'emergenza dietro allo stile, della di lui personalit intellettuale e morale, in ogni sua sfumatura del carattere; personalit complessa, originale e inimitabile. Dopo di che aggiungevo:
"Osservo, infine, che alle prove fornite, Oscar Wilde promise recentemente di aggiungerne un'altra: quella di dettare una commedia postuma per ausilio della sua  medium".
Ed egli mantenne parola. Tale commedia fu dettata alla medium subito dopo la pubblicazione del suo libro "Psychic Messages from Oscar Wilde". Mrs. Esther Dowden (Travers-Smith) fornisce in proposito i seguenti ragguagli:
"Non sono mai stata ammiratrice delle opere di Oscar Wilde, n la sua personalit ebbe mai attrattive per me. Ritengo pertanto razionale il concluderne che la mia mano ha dettato ragguagli e scritti i quali non provenivano da me. Oscar Wilde aveva fiorito in un tempo che non fu il mio, e dalle sue opere emana un'atmosfera letteraria ben diversa dall'odierna. Io non posso tornare indietro com'egli fa, al periodo del 1880; egli non pu emanciparsi dai gusti letterari e dai costumi dei suoi tempi, che io invece non ricordo affatto. Ora  in tale sua condizione mentale che consiste la caratteristica pi spiccata di ogni suo messaggio medianico, nonch della sua commedia. Allorch me la dettava, egli chiese che lo informassi intorno ai gusti letterari ed ai costumi dei nostri tempi, ma sebbene io gli spiegassi quali radicali cambiamenti si fossero realizzati in proposito, egli non ne tenne conto, e non pervenne ad emanciparsi dall'ambiente in cui visse.
Personalmente, io ritengo che la prova pi convincente che immaginar si possa in favore della sopravvivenza, sia quella che riguarda la personalit intellettuale e morale dei defunti comunicanti. I ragguagli forniti sulla loro esistenza terrena, specialmente se ignorati da tutti i presenti, sono importanti e convincenti, ma essi risultano quasi sempre suscettibili di essere spiegati con l'ipotesi delle reminiscenze latenti nelle subcoscienze dei presenti (criptomnesia). Non intendo con questo di menomare in nulla l'importanza di siffatti ragguagli, i quali rimangono la base sulla quale poggiano le indagini sperimentali intorno al quesito della sopravvivenza, e senza di essi non potrebbe considerarsi provata l'identificazione di un defunto. Nondimeno ogni qual volta i ragguagli del genere rimangono le sole prove di cui disponiamo, noi non possiamo ritenerci autorizzati ad affermare che la personalit del defunto comunicante fosse realmente presente, o che lo spirito sopravviva alla morte del corpo.  la mentalit del defunto che fa d'uopo rintracciare nelle manifestazioni medianiche;  la personalit intellettuale e morale di lui, con tutte le sfumature del suo temperamento, del fraseggiare che gli era caratteristico, che si  tenuti a indagare sperimentalmente se si vuole  pervenire a dissipare ogni dubbiezza circa il problema dell'oltretomba. Io ritengo che nel campo delle ricerche psichiche non siasi ancora debitamente valutata tutta l'importanza risolutiva che riveste la personalit psichica del comunicante come fattore essenziale nelle prove d'identificazione spiritica.
Allorch i messaggi di Oscar Wilde si succedevano giornalmente, io gli chiesi se non avrebbe potuto dettarmi qualche lavoro letterario, a titolo di prova ulteriore della sua presenza. Cos chiedendo, io non pensavo affatto a una produzione teatrale, e avevo in mente i suoi "Saggi letterari", in cui, secondo me, si contiene quanto di meglio ha prodotto il suo ingegno. Fu lo stesso Oscar Wilde a dichiararmi che avrebbe scritto una commedia, asserendo che si sentiva di poterlo fare. Io, invece, rimanevo piuttosto scettica al riguardo, e ci per la considerazione che nella medianit ad estrinsecazione psicografica, riescono bene soltanto le sedute brevi; dimodoch io consideravo impossibile il suo progetto di dettarmi un'intera commedia.
E i primi tentativi parevano giustificare il mio scetticismo: Oscar Wilde si dimostrava un comunicante indeciso, difficile, autoritario, e qualche volta di pessimo umore. Nelle prime cinque o sei sedute, egli discusse con me intorno alle condizioni medianiche; m'inform che aveva gi concepito l'intreccio di un'intera commedia, ch'io non dovevo preoccuparmi di nulla, ch'egli si sentiva in grado di disporre le scene, di scegliere i nomi dei propri caratteri e di sviluppare questi ultimi, utilizzando in piena efficienza la tecnica del dramma. Io gli feci osservare che le antiche modalit tradizionali sui palcoscenici, erano gradatamente mutate ai d nostri; che, per esempio, i "soliloqui" erano stati aboliti. A tutte le mie osservazioni egli rispondeva a un modo solo, e cio ricordandomi che io non ero una scrittrice drammatica, e che avendo egli gi creato nella sua mente tutto l'intreccio del dramma, non poteva pi distaccarsene...
E infatti, gi dall'inizio, emergeva palese che Oscar Wilde aveva organizzato nella mente tutto l'intreccio del suo dramma, per quanto non pervenisse a svilupparne il dialogo com'egli avrebbe desiderato. Riconosco sinceramente che la colpa era tutta mia, in quanto in quel periodo ero sopraffatta da lavori urgenti che assorbivano la mia attivit.
Nel Giugno-Luglio 1923, venne compiuta in abbozzo la prima dettatura dell'intero dramma, la quale per fu in seguito ripudiata dall'autore. Con ci non intendo dire ch'egli ne abbia rifatto la sceneggiatura: questa rimase qual'era, ma i caratteri dei personaggi furono invece notevolmente rimodellati.
Dall'Agosto in poi, mi fu possibile dedicare regolarmente tre o quattro sedute alla settimana ad Oscar Wilde; il che, di regola, avveniva dalle ore 11 alla una pomeridiana.
Il sistema di lavoro adottato dal comunicante consisteva in un continuo ritorno all'indietro. Quando egli aveva dettato un atto della sua commedia, la mia coadiutrice - Miss Cummins - doveva rileggerlo ad alta voce, ed Oscar Wilde la interrompeva ad ogni momento, suggerendo correzioni che risultavano costantemente un miglioramento notevole su quanto era stato dettato in precedenza. La sua diligenza e incontentabilit erano straordinarie, ed eccedevano di gran lunga le corrispondenti mie qualit di lavoro. Rifaceva, limava, intarsiava un periodo con tale paziente meticolosit da ingenerare in me un senso opprimente di monotonia, che si trasformava in sonnolenza, rendendomi penoso il proseguire.
Essendomi proposta di non rileggere mai quanto veniva dettato, e ci onde evitare che la mia mentalit subcosciente potesse influire sul dettato in corso, io ritenevo che non vi fosse intreccio coerente in quella commedia, e mi sarei scoraggiata se non vi fosse stata Miss Cummins ad assicurarmi ogni tanto che l'intreccio si andava sviluppando in guisa coerente e interessante.
Tale lavoro drammatico venne dall'autore intitolato: "Una Commedia straordinaria". Qualora venisse rappresentata, non so se i "capocomici" consentiranno a mantenere il titolo; ma se vorranno modificarlo, sono ben sicura che Oscar Wilde avr molto a ridire in proposito.
Egli spieg che con la sua commedia aveva inteso dimostrare la continuit inalterata dell'esistenza umana -   negli scopi e nelle aspirazioni -, tanto prima che dopo la crisi della morte, e che perci l'ultimo atto si sarebbe svolto nel mondo spirituale. Quando egli espresse tale suo proposito, io tornai a scoraggiarmi, ben sapendo che nulla pu esservi di pi arduo in letteratura che il volere interpolare scene dell'Al di l in una commedia. Quando si vuole introdurvi tale elemento, si va incontro inevitabilmente a un insuccesso. Queste le mie preoccupazioni quando Oscar Wilde partecip che l'ultimo atto della sua commedia doveva svolgersi nelle Sfere spirituali...
A lavoro finito, io lessi il dramma a un'amica la quale possiede una pratica grande del palcoscenico. Quando giunsi a met del secondo atto, essa m'interruppe osservando: "Tutto questo  siffattamente mondano, che l'autore non potr mai varcare il ponte che separa il visibile dall'invisibile.  un compito impossibile". Ma quando pervenni alla fine, essa proruppe in esclamazioni di sorpresa e di ammirazione per la genialit con cui l'autore aveva saputo sormontare ogni ostacolo. Nessuna soluzione di continuit nell'intreccio del dramma, sebbene i primi due atti risultino di un genere leggero, affine alla commedia del medesimo autore: "L'importanza di essere serii".
Il dramma termina con una nota consolante. L'amore come noi lo conosciamo, pu essere o non essere l'amore quale si estrinseca nell'Al di l. Nelle Sfere spirituali l'amore-passione ha cessato di esistere, e l'amore si estrinseca nella ricerca dell'"anima gemella", la quale risulti il complemento di noi stessi. Completare se stessi: questa l'aspirazione suprema di ogni spirito; e quando la mta  raggiunta, agli spiriti coniugati si rivela chiaro e radioso il cammino ascensionale che percorreranno uniti". (Light, 1925, n. 524).
Questa la descrizione interessante ed istruttiva fornita da Mrs. Esther Dowden intorno alle modalit con cui le venne dettata la commedia di Oscar Wilde. A complemento della descrizione stessa, riferisco ancora un paragrafo tolto da un articolo che il direttore del "Light" - Mr. David Gow - dedic al memorabile evento. Egli osserva:
"Incidentalmente, noto che io ebbi personalmente ad assistere alla dettatura medianica del dramma di Oscar Wilde, durante la quale, il defunto autore tenne la medium e la sua segretaria occupate per settimane di seguito, correggendo, rifacendo, limando, e impartendo una tale molteplicit di disposizioni e d'incombenze, da rendere gravosa l'esistenza ad entrambe le sue dipendenti. Ogni cosa si svolse come se un invisibile, ma realissimo autore si fosse messo febbrilmente al lavoro, dimostrando alternatamente un temperamento stizzoso, irritabile, piagnucoloso, brillante, cinico, e qualche volta mite e simpatico.
La commedia venuta in luce in tal guisa, appare un'opera d'arte straordinaria; ma  da rilevare in proposito che un "capocomico" al quale venne offerta per la rappresentazione, dopo averla letta, riletta e ponderata, dichiar che rinunciava a rappresentarla, non gi perch non fosse l'opera di Oscar Wilde, ma perch era anche troppo la sua! Intendendo con ci riferirsi all'intreccio e alla tecnica scenica delle commedie di Oscar Wilde, che apparivano ormai antiquate". (Light, 1928, p. 18).
Quest'ultima dichiarazione di un "capocomico" risulta invero preziosa ed altamente suggestiva.
Riassumendo e concludendo, osservo che dal punto di vista teorico tutte le circostanze di fatto sopra enumerate assumono cumulativamente un valore enorme in favore dell'interpretazione spiritica del caso in esame. Sta di fatto che coloro i quali ebbero a leggere la commedia postuma di Oscar Wilde concordarono nell'affermare ch'essa risulta un'opera d'arte magistralmente condotta, e che quest'opera d'arte risulta una riproduzione meravigliosa della forma, della lingua, dell'intreccio, della tecnica teatrale che in vita caratterizzavano complessivamente un solo autore: Oscar Wilde. E come se ci non fosse pi che sufficiente a identificare una personalit letteraria, viene ad aggiungersi l'incidente altamente eloquente di un "capocomico" il quale osserv come la commedia in discorso non risultasse rappresentabile con successo, in quanto l'intreccio e la sceneggiatura si dimostravano antiquati di mezzo secolo. Non si poteva desiderare una conferma pi efficace di questa in favore della identit personale dell'entit di defunto che l'aveva dettata, giacch la fama di Oscar Wilde toccava all'apogeo or fa mezzo secolo, e i drammi da lui dettati in vita presentano tutti i medesimi difetti rilevati dal "capocomico", unitamente a tutte le grandi qualit letterarie, e alle specialissime idiosincrasie psichiche dianzi esposte.
Ed ora, riferendomi a quanto feci osservare in principio, ricordo che Oscar Wilde aveva fornito in precedenza tutte le prove d'identificazione personale che razionalmente potevano esigersi da un defunto comunicante. Ricordo che feci osservare come la sola prova ch'egli avrebbe ancora potuto fornire per la sua identificazione sarebbe stata quella di dimostrare ai viventi che la sua intellettualit, il suo temperamento di scrittore, la sua virtuosit incomparabile di cesellatore delle frasi, e di artista innamorato delle parole, si erano conservate intatte dopo la morte del corpo. Orbene: egli ha fornito anche questa ultima prova, la quale riveste un valore probativo superiore a quello di ogni altra, per quanto non si potrebbe fare a meno delle altre se si vuole raggiungere la dimostrazione sperimentale, sulla base dei fatti, della sopravvivenza di un'individualit pensante.
Noto infine che il valore teorico di quest'ultima. "prova letteraria" appare a tal segno efficace da trionfare financo di un'obbiezione naturalistica fondata sopra un'ipotesi metafisica a latitudini sconfinate. Alludo con ci all'antica ipotesi - odiernamente tornata di moda - formulata con intenti puramente speculativi dal professore William James, secondo la quale non si potrebbe teoricamente escludere la possibilit dell'esistenza nell'universo di un "serbatoio cosmico delle memorie individuali", dal quale i mediums attingerebbero i ragguagli veridici forniti al riguardo di personificazioni di defunti a tutti sconosciuti. Non  questo il momento di discutere tale ipotesi, da me lungamente analizzata e confutata sulla base dei fatti, in una speciale monografia; qui osservo unicamente che ove anche si volesse concedere all'ipotesi in discorso tutta la latitudine incommensurabile che le conferiscono i suoi propugnatori, contuttoci essa non perverrebbe a dare ragione delle prove d'identificazione spiritica analoghe a quella esposta, visto che le medesime non si riferiscono a ci che dovrebbe rinvenirsi in un "serbatoio cosmico delle memorie individuali". Infatti  palese che nel caso nostro non si tratta di ricordi di nessuna specie, ma bens di un defunto il quale si manifesta dettando un'opera letteraria; vale a dire, compiendo un'azione che si svolge nel presente; e in conseguenza, che non potrebbe rinvenirsi allo stato di vibrazione latente da nessuna parte.
Ripeto pertanto che la circostanza di essere pervenuti a trionfare anche dell'ipotesi metafisica del "serbatoio cosmico delle memorie individuali", appare una circostanza teoricamente importantissima, in quanto equivale ad affermare che nessuna ipotesi naturalistica perverr mai a spiegare nel suo complesso il memorabile caso d'identificazione spiritica in cui fu protagonista il defunto scrittore Oscar Wilde.
Noto come tutto ci valga altres a fare emergere il valore teorico specialissimo che possono assumere i casi in genere di comunicazioni psicografico-medianiche in cui sia questione di "saggi letterari" dettati da entit di defunti se affermanti scrittori conosciuti; vale a dire, di "saggi letterari" suscettibili di essere sottoposti ai processi dell'analisi comparata.
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CASO 7.
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Il caso che segue, e i mirabili "saggi letterari" forniti dall'entit comunicante, non sono suscettibili di venire sottoposti al criterio sperimentale dell'analisi comparata intesa a indagarne la genesi subcosciente od estrinseca; ma, in compenso, il caso stesso presenta tali caratteristiche di eccellenza letteraria e di genialit indiscutibile, da compensare ad usura l'inconveniente esposto, permettendo di giungere ugualmente a una positiva conclusione teorica.
Mi riferisco con ci al famoso caso della personalit medianica "Patience Worth", quale si estrinsec per lunghi anni pel tramite della medium nordamericana Mrs. Curran, da poco defunta. Del caso in questione si  lungamente discusso sulle riviste metapsichiche e spiritiche, nonch sulle riviste di variet e sui giornali politici; ma se lo spoglio della maggior parte di tali documenti risulta proficuo onde formarsi un chiaro concetto sulle opinioni dei competenti e dei non competenti in argomento, nondimeno, se si vuole acquisire padronanza assoluta del tema, non ci si pu dispensare dal ricorrere all'opera magistrale del dottor Walter Franklin Prince: The Case of Patience Worth. Ed  in massima parte da quest'opera ch'io ricaver il materiale dei fatti e delle osservazioni che mi occorrono(1).
Nell'estate del 1913, Mrs. Pearl Lenore Curran, insieme all'amica Mrs. Hutchings, si recarono in visita presso una loro vicina, la quale possedeva lo strumento medianico denominato "Ouija" (quadrante alfabetico, munito di lancetta mobile). Furono indotte a tentare la prova di servirsene, e tosto si manifest la personalit medianica di un parente di Mrs. Hutchings. Quest'ultima ne rimase bene impressionata; compr a sua volta un "Ouija", e si rec a casa di Mrs. Curran, proponendole di continuare insieme gli esperimenti. Non tardarono a manifestarsi personalit di congiunti appartenenti ad entrambe le sperimentatrici, ma dopo qualche giorno il quadrante dell'"Ouija" disegn le lettere di un nome a tutti sconosciuto: quello di "Patience Worth". Tale inattesa entit si dimostr subito esuberante di vita e padrona assoluta della strumento medianico. Si manifest dettando la frase seguente "Molte e molte lune sono trascorse dall'epoca in cui vissi. Ed eccomi di ritorno al vostro mondo. Il mio nome  Patience Worth".
Ma una volta dichiarato l'esser suo, essa non parve accordare importanza alle richieste di ragguagli sulla propria esistenza terrena, osservando che la circostanza di essere vissuta nel secolo diciassettesimo, rendeva impossibile ogni indagine sul di lei conto. Aggiungeva che "la sua vera identit personale doveva emergere dalla eccellenza e dalla natura delle opere letterarie che si disponeva a dettare alla medium"; il che risult verissimo, in quanto tali opere bastano, o dovrebbero bastare razionalmente a dimostrarne l'indipendenza spirituale. Comunque, e in merito alla propria esistenza terrena, occorse sovente all'entit comunicante di alludervi incidentalmente, e da tali allusioni si apprende che Patience Worth asseriva di essere nata in Inghilterra, nell'anno 1646 (o 1694), di essere vissuta nel villaggio in cui nacque, lavorando nei campi, fino a quando raggiunse la maggiore et; epoca in cui emigr in America, dove qualche tempo dopo rimase vittima di una scorreria di Indiani. In base ad altre sue dichiarazioni, pot inferirsene ch'essa era nata nel Dorsetshire; e quando qualche tempo dopo, Mr. Yost - uno degli sperimentatori -, part per l'Inghilterra, Patience Worth gli descrisse varie caratteristiche naturali della contea in cui era nata e vissuta (spiagge, colline, monasteri e strade), per ausilio delle quali egli avrebbe potuto riconoscere il villaggio che le diede i natali. Mr. Yost ebbe la curiosit di visitare il Dorsetshire, e ritrov le colline descritte, il vecchio monastero diruto, e le strade serpeggianti preannunciate da Patience Worth.
Vedremo a suo tempo che quando nei romanzi e nelle poesie, occorre all'entit comunicante di descrivere il paesaggio e le marine inglesi, essa ne parla con l'accuratezza di persona che vi abbia soggiornato; il che  interessante, in quanto Mrs. Curran non era mai stata in Inghilterra, ed in quell'epoca non aveva mai visto il mare.
Tutto ci sia detto per incidenza, poich ripeto che l'importanza teorica del caso in esame esorbita totalmente dalle prove d'identificazione personale, e converge esclusivamente sul grande mistero della genesi di tante opere letterarie eccellenti, in versi e in prosa, nonch sulle modalit straordinarie con cui si estrinsecarono.
Noto che in talune circostanze in cui gli sperimentatori avevano ammirato la bellezza letteraria del dettato medianico, Patience Worth aveva osservato "che nel periodo della sua esistenza terrena, possedeva gi quel medesimo temperamento immaginoso e poetico"; osservazione interessante, giacch si presta a dilucidare il mistero di una contadinella defunta la quale si manifesta medianicamente dettando opere letterarie magistrali in versi e in prosa; vale a dire che in base a tali ragguagli dovrebbe inferirsene che nella contadinella del Dorsetshire fosse congenita la genialit di scrittrice, ma che le umilissime condizioni sociali in cui era nata, ne avevano impedito l'emergenza, mentre due secoli e mezzo di esistenza spirituale avevano contribuito ad evolvere mirabilmente tali congenite sue doti intellettuali.
In merito alle capacit naturali della mentalit della medium, nonch alla estensione della sua coltura generale, osservo che il dottor Prince intraprese al riguardo indagini scrupolosissime, in base alle quali risult che doveva escludersi in modo assoluto ogni possibilit di emersioni subcoscienti di cognizioni acquisite e poi dimenticate (criptomnesia); come doveva escludersi in modo assoluto la possibilit di peculiari disposizioni della medium per la poesia ed il romanzo. Mrs. Curran aveva cessato di frequentare la scuola all'et di quattordici anni, non aveva mai manifestato attitudini letterarie ed interesse per la letteratura, mentre le sue inclinazioni naturali la portavano invece a dedicarsi all'arte musicale, e in conseguenza, aveva appreso il canto col proposito di dedicarsi alla carriera teatrale. Il dottor Prince rivolse specialmente le proprie indagini sulla coltura storica e letteraria di lei, riscontrando come in tali branche del sapere si rinvenissero in lei delle lacune cospicue, ma compatibili con un'esistenza trascorsa interamente in una cittadina dello stato dell'Illinois, lontana da ogni centro importante di coltura, nonch lontana dal mare, che Mrs. Curran non aveva mai visto.
Ora  precisamente la coltura storica, letteraria e filologica che appare prominente nei romanzi di Patience Worth.
E per cominciare dalla coltura filologica, osservo com'essa risulti di un genere da escludere senz'altro ogni possibilit di una collaborazione subcosciente della medium nel dettato medianico. Patience Worth, infatti, conversa costantemente nel proprio dialetto di tre secoli or sono, ed ha scritto romanzi e poesie nella lingua antiquata, o nei dialetti dei suoi tempi; tutto ci, essa afferma, al fine di provare la sua indipendenza spirituale dalla medium. Il professore Schiller dell'Universit di Oxford, osserva in proposito:
"Si rimane scossi e impressionati nell'apprendere che uno dei suoi romanzi in versi sciolti, intitolato: "Telka", il quale  costituito da 70.000 parole,  scritto in lingua inglese antiquata, nella quale si contengono il 90 per cento di parole aventi una pura origine anglo-sassone, mentre in esso non si rinviene una sola parola acquisita alla lingua inglese dopo il 1600... Quando si apprende ulteriormente che nella prima versione della Bibbia, si contengono solamente il 70 per cento di vocaboli anglo-sassoni, e che fa d'uopo tornare indietro fino a Layamon (1205) onde eguagliare la percentuale di vocaboli anglosassoni usati da Patience Worth; quando si riflette a tutto questo, non si pu non riconoscere che ci si trova di fronte a un caso che pu definirsi un "miracolo filologico". (Proceedings of the S.P.R." - vol. XXXVI, p. 574).
E qui cade opportuno di completare le osservazioni del professore Schiller, fornendo ulteriori ragguagli intorno al poema idilliaco, in versi sciolti, intitolato "Telka", dal nome della protagonista.
Premetto anzitutto che all'epoca in cui venne dettato, Patience Worth aveva cessato di adoperare l'"Ouija", e trasmetteva romanzi e poesie per bocca della medium; vale a dire che quest'ultima, per quanto conservasse piena coscienza di s, percepiva una voce subbiettiva che le dettava parola per parola; dimodoch la medium non faceva che ripetere ad alta voce le parole udite, e un segretario le raccoglieva; per quanto sovente l'irruenza del dettato fosse tale che il segretario non perveniva a seguitarlo; nel qual caso Patience Worth ripeteva l'ultima frase e moderava la sua foga. In pari tempo la mentalit della medium appariva a tal segno indipendente dal contenuto del dettato, ch'essa era libera di fumare una sigaretta, era libera d'interrompersi onde prendere parte alla conversazione dei presenti, era libera, di alzarsi e recarsi nella camera attigua onde rispondere a una chiamata telefonica. Siffatte interruzioni non interferivano menomamente sul dettato medianico, il quale riprendeva al punto preciso in cui era stato interrotto. E cos avveniva altres da una seduta all'altra; vale a dire che la personalit medianica riprendeva ugualmente a dettare dal punto preciso in cui erasi arrestata; ci anche quando erano trascorsi dei mesi dall'una all'altra ripresa; e una volta in cui era stato smarrito uno dei primi capitoli di un romanzo gi molto inoltrato per la dettatura, Patience Worth lo dett una seconda volta, e quando venne rinvenuto il documento smarrito, si riscontr che la seconda dettatura era una riproduzione letterale della prima.
Per tornare al poema di "Telka", ecco quanto ne scrive il dottore Walter Prince:
"I personaggi di "Telka" vivono; noi li vediamo, noi li conosciamo. Nessuno tra essi  la replica di un altro. Qualche personaggio potr manifestare tendenze e disposizioni analoghe a quelle di un altro, ma in pari tempo manifesta caratteristiche sue proprie, che lo distinguono da tutti gli altri. Al contrario, nei personaggi di Maeterlinck (mi riferisco a questo scrittore per la grande riputazione da lui meritatamente acquisita in un genere analogo), risultano quasi sempre delle ombre senza vita, che ben difficilmente possono individuarsi dalle loro parole, o da qualsiasi altra loro caratteristica... Eppure noi tutti riconosciamo in Maeterlinck un grande artista.
Comunque, io non posso trattenermi dall'osservare che quando spunter l'alba del giorno in cui si sar dissipata la ripulsione che odiernamente si risente per le produzioni medianiche, le quali sopratutto riescono ostiche ai signori critici d'arte, allora si scoprir che Patience Worth, a volerla giudicare dal suo poema "Telka", appare di gran lunga superiore a Maeterlinck". (Ivi, p. 237-239)
A proposito della lingua antiquata adoperata nel poema in discorso, ecco ci che ne scrive Gasper Yost, il quale ha pubblicato un libro sulle proprie esperienze con Mrs. Curran:
"Telka"  unica nella purezza della sua lingua anglo-sassone, nella combinazione delle varie forme dialettali di diversi periodi, in talune delle sue peculiari forme grammaticali, nelle diversioni ed estensioni conferite al significato di taluni vocaboli... - Essa, come lo Shakespeare, adopera talvolta un avverbio alla guisa di un verbo, o di un nome, o di un aggettivo... La ragione di ci va cercata nello stato transitorio in cui si trovava la lingua inglese in quel periodo; ma tale rilievo risulta una prova di pi in dimostrazione che Patience Worth  in pieno accordo coi suoi tempi financo nelle anomalie grammaticali... - Non pu esistere dubbio sul fatto che questo linguaggio di Patience Worth deve considerarsi in lei assolutamente spontaneo; il che  provato ad esuberanza dalla circostanza ch'essa non lo adoper soltanto in talune delle sue opere, ma se ne serve costantemente nelle conversazioni coi presenti...". (Ivi, pag. 363-364-368).
Sempre a proposito di "Telka", rimane da rilevare un ultimo particolare fra i pi stupefacenti, ed  che questo poema di 70.000 parole, in versi sciolti, venne complessivamente dettato alla medium in 35 ore!
Andiamo avanti. Malgrado le meraviglie emergenti da quanto esposto, mi affretto ad osservare che "Telka" non  l'opera letteraria di maggior valore dettata da Patience Worth. L'opera pi poderosa ed ammirevole sotto molteplici aspetti,  il grande romanzo: "The Sorry Tale" (Il racconto pietoso), in cui l'azione si svolge nella Palestina dei tempi di Cristo, e ci si fa assistere al dramma della crocifissione.
 un romanzo storico a concezione vastissima, nel quale agiscono centinaia di caratteri che non sono "comparse" superficialmente tratteggiate, ma poderosi caratteri di personaggi viventi. Il protagonista maggiore  un figlio illegittimo dell'imperatore Tiberio, nato da una bellissima schiava greca, di nome "Theia". Scacciata da Roma, essa  trasportata in Palestina, e il bimbo nasce in un tugurio di lebbrosi, fuori le mura di Betlemme; mentre nella medesima notte, dentro le mura di Betlemme, nasce Ges. Nell'amarezza del proprio abbrutimento, la madre conferisce al neonato il nome di "Odio"; e l'odio  la passione che dominer l'esistenza del figlio, fino alla tragica sua fine. La vita di costui si svolge parallela a quella di Ges - l'uno rappresenta l'incarnazione dell'odio sulla Terra, l'altro l'incarnazione dell'Amore. Il figlio di "Theia" si fa beffe di Ges, sputa su di lui quando compie il miracolo delle reti ricolme di pescagione. Di colpa in colpa, di delitto in delitto,  tratto a rubare gli arredi sacri del Tempio di Gerusalemme, ed  condannato a morte. Egli muore sulla croce al fianco di Ges: il figlio di Theia era "il cattivo ladrone".
Il capitolo della crocifissione, il quale  lunghissimo, venne dettato alla medium in una sola serata, ed  un capitolo terrificante per la vivacit straordinaria dell'azione. Non si legge una semplice descrizione del tragico evento: lo si vede in ogni pi spietato particolare; si assiste allibiti al dramma del Golgota. E una identica vivacit di tinte descrittive si riscontra in tutte le scene in cui ci trasporta il romanzo, le quali, inoltre, non sono soltanto poderosamente rappresentate, ma sono geograficamente e storicamente inappuntabili, tanto per ci che si riferisce alla Palestina, quanto per ci che riguarda Roma imperiale. A quest'ultimo proposito si era creduto di aver colta una sola volta in fallo Patience Worth, e ci in quanto i personaggi ebraici del suo romanzo conferiscono all'imperatore romano il titolo di Re. Orbene: si riscontr nella storia di Ewald, che nelle provincie orientali dell'impero romano eravi l'uso di chiamare col titolo di Re l'imperatore di Roma. Ne deriva che tale presunto errore, contribuisce invece mirabilmente a fare emergere fino a qual punto nei romanzi di Patience Worth si viva nell'ambiente dei tempi descritti.
Ed ecco un'altra circostanza che lo prova in guisa pi stupefacente ancora; circostanza che si riferisce alle modalit con cui si estrinsec la dettatura del romanzo.
La medium vedeva svolgersi a se dinanzi, in visione panoramica, tutti gli eventi che venivano gradatamente descritti nel dettato medianico; ma ci che maggiormente sorprende  la circostanza che i quadri da lei contemplati erano rappresentazioni totalitarie di eventi complessi visualizzati al naturale, laddove le descrizioni degli eventi stessi quali venivano fissati nel dettato medianico non erano mai totalitarie; o, in altri termini, nel dettato medianico non figuravano numerosi incidenti osservati dalla medium nelle proiezioni cinematografiche che le venivano presentate; il che palesemente avveniva per chi tali incidenti secondari non avevano nulla di comune con lo svolgersi della trama del romanzo. Ma se cos , allora perch venivano proiettati alla medium? E a quest'ultimo interrogativo non si pu rispondere che a un modo solo: Evidentemente tutto ci si verificava in quanto si trattava di proiezioni panoramiche rappresentanti quadri reali di un lontanissimo passato; e cos essendo, era naturale che accanto agli eventi maggiori si dovessero svolgere ogni sorta di eventi minori e insignificanti, estranei agli eventi maggiori, cos come si realizzano in qualunque analoga circostanza di un evento colto dal vero, il quale si svolga all'aperto, con concorso di popolo.
Il dottor Prince accenna in questi termini a tale sorta d'incidenti:
"La medium scorgeva dei cani che traversavano di corsa la strada; vedeva transitare dei carri stranamente costruiti, le cui ruote erano costituite da canne intrecciate, curvate a cerchio. Tali carri erano trainati da buoi, le cui bardature apparivano anche pi strane dei carri. Assisteva al mercato degli ebrei, nonch alle dispute che avvenivano tra i barbuti mercanti e la loro clientela; udiva i piagnistei delle donne che barattavano utensili contro commestibili; osservava passare i grandi sacerdoti, vestiti in fastosi paludamenti; scorgeva il Tempio e l'Arca santa quali erano stati effettivamente ricostruiti a quell'epoca; contemplava i paesaggi di Betlemme e di Nazaret, ed ivi assisteva al passaggio di Ges circondato dalla folla".
Lo stesso fenomeno si riprodusse durante la dettatura dell'altro romanzo: "Hope Trueblood", in cui la medium vide sfilare a s dinanzi il paesaggio inglese; nel qual caso, naturalmente, le scene risultavano pi familiari alla medium, ma ugualmente vivaci e reali. (Ivi, p. 395).
Mi astengo, per brevit, dal diffondermi ulteriormente nell'analisi del magistrale romanzo in esame, per quanto vi sarebbero numerosi altri particolari da segnalare per la loro efficacia teoricamente suggestiva. E per la medesima ragione dovr astenermi dall'analizzare il contenuto degli altri eccellenti romanzi dettati da Patience Worth. Questi i titoli dei romanzi in questione: "The Merry Tale", "Hope Trueblood", "The Pot and the Wheel", "The Fool and the Lady", "Tre Stranger", "The Madrigal", "Samuel Wheaton", "Redwing" (un dramma). Da tale enumerazione si rileva che nella produzione letteraria di Patience Worth si contano gi nove romanzi e un dramma; produzione alla quale debbono aggiungersi una raccolta di proverbi e aforismi, e un numero straordinario di componimenti poetici d'ogni sorta, i quali non la cedono in nulla ai romanzi per l'eccellenza della forma e la genialit dell'ispirazione.
I romanzi "Telka" e "The Merry Tale" furono dettati nella lingua, o nei dialetti del secolo diciassettesimo. Gli altri romanzi, drammi e poesie furono scritti in lingua inglese moderna, per quanto lo stile e la forma presentino caratteristiche specialissime alla personalit comunicante.
Per ci che riguarda la produzione poetica di Patience Worth, il dottor Prince ebbe cura di riportarne saggi d'ogni genere, i quali si estendono per 130 pagine del suo volume. Tutti i metri e tutti i temi vi sono rappresentati. Qua e l il Prince stabilisce dei confronti tra le poesie di Patience Worth ed altre analoghe del Keats, od altri poeti classici inglesi, dimostrando che Patience Worth li uguaglia sempre, se non forse li supera. Si noti che una buona parte di tali poesie risultano improvvisazioni fatte sopra temi obbligati suggeriti al momento dagli sperimentatori. Una volta il dottor Prince invit Patience Worth a dettargli una poesia, in cui ogni capoverso cominciasse con una lettera dell'alfabeto, nell'ordine in cui le lettere sono disposte nell'alfabeto stesso. E immediatamente venne dettata la poesia richiesta, "con una velocit di dizione regolata sulla capacit del segretario a seguitarne con la penna la dettatura".
Il dottor Prince, osserva che Patience Worth appare consapevole della eccellenza della propria produzione letteraria, ma che  ben lontana dal mostrarsene vanitosa. Ed egli cos continua:
"Gi dagli inizi essa parve consapevole dell'alto suo valore personale, giacch si espresse costantemente come un personaggio il quale si sappia autorevole; o meglio, il quale sappia di avere una missione da compiere. Ma, in pari tempo, in ogni suo atto, in ogni sua esigenza, si rilevano particolari i quali valgono ad esonerarla dalla taccia di orgogliosa. Si potrebbe paragonarla a una madre la quale dirige e consiglia i propri figli giovinetti, senza per questo dimostrare neanche l'ombra di orgoglio per la propria superiorit intellettuale al loro confronto. Patience Worth mostra a sua volta di sottintendere di avere su di noi il vantaggio di un'esperienza e di una situazione privilegiata, in forza delle quali appare naturale ch'essa si trovi in grado di consigliare e dirigere coloro i quali non posseggono altra esperienza che quella acquisita in pochi anni di esistenza terrena. Come pure, essa dimostra di sottintendere che la sua virtuosit letteraria  pervenuta a tanto grado di eccellenza in virt dell'ambiente di gran lunga pi favorevole in cui essa dichiara di esistere. E ben sovente ebbe cura di rammemorarci ch'essa, in un certo senso, era una "messaggera di Dio", inviata ai viventi per una missione che doveva compiere nel modo rispondente alla sua natura. Ecco alcune frasi di tali conversazioni suggestive:
"Io giocher con le parole, come si fa con le risonanti "castagnette". Le far brillare di luce nuova; le far impallidire, gemere, languire. Le far divampare nel fuoco di tutte le passioni; diverranno vendicative, rabbiose, colleriche, stordite, accigliate, pungenti. Chi mi seguir, giudicher se stesso sguaiato di fronte alle prodigiose capriole a cui costringer le parole... Per opera di queste mani, il linguaggio umano verr intrecciato in guise tali da meravigliarne il mondo...". (Ivi, p. 212).
Il dottor Prince riporta una lunga lista di analoghe affermazioni di Patience Worth, ma quella riferita pu bastare a fare intravvedere il pensiero di lei: essa, cio, vorrebbe che si sapesse che aveva una missione da compiere nel mondo: quella di contribuire a dimostrare ai viventi l'esistenza e la sopravvivenza dell'anima; e ci all'infuori delle consuete prove d'identificazione personale; vale a dire, apportando prove complementari intese a convalidare quelle fondate sui ragguagli personali forniti dai defunti comunicanti; compito che per Patience Worth sarebbe consistito nel dar prova di saper compiere virtuosit letterarie impossibili a conseguirsi dalla mentalit di uno scrittore incarnato, per insigne ch'egli sia; costringendo in tal guisa il raziocinio umano a riconoscere l'intervento reale di entit spirituali nelle manifestazioni medianiche.
Di tali virtuosit si sono gi enumerate le maggiori, quali sarebbero l'eccellenza sovrana nell'arte di Patience Worth in ogni sua modalit di estrinsecazione, e ci in contrasto con la modesta intellettualit della medium; l'aver dettato romanzi in lingua o dialetti del secolo diciassettesimo, e ci con tale precisione nella dizione antiquata, da non rilevarsi in essa un solo vocabolo della lingua inglese venuto in uso dopo il 1600; e infine, la straordinaria genialit da lei dimostrata nella improvvisazione di componimenti poetici impeccabili per la forma, mirabili per le immagini e l'elevatezza della concezione; componimenti i quali rivaleggiavano, se non forse superavano, coi migliori classici inglesi.
A proposito di quest'ultima virtuosit, il dottor Prince osserva:
"Sarebbe bene che i lettori tornassero indietro a rileggere le poesie improvvisate, su temi obbligati, forniti sul momento; poich solo col soffermarsi ad analizzarne l'eccellenza, si perviene a formarsi un chiaro concetto delle proporzioni stupefacenti del fenomeno. Si rilegga, per esempio, la poesia che s'intitola: "The Day's Work". Pare incredibile che questo lungo componimento poetico, cos vivace per le immagini, cos magnifico per la forma, impeccabile nella propriet dei vocaboli, profondo nella concezione, pare impossibile, dico, ch'esso sia stato improvvisato, su tema obbligato, in modo quasi istantaneo; nel senso che non vi fu intervallo di tempo tra la richiesta e l'esecuzione! Chi si sentirebbe di migliorare la dizione di questi versi?" (Ivi, p. 349).
Ma oltre tali virtuosit d'ordine elevato, Patience Worth si prest a dar prova di qualsiasi virtuosit la quale implicasse una destrezza tecnica mentale impossibile ad imitarsi dai viventi; o, per dirla con la sua frase: "essa si divert a giocare con le parole, come si fa con le risonanti "castagnette".
Cos, ad esempio, un giorno il dottor Prince la invit a dettare simultaneamente due poesie di tema diversissimo tra di loro, l'una in inglese moderno, l'altra nel vernacolo del diciassettesimo secolo, intrecciando alternativamente due versi dell'una con due versi dell'altra, fino ad arrivare in fondo ad entrambe. Ed essa lo appag subito, dettando spigliatamente tale garbuglio inverosimile di due poesie disparate per tema e per lingua, simultaneamente generate. Il dottor Prince riproduce entrambi i componimenti poetici, e cos facendo domanda: "Vi  forse indizio di fretta in queste magnifiche poesie? O mostrano forse le stimmate delle condizioni caotiche da cui furono generate? Mi si dica qual' la parola che in esse potrebbe sostituirsi migliorando la dizione?... I quattro ultimi versi della prima poesia sono magnifici per il significato profondo dell'immagine conclusionale..." (Ivi, p. 290-293)
Nel capitolo intitolato: "Una "noce" da schiacciare pei signori psicologi", il dottor Prince riferisce, tra l'altro, queste altre analoghe prodezze dell'entit comunicante:
"Patience" ora scrive quattro romanzi simultaneamente, dettando successivamente un brano di ciascuno. Detta alcune righe del primo in vernacolo antiquato, passa quindi a fare altrettanto per il secondo in lingua moderna, e cos di seguito, saltando dall'uno all'altro senza soluzione di continuit, e con inalterata spigliatezza. A un dato momento, essa prese due personaggi di due romanzi diversi, li fece conversare insieme, in modo che il personaggio di un romanzo pareva rispondere alle domande dell'altro, ed anche discutere col medesimo. Quando i brani dei due romanzi furono sbrogliati tra di loro ed assegnati ai loro testi, si vide che ciascuno di essi calzava perfettamente con la parte che rappresentava nella continuit del proprio testo" (Ivi, p. 401-402).
In altra circostanza, mentre Mrs. Curran scriveva una lettera ad un'amica, Patience Worth si serviva della sua laringe per dettare spigliatamente una magnifica composizione poetica intitolata: "Fuochi Fatui" (Ivi, p. 285-286).
E con questo pongo termine all'esposizione dei fatti, per passare a discutere intorno alle ipotesi con cui dare possibilmente ragione di tanto prodigio.
Come bene osserva il dottore Walter Prince, emerge palese che nel caso in esame. il vero problema da risolvere consiste "nell'indagare come mai tanta copia di letteratura di primissimo ordine, nella quale si d prova di grande coltura e di vero genio; di versatilit inesauribile nel modo di esprimere il proprio pensiero; di profondit filosofica, di penetrante indagine, di elevata spiritualit, di fulminea rapidit nel concepire, di eccezionale perizia nel condurre innanzi le pi complesse operazioni mentali, e infine anche di un'apparente divinazione del pensiero altrui; come mai, ripeto, tutto ci abbia potuto estrinsecarsi pel tramite di Mrs. Pearl Lenore Curran, di St. Louis, la quale in base alle personali sue dichiarazioni, ma sopratutto in base a testimonianze e prove esuberanti venute in luce, non possiede e non ha mai posseduto la coltura corrispondente, come non ha mai dimostrato disposizioni letterarie, n in tal senso, come non dimostr mai di possedere altre affini predisposizioni intellettuali?".
Ci stabilito, non rimane che applicare all'arduo problema le varie ipotesi formulabili in proposito.
La prima che si presenta  l'ipotesi del "subcosciente" intesa nel senso strettamente psicologico, secondo il quale ci si troverebbe al cospetto di un caso di disgregazione psichica, e consecutiva formazione di una personalit subcosciente, frazione sistematizzata della personalit integrale cosciente, la quale emergerebbe alternativamente alla superficie, sia impossessandosi temporaneamente del campo cosciente del soggetto, sia manifestandosi all'esterno utilizzando la mano o la laringe del soggetto stesso.
Il solo psicologo della scuola universitaria il quale abbia studiato personalmente il caso in esame,  il prof. Cory, il quale riconosce senza restrizioni il prodigio di una personalit medianica la quale riflette nelle sue opere letterarie la vita e i costumi di altri tempi, e ci con una competenza e una familiarit da stupire altamente chi legge...". Riconosce che "il romanzo"The Sorry Tale" presuppone il possesso di una massa enorme di cognizioni sulla vita e sui costumi della Palestina e di Roma ai tempi di Cristo...". Riconosce che "Telka" ha per teatro l'Inghilterra, dove la medium non era mai stata, ed  dettata in lingua arcaica appartenente a varie localit e a diversi periodi... Il che si trasforma in una grande perplessit la quale complica il problema da risolvere". Tutto ci, secondo il prof. Cory, tenderebbe a dimostrare che "il tipo e la struttura della mentalit di Patience Worth appariscono cos nuovi, che risulta ben arduo immaginare fin dove potrebbero estendersi i poteri della mentalit di lei, o quali limiti assegnarle".
Senonch dopo avere lealmente riconosciuto la complessit enorme del quesito da risolvere, il professore in discorso conclude ugualmente presupponendo che "Patience Worth"  il prodotto di una atmosfera di ansiosa aspettativa per una manifestazione dall'Al di l; dimodoch  pi probabile che tale aspettativa sia divenuta il fattore essenziale della dissociazione psichica che si andava sviluppando... Patience Worth  nata nei profondi recessi del subcosciente. Generata nell'atmosfera dell'ideale, concepita dalla pura fantasia, essa modell l'esser suo con pura sostanza immaginativa, e tale vuol rimanere nulla assimilando di ci che contraddice l'illusione che la domina. Ne deriva ch'essa persiste a credere di essere stata una zitella inglese, vissuta in Inghilterra parecchi secoli or sono".
Dal che si apprende come il prof. Cory concluda senza darsi alcun pensiero di spiegare in qual modo una frazione di personalit dissociata, possa risultare di gran lunga pi vasta, pi erudita, pi intelligente e geniale della personalit integrale dalla quale deriva.
Inutile spendere tempo nella discussione di un'ipotesi insostenibile, nonch logicamente assurda nel limiti in cui vorrebbero costringerla i signori psicologi ortodossi. Il dottor Prince analizza paragrafo per paragrafo lo studio del prof. Cory, demolendo l'una dopo l'altra tutte le sue argomentazioni, e ci in guisa risolutiva. Tale confutazione del dottor Prince  magistrale; ma, in verit, bastavano dieci righe per avere ragione di un'ipotesi la quale pu solo propugnarsi a condizione di non tenere conto dei fatti!
Allorch apparve l'analisi critica del prof. Cory, uno sperimentatore inform Patience Worth che un eminente psicologo aveva concluso ch'essa era una frazione della personalit della medium. Ecco la sua risposta, dettata come sempre in dialetto arcaico di tre secoli or sono:
"Chi  colui che osa dire ch'io sono una particella fuorviata dell'immaginazione della medium? Chi  colui che osa sostenere che una grande intellettualit sia figlia dell'immaginazione di una piccola intellettualit? La voce di colui che proclamer una scempiaggine simile riuscir voce sfiatata. Si faccia avanti, e mi vincoli pure alla medium; ma l'et futura lo chiamer uno sciocco. Quanto minuscola la sua penna! La penna mia  penna d'oro intinta nella saggezza antica, Io non CANTO per CANTARE, ma perch il canto rimanga. Il presentar me come una frazione dell'"arpa vivente" di cui mi valgo, equivale a distribuire ai bimbi libri, teschi, spade, vino e Sacramenti affinch se ne balocchino. Osserva: ecco io pizzico l'"arpa vivente", ed essa risponde vibrando all'unisono con la voce dell'antica saggezza..." (Psychic Science, 1928, p. 164).
Aggiungo che il dottor Prince e il prof. McDougall, concludono a loro volta in perfetto accordo con Patience Worth. Il primo osserva: "Si vorrebbe che noi ammettessimo che il pi sia contenuto nel meno"; e il secondo: "Tutto ci equivale a sostenere che la parte  pi grande del tutto".
E mi pare che basti. Non ne parliamo pi, e passiamo alla seconda delle ipotesi formulabili.
Il dottor Prince, in numerosi punti del suo libro, lascia chiaramente intendere ch'egli ritiene l'ipotesi spiritica l'unica capace di dare ragione del complesso dei fatti; nondimeno, con la circospezione di un uomo di scienza il quale si rivolge ad altri uomini di scienza non ancora maturi per certe verit, egli conclude trincerandosi dietro a un dilemma, il quale, per,  costituito da due proposizioni ugualmente ostiche ai signori psicologi ortodossi. Egli osserva:
"Questa  la tesi da me formulata dopo dieci mesi di assiduo studio sui fatti. Occorre risolversi o modificare radicalmente il concetto di ci che si denomina il "Subcosciente", includendo in esso potenzialit intellettuali di cui fino ad ora non si aveva idea, oppure riconoscere l'esistenza di una causa operante pel tramite della subcoscienza di Mrs. Curran, ma estrinseca alla di lei subcoscienza. Nel primo caso si normalizzerebbe ci che fino ad ora venne ritenuto il "supernormale" (nella guisa medesima in cui l'"ipnosi", che cento anni or sono pareva sottintendere delle possibilit supernormali, venne odiernamente normalizzata); nel secondo caso si verrebbe ad ammettere il supernormale".
Cos il dottor Prince. Riconosco a mia volta che se pei casi analoghi all'esposto si rinunciasse all'ipotesi del "subcosciente" inteso nel senso di una frazione sistematizzata della dissociazione psichica del soggetto, e si ammettesse l'ipotesi del Myers, secondo il quale esisterebbe nell'uomo una personalit integrale subcosciente di gran lunga pi vasta e perfetta di quella cosciente, fornita di facolt di senso supernormali, e di capacit intellettuali la cui emergenza sporadica darebbe luogo alle "ispirazioni" del genio; convengo anch'io che se si ammettesse tutto ci si perverrebbe a dare ragione - fino a un certo punto - del caso in esame. Dico "fino ad un certo punto", giacch rimarrebbero ancora da sormontare ostacoli formidabili, tenuto, conto che se con tale ipotesi si perverrebbe a spiegare in qualche modo l'eccellenza delle opere letterarie dettate dalla personalit medianica, nonch le virtuosit straordinarie con cui essa "giocava con le parole", nondimeno non si perverrebbe a dare ragione della circostanza di avere essa dettato romanzi in un dialetto del secolo diciassettesimo, e ci senza mai cadere nell'errore d'interpolare nel testo vocaboli venuti in uso dopo il 1600; come pure, non si perverrebbe a spiegare il fatto del suo dimostrarsi pienamente edotta degli usi e dei costumi della Palestina e di Roma ai tempi di Cristo; due circostanze che si trasformano in una grave obbiezione, in quanto una personalit integrale subcosciente s'identifica ancora e sempre con la propria personalit normale, e nel caso nostro, quest'ultima personalit era totalmente ignara dei dialetti arcaici adoperati dalla presunta sua personalit integrale, com'era ignara degli usi e dei costumi di popoli esistiti due millenni or sono.
Ma ci non  tutto, poich risulta palese che una personalit integrale subcosciente la quale attesta coi fatti il grado elevatissimo della sua superiorit intellettuale al confronto di quella della personalit cosciente, non dovrebbe dimostrarsi mai suggestionabile od autosuggestionabile; due forme psicopatologiche di stasi mentale indicanti una restrizione enorme del campo cosciente della personalit umana. Ora, siccome quest'ultima argomentazione risulta incontestabile, ne deriva che non si saprebbe spiegare come mai una personalit subcosciente tanto superiore a quella cosciente, abbia potuto illudersi al punto da credersi vissuta nel diciassettesimo secolo, sotto le spoglie di un'umile contadinella emigrata in America, e morta in un'imboscata di Indiani. Non  il caso ch'io faccia rilevare quanto formidabile risulti l'obbiezione esposta, e ci in quanto appare fondata sull'esperienza delle fasi profonde nell'ipnosi e nel sonnambolismo magnetico, fasi in cui il soggetto non  pi suggestionabile; e sopratutto in quanto risulta indiscutibile in nome della logica e del senso comune, tanto pi che alle affermazioni della personalit medianica corrisponde il fatto che essa convers costantemente nel dialetto arcaico che si parlava ai suoi tempi nella contea in cui disse di essere nata. N l'ostacolo teorico in questione potrebbe evitarsi presupponendo che la personalit integrale subcosciente di cui si tratta, fosse invece consapevole dell'esser suo, ma si facesse passare per lo spirito di una defunta al fine d'ingannare i viventi; poich in tal caso si andrebbe a dar di cozzo in un'altra enormit d'ordine morale ugualmente inammissibile, ed  che una personalit subcosciente di tanto pi elevata e perfetta di quella cosciente, dovrebbe in misura corrispondente risultare moralmente superiore a quest'ultima; nel qual caso  palese che non dovrebbe mai mentire, e tanto meno mentire con l'insulso e malvagio proposito di turlupinare i viventi, mistificandoli nelle loro pi sacre aspirazioni spirituali ed affettive.
Riepilogando: Tenuto conto che l'ipotesi della "coscienza subliminale" presuppone l'esistenza nella subcoscienza umana di una personalit integrale spirituale dotata in grado superlativo delle qualit pi elette della personalit cosciente, ne deriva che essa non dovrebbe mai illudersi sull'essere suo fino al punto di credersi lo spirito di una defunta vissuta in localit determinata, in condizioni sociali ben definite, in epoca precisata, con cognizione perfetta della lingua arcaica dell'epoca designata; tenuto conto, inoltre, che tale personalit integrale spirituale dovrebbe possedere in misura corrispondente alle doti superiori intellettuali, anche un senso morale altrettanto elevato, ne consegue che non potrebbe abbassarsi e pervertirsi fino a ingannare crudelmente i viventi. Deve pertanto riconoscersi che le considerazioni esposte dimostrano come l'ipotesi della "coscienza subliminale" risulti a sua volta inadeguata a dare ragione del complesso dei fatti.
Occorre dunque cercare altrove un'ipotesi adeguata allo scopo.
Ed ecco affacciarsi una terza ipotesi a latitudini sconfinate, la quale presenta una curiosa caratteristica: quella di venir tolta dal dimenticatoio, dove quasi sempre giace allo stato latente, solo negli accessi di crisi teoricamente disperate cui soggiacciono gli assertori dell'interpretazione "animica" di tutta la fenomenologia supernormale. Si denomina "l'ipotesi della "Memoria Cosmica", la quale lungi dall'essere gratuita od assurda,  invece dimostrabile sulla base dei fatti; senonch gli oppositori l'adoperano a modo loro, travisandola in guisa cospicua, e biforcandola in due branche distinte, a seconda del beneplacito di chi se ne vale. Vi sono, cio, coloro che - come l'Hartmann - ne usano e ne abusano nel vero senso di "Coscienza Cosmica" attributo dell'Assoluto, cio di Dio; nel qual caso si verrebbe ad ammettere che la subcoscienza dei mediums entri in rapporto diretto con l'Ente Supremo, e ci col nobile scopo di turlupinare il prossimo; proposizione addirittura blasfema.
Vi sono invece altri indagatori i quali si valgono dell'ipotesi in questione nel senso ad essa conferito dal professore William James, secondo il quale, metafisicamente parlando, potrebbe inferirsi l'esistenza di un "serbatoio cosmico delle memorie individuali", al quale avrebbero libero accesso i mediums, e dal quale ricaverebbero tutto quanto loro abbisogna per mistificare i miseri mortali.
L'eminente psicologo e filosofo inglese, professore Schiller, dell'Universit di Oxford, in occasione di una sua recensione del caso di Patience Worth, accenna ad entrambe le biforcazioni dell'ipotesi in esame, e lo fa nei termini seguenti:
"Vi sono filosofi che una volta incamminati sulla comoda via della ipotetica estensione della personalit umana, si dimostrano mal disposti ad arrestarsi fino a quando non raggiungano l'Assoluto. Noi pertanto dobbiamo tenerci pronti ad apprendere da qualche critico che l'arte letteraria di Patience Worth risulta un'autentica rivelazione dell'Assoluto; mentre qualche altro pi moderato parler di un'arte sgocciolata da un "serbatoio cosmico" in cui si sono venuti raccogliendo e ristagnando tutti gli sforzi letterari dei secoli. Osservo che questa seconda versione dell'ipotesi in esame non tiene il debito conto del problema della "selezione dei fatti" dal serbatoio di cui sopra; mentre la prima versione darebbe di cozzo in un'altra formidabile difficolt, ed  che in tal caso Patience Worth risulterebbe una rivelazione piuttosto umoristica ed eccentrica di quell'Assoluto infinitamente perfetto di cui parlano i filosofi. Se mi si osservasse che una personalit finita non pu non risultare una "selezione" dell'Assoluto, risponderei che tale schiarimento chiarisce fin troppo, giacch se Patience Worth risulta in tal senso una "selezione dell'Assoluto", allora tutti noi, alla medesima stregua, risultiamo delle "selezioni dell'Assoluto"; il che equivale a, dire che nei limiti dell'argomentazione esposta, Patience Worth dovrebbe risultare uno "spirito" come tutti gli altri" ("Proceedings of the S.P.R."; vol. XXXVI, p. 575).
Queste le argomentazioni del professore Schiller, e mi pare che le medesime risultino a tal segno calzanti e risolutive dal dispensarmi dall'aggiungerne altre. Rilever solamente che in ordine all'ipotesi del "serbatoio cosmico", l'obbiezione formulata dallo Schiller, che, cio, l'ipotesi stessa non tiene il debito conto del problema della "selezione dei fatti" da parte della personalit subcosciente del medium, e un'obbiezione che appare formidabile nel caso speciale di Patience Worth, visto che se si dovesse presumere che nel "serbatoio" in questione si rinvenissero raccolti e ristagnati tutti i vocabolari arcaici della lingua inglese i quali risultano fuori d'uso dal 1600; nondimeno tutto ci non rappresenterebbe che un materiale greggio esclusivamente utilizzabile da chi fosse pienamente edotto sul significato di ogni singolo vocabolo, nonch sulle coniugazioni dei verbi, sulle declinazioni dei nomi, sulle costruzioni grammaticali e le innumerevoli elisioni inerenti al dialetto di cui formavano parte i vocaboli in questione; e per soprappi si richiederebbe altres che colui che se ne servisse si dimostrasse in grado di saper discernere i vocaboli arcaici in uso prima del 1600, da quelli entrati nella pratica dopo tale data; tutte imprese che non avrebbe potuto compiere la "personalit subliminale" della medium, in quanto la personalit normale della medesima non aveva mai posseduto tali cognizioni; mentre le cognizioni stesse non avrebbero potuto esistere latenti da nessuna parte, e ci in quanto la struttura organica di una lingua  pura astrazione.
Stando le cose in questi termini, dovr concludersi razionalmente all'intervento di un'entit estrinseca alla quale fosse familiare la lingua di cui si  servita tanto correttamente e tanto spigliatamente. Ne deriva che l'ipotesi fantastica del "serbatoio cosmico" non regge di fronte alla prova dei fatti; per cui deve escludersi a sua volta dal novero di quelle capaci di dare complessivamente ragione del caso in esame.
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Come si  visto, il semplice fatto di esporre e discutere le ipotesi naturalistiche applicabili al caso di Patience Worth, ci condusse, volta per volta, a far capo alla seconda proposizione del dilemma formulato dal dottor Walter Prince, proposizione in cui si postula l'esistenza "di una causa operante pel tramite della subcoscienza di Mrs. Curran, ma estrinseca alla subcoscienza di lei".
A pagina 460 del suo volume, il dottor Prince, polemizzando col prof. Cory, osserva in proposito:
"Ci si concede che Patience Worth " eminentemente razionale, sana ed equilibrata", ma nel bel mezzo di tante razionalit ed equilibrate mentalit, si pretende rinvenire "un'ostinata e persistente illusione: quella di credersi vissuta in tempi remoti nel mondo nostro". Eppure - osservo a mia volta - non  illusione il fatto ch'essa conversa in un dialetto arcaico, estinto da secoli; non  illusione l'altro fatto ch'essa descrive contrade straniere col loro verace colorito locale; due circostanze che risulterebbero inesplicabili in rapporto a Mrs. Curran, ma che apparirebbero invece naturalissime qualora la presunta illusione di Patience Worth risultasse invece una realt; nel qual caso essa non farebbe che valersi dei ricordi della propria esperienza terrena, combinati a presumibili consultazioni spirituali, e alla sapienza acquisita in due secoli e mezzo di esistenza trascendentale. Non  illusione il fatto ch'essa manifesta una genialit letteraria meravigliosa, di cui Mrs. Curran non manifest mai il bench minimo indizio, ma che una intelligente e geniale contadinella potrebbe invece avere sviluppato in s nei secoli che trascorsero dopo la sua morte, data che la sopravvivenza risultasse un fatto reale, e che lo spirito fosse capace di progredire ulteriormente. Non  illusione che col manifestarsi di Patience Worth scatur all'improvviso una sorgente inesauribile di bellezza artistica, di spiritualit, di saggezza e di brioso conversare; sorgente perpetuamente variabile e perpetuamente identica a se stessa, nonch infinitamente diversa dal temperamento e dalle capacit intellettuali di Mrs. Curran. Vi  qualche cosa di grottesco nel concepire che una persona, o una "personalit" perfettamente sana ed equilibrata sotto ogni rapporto, brillante nella sua potenzialit intellettuale, mirabile per la sua logica impeccabile possa in pari tempo dimostrarsi vittima di una grande illusione ("delusione" sarebbe la giusta parola), che, per soprappi, avrebbe proprio a riferirsi alla sua personale identit e alle vicende della sua passata esistenza". (Ivi, p. 460).
Richiamo l'attenzione dei lettori sul brano citato del detto dottor Prince, le cui stringenti argomentazioni appariscono logicamente inconfutabili; giacch in base ad esse emerge che se il prof. Cory volle pervenire alla conclusione che Patience Worth era una "personalit subcosciente" della medium, dovette rassegnarsi a non tenere alcun conto delle numerose circostanze di fatto le quali provavano diametralmente il contrario! Ma come mai sarebbe razionalmente ammissibile affermare che Patience Worth era vittima dell'ostinata e persistente illusione di essere vissuta in terra, dal momento che non erano illusioni, ma fatti positivamente accertati, quelli enumerati dal dottor Prince; fatti che convergevano mirabilmente verso la dimostrazione che Patience Worth diceva il vero quando affermava di essere vissuta in un paese designato dell'Inghilterra, in epoca remota? Sarebbe invero curioso che in metapsichica si dovesse costantemente adottare un sistema di analisi e di sintesi invertito; vale a dire, concludendo sistematicamente, in opposizione a quanto dimostrano i fatti. Mi si potrebbe osservare che ben sovente le apparenze ingannano. Sapevamcelo; ma nel caso nostro l'obbiezione non regge, giacch ripeto che non erano apparenze, ma fatti incontestabili, positivi e inesplicabili quelli enumerati dal dottor Prince; tra i quali principalissimo quello di Patience Worth la quale conversa costantemente in un dialetto arcaico del diciassettesimo secolo, adoperando costantemente vocaboli d'origine anglo-sassone in uso ai tempi in cui diceva di essere vissuta, senza mai incappare nell'anacronismo di servirsi di vocaboli di origine latina penetrati nella lingua dopo il 1600. Si  visto in precedenza come tale circostanza di fatto non risulti neanche dilucidabile con l'ipotesi ultra-metafisica del "serbatoio cosmico delle memorie individuali".
Ne deriva che chiunque non intenda adottare il sistema di non tener conto alcuno dei fatti nell'indagine delle manifestazioni metapsichiche, dovr necessariamente concludere che l'unica ipotesi capace di spiegare complessivamente il caso di Patience Worth,  quella implicita nella seconda proposizione formulata nel dilemma del dottor Prince, e cio che Mrs. Curran fu semplicemente la medium pel tramite della quale si manifest un'entit spirituale assolutamente estrinseca alla di lei  personalit subcosciente e cosciente.
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CASO 8.
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Quest'altra notevolissima e voluminosa opera supernormale storico-letteraria si  venuta svolgendo in questi ultimi anni, a cominciare dal 1925. A quest'ora (1939) ne furono pubblicati cinque volumi, e con ci presumibilmente il magnifico documento medianico  giunto a compimento.
Ai primi quattro volumi  applicabile il titolo generico con cui si denomina il primo: "Gli Scritti di Cleopa", e ci in quanto sarebbero stati trasmessi dal medesimo gruppo di "messaggeri spirituali". L'ultimo volume, invece, sarebbe l'opera di un'altra gerarchia di "entit spirituali". Questi i titoli dei cinque volumi:
- The Scripts of Cleophas, Rider, London, 1928.
- Paul in Athenes, Rider,, London, 1930.
- The Great Days of Ephesus, Rider, London, 1933
- When Nero was Dictator, Fred. Muller, London, 1939.
- The Childhood of Jesus, Fred. Muller, London, 1937
I primi quattro volumi risulterebbero delle "cronache sacre" complementari ai "Fatti degli Apostoli", i quali pervennero a noi alterati e mutilati in causa delle persecuzioni sofferte dai primi cristiani, con le relative dispersioni e distruzioni delle loro "sacre scritture". Sarebbero stati trasmessi direttamente, o meglio, "ispirati" da un gruppo di "messaggeri spirituali", a capo dei quali si sarebbe trovato l'apostolo Cleopa, che fu l'uno dei due ai quali Ges apparve sulla via di Emmaus, dopo tre giorni dalla sua morte, e col quale sedette a cena nella citt omonima.
Il quinto volume: "The Childhood of Jesus" (La Fanciullezza di Ges) venne dettato alla medesima medium da un'altra gerarchia di "messaggeri spirituali", diretti da un'entit molto elevata la quale si nasconde sotto il pseudonimo di "Messaggero della Croce".
Ne discuteremo a suo tempo, ma gi da ora non sar inutile osservare che le complesse, e per noi oscure dilucidazioni fornite dai "messaggeri" in discorso circa le fonti a cui attinsero i ragguagli contenuti nei cinque volumi delle "cronache sacre", fonti ch'essi denominano "Il Grande Albero delle Memorie", s'identificano con l'odierna ipotesi dell'Etere Cosmico, la quale sottintende l'esistenza di una "Memoria Cosmica"; ipotesi dalla quale trasse origine l'altra affine, ma radicalmente diversa discussa in precedenza, in cui s'immagina l'esistenza di un "serbatoio cosmico delle memorie individuali". Come gi si fece rilevare, quest'ultima ipotesi appare gratuita e insostenibile, laddove la prima risulta legittima, nonch dimostrabile sulla base dei fatti; ci per ausilio di una categoria di fenomeni supernormali che si denomina "psicometria di ambiente". Per essa dovrebbe ammettersi che nell'etere rimangano indelebilmente impressi tutti gli eventi fisici e psichici costituenti la storia dell'universo creato; o, pi precisamente, che vi rimangano impresse, allo stato latente, tutte le vibrazioni fisiche e psichiche aventi un certo grado d'intensit, vibrazioni sempre suscettibili di essere ravvivate, trasformandole con ci in una esatta rappresentazione degli eventi fisici e psichici che le avevano determinate, cos come le vibrazioni della voce umana, o quelle musicali, rimangono impresse, allo stato latente, sul disco del fonografo, e risultano trasformabili a volont nella voce umana, o nel pezzo musicale che le aveva generate. Senonch, in entrambi i casi, per conseguire lo scopo occorre possedere la "punta d'innesco" con la quale provocarne la reviviscenza. Tale "punta d'innesco" noi la possediamo per il disco del fonografo; la possiedono certi speciali "sensitivi" per una sezione limitata di eventi fisici e psichici (psicometria); e, a quel che sembra, la possederebbero in una scala di gran lunga maggiore, i "messaggeri spirituali" qui considerati, capaci di consultare "Il Grande Albero delle Memorie".
Quanto alla differenza esistente tra l'ipotesi legittima della "Memoria Cosmica", e quella fantastica del "Serbatoio cosmico delle memorie individuali", informo ch'essa consiste in ci, che con quest'ultima si pretenderebbe che nell'etere cosmico rimanesse impressa la congerie infinita, quanto insignificante, delle vicende massime e minime, mentali e vissute, che costituiscono, l'esistenza di ogni singolo individuo; vicende che in realt rimangono invece indelebilmente registrate nel "serbatoio" (per servirmi della medesima parola) di ogni singola memoria individuale subcosciente, come dimostrano esperienze sonnamboliche con soggetti immersi negli stati profondi dell'ipnosi, stati in cui si assiste all'emersione meravigliosamente perfetta di ogni pi insignificante circostanza di vita vissuta; patrimonio mnemonico codesto il quale  perduto per l'esistenza cosciente di ogni singolo individuo, ma che si preserva intatto, allo stato latente, in attesa di emergere e divenire utilizzabile dopo la crisi della morte. Noto che l'esistenza reale di una "memoria integrale" subcosciente, risulta ulteriormente provata in base ai fenomeni della "visione panoramica" ("epilogo della morte"), quali si manifestano talvolta nelle crisi preagoniche, in cui al degente appariscono in successione rapidissima - quasi "panoramica" -, tutte le vicende della propria esistenza; fenomeni ben noti anche in sede della psicologia universitaria.
Per converso, nell'essenza eterica della "Memoria Cosmica" rimarrebbero impresse unicamente le vibrazioni degli eventi, fisici e psichici, aventi un grado d'intensit apprezzabile; vale a dire, che per l'ordine fisico si tratterebbe di tutto ci che si connette con l'evoluzione cosmogonica, e per l'ordine psichico, di tutto ci che fu vitalizzato in forza di stati emozionali intensi, o pensato e meditato con persistenza, nonch sopratutto fissato per iscritto. Ne deriverebbe che non vi sarebbero opere importanti del pensiero, le quali debbano considerarsi irremissibilmente perdute; giacch potrebbero sempre rintracciarsi, allo stato latente, le vibrazioni psichiche generate da chi le aveva pensate, vibrazioni rimaste impresse indelebilmente nell'etere cosmico; quindi suscettibili sempre di essere ravvivate, ottenendo con ci la riproduzione dei testi; bene inteso, sempre a condizione di possedere la "punta d'innesco" per provocarne la reviviscenza; "punta d'innesco" che possederebbero talune gerarchie di entit spirituali elevate, cos come noi possediamo la "punta d'innesco" per la reviviscenza delle vibrazioni impresse dalla voce umana, o da un pezzo musicale, sul disco del fonografo.
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La medium per ausilio della quale vennero dettate le opere notevolissime che mi accingo ad analizzare  Miss Geraldine Cummins, figlia del professore Ashley Cummins, di Cork (Irlanda), dottore in medicina. Essa  scrittrice forbita, e in pari tempo, anche un'abilissima giocatrice di "lawn-tennis"; tutto ci sia detto a testimonianza del perfetto equilibrio del corpo e dello spirito di lei.
Nel 1923 essa cominci ad esercitarsi nella scrittura automatica, insieme all'amica Miss Gibbes, e nel 1925 si ottennero all'improvviso i primi dettati riguardanti la storia del primo secolo della Chiesa.
L'entit che li dettava si firmava "Il Messaggero", e la scrittura si estrinsecava con la medium in condizioni di semi-trance. La matita scorreva velocissima sulla carta, e venivano dettate, senza pause, dalle 1400 alle 1500 parole per ora. Terminato il dettato, questo veniva subito sottratto prima che la medium si risvegliasse, giacch si voleva che quest'ultima rimanesse costantemente ignara del suo contenuto, allo scopo di evitare possibili interferenze della di lei subcoscienza. Tale misura di precauzione non impediva che lo scritto riprendesse invariabilmente al punto preciso in cui era stato interrotto.
Le persone che assistevano all'estrinsecarsi del dettato medianico non esercitavano influenza alcuna sul medesimo; per cui la medium accoglieva gentilmente chiunque desiderava assistervi. Cos avvenne che tali sedute si svolsero costantemente in presenza di medici, di preti cattolici, di pastori anglicani, di teologi, di storici, di giornalisti, nonch dei membri delle due "Society for Psychical Research": inglese e nord-americana.
Le sensazioni provate dalla medium durante l'estrinsecarsi del dettato erano quelle di una persona in sogno, la quale non ha potere alcuno sullo svolgimento delle fantasie sognate. Inoltre, provava l'impressione che il suo cervello fosse adoperato da un'altra individualit, la quale se ne servisse alla guisa di un telegrafista col suo apparecchio, o di una dattilografa con la sua macchina.
In merito alla genesi di questo "vangelo supplementare", il reverendo John Lamond, il quale fu tra quelli che assistettero alla sua estrinsecazione, osserva:
"Chiunque sia l'autore di queste "cronache sacre", esse non sono certamente il prodotto della mentalit subcosciente di Miss Cummins. Fu lei che le scrisse medianicamente, assistita dalla sua amica e presumibile coadiutrice, Miss Gibbes, ma il materiale di cui si compongono le cronache non poteva provenire in guisa alcuna da lei.  lecito porre a suo credito la bellezza letteraria della forma, ma le cronache intitolate: "Gli Scritti di Cleopa" non sono opera sua. In esse si rileva una stupefacente familiarit coi vocaboli in uso nel periodo apostolico dell'ra cristiana, una perfetta conoscenza delle citt e dei paesi di quell'epoca, mentre gli eventi storici che vi si svolgono sono descritti con tale vivacit di colorito locale, da non potersi ascrivere che a un testimone oculare; tutto, insomma, nel libro concorre a dimostrare che l'autore, o gli autori del medesimo, chiunque essi siano, si rivelano pienamente al corrente degli eventi da essi descritti, nonch in perfetta armonia di sentimenti con gli attori del dramma narrato. A tutto ci deve aggiungersi che Miss Cummins, allorch si estrinseca il dettato medianico, passa in condizioni di semi-trance; e l'impressione riportata da tutti coloro ch'ebbero ad assistere alle esperienze,  che le "cronache" in tal guisa ottenute, sono "ispirate" da un invisibile autore...
La narrazione aumenta d'interesse a misura che progredisce, e allorch sar completata (speriamo che ci avvenga), verranno rischiarati di nuova luce numerosi eventi ai quali - nei "Fatti degli Apostoli" - si accenna troppo fugacemente. La visita dei discepoli ad Emmaus, viene ampiamente descritta nelle cronache, come pure altri eventi del pi vitale interesse, riferentisi alla Resurrezione. Invero, negli "Scritti di Cleopa" si espone una nuova concezione della Resurrezione...
Il devoto lavoro di Miss Cummins, in quest'ordine di manifestazioni, le ha gi guadagnato la gratitudine di molti lettori, tra i quali un buon numero di teologi profondamente versati nella storia dei tempi apostolici, e nella letteratura dei vangeli apocrifi dell'epoca; e il verdetto unanime di questi ultimi intorno al grande valore degli "Scritti di Cleopa", merita la pi seria considerazione". ("Psychic Science", 1929, p. 337-338).
Un altro insigne teologo cattolico, il rev. canonico H. Bickerstett Ottley, termina un suo articolo dedicato agli "Scritti di Cleopa" con la seguente dichiarazione:
"Chi scrive ebbe due volte occasione di assistere personalmente all'estrinsecazione del "Messaggio" affidato alla strumentalit inconsapevole di Miss Cummins... Egli ha dedicato molti mesi allo studio e all'analisi diligentissima e severa degli "Scritti di Cleopa", analisi che i propri titoli accademici gli conferivano la necessaria competenza per intraprenderla. Inoltre, lo scrivente fa rilevare che aveva iniziato tale indagine dominato da uno spiccato preconcetto aprioristico che lo rendeva scettico in materia di ricerche che gi dall'infanzia aveva appreso a considerare "il dominio vietato delle comunicazioni spiritiche con la Vita che succede alla Morte". Orbene: chi scrive si ritiene in dovere di riconoscere che gli "Scritti di Cleopa" apportano all'odierna "Apologetica Cristiana", un contributo di suprema importanza, il quale si verifica proprio al momento in cui pi se ne sentiva urgente necessit". ("Journal of the S.P.R."; 1929, p. 91).
Miss Gibbes scrive:
"In merito all'autenticit supernormale degli "Scritti di Cleopa", deve tenersi in gran conto la circostanza che i medesimi vennero severamente analizzati e vagliati da parecchi teologi universitari, considerati le maggiori autorit in proposito, i quali furono unanimi nell'esprimere l'opinione che se gli "Scritti di Cleopa" sono in qualche guisa autenticamente trascendentali, essi risultano una delle pi importanti contribuzioni apportate alla cognizione del periodo apostolico della cristianit". Ed essi osservano che "in tali scritti sono da rilevarsi numerosi incidenti ed episodi, che a voler tenere il debito conto della coltura di colei che li dettava medianicamente, sono letteralmente inesplicabili nel senso che abbiano avuto un'origine umana... Cos dicasi di un gran numero di citazioni geografiche ed incidenti storici di cui pu controllarsi la veracit, come pure della frequente terminologia dei tempi apostolici...". "Fu appunto su tali rilievi che si esercit maggiormente la critica degli esperti in teologia, i quali li riscontrarono costantemente accurati, od autentici..." ("Light", 1928, p. 437).
Volendo citare qualche rilievo del genere, accenner al vocabolo "politarchai", che non esiste nella "Versione autorizzata" del "Nuovo Testamento", e che negli "Scritti di Cleopa"  usato quale una trascrizione nell'alfabeto moderno (translitterazione) dell'analoga parola greca usata nel testo degli "Atti" (XVII, 6). Accenner ancora all'altro vocabolo "Archon" (p. 161) inteso a designare il capo della comunit Ebrea ad Antiochia di Siria; vocabolo che risult corretto, in quanto si venne a conoscere che l'Imperatore Augusto, nell'anno II dell'ra nostra, lo aveva sostituito all'antico titolo di "Ethnarch".
Mrs. Barbara Mackenzie aggiunge quest'altra coincidenza geografica non rilevata dagli esperti in questione: "Negli "Scritti di Cleopa" avevo letto con vivo interesse il pittoresco episodio di Barnaba - lo scopritore di sorgenti - nell'arida pianura che circonda la citt d'Iconium. Orbene: mi accadde giorni or sono d'incontrarmi con un ufficiale il quale era stato prigioniero dei turchi, e confinato in quella medesima regione durante la guerra. Gli chiesi informazioni in proposito, ed egli osserv che la "descrizione datane negli "scritti" era mirabilmente accurata, e che intorno alla citt d'Iconium si estende un'immensa pianura desolata, totalmente priva d'acqua". ("Light ", 1928, p. 233).
Si  visto che il rev. John Lamond osserva, tra l'altro, che negli "Scritti di Cleopa" vengono rischiarati di nuova luce numerosi eventi ai quali negli "Atti degli Apostoli" si accenna troppo fugacemente. A titolo di esempio, riferisco uno di tali eventi.
Nel capitolo VIII, dei "Fatti degli Apostoli", si legge come la turba lapid Santo Stefano, e dal versetto 58, si apprende che "i testimoni misero gi le loro vesti ai piedi di un giovane chiamato Saulo". Siccome null'altro  detto in proposito, vien fatto di domandarsi: "Perch si comportarono in quella guisa? Che cosa significa quell'atto? E chi era questo Saulo?".
Ma ecco che negli "Scritti di Cleopa" l'episodio  narrato per esteso, e allora si comprende.
Saulo era un giovane (forse il Saulo divenuto San Paolo) che aveva speciali motivi d'irritazione contro Santo Stefano, il quale aveva suscitato in lui una fiera gelosia per le doti oratorie che lo distinguevano; doti che lo rendevano un temuto avversario di Saulo, tanto fra gli ebrei, quanto fra i cristiani. Saulo, per tanto, aveva assoldati alcuni popolani fra i pi mal disposti verso Stefano, incitandoli ad ucciderlo, fornendo loro denaro e indumenti, e ottenendo il suo malvagio scopo. Senonch, a delitto compiuto, gli assassini rimasero a tal segno impressionati per l'eroica fortezza del martire, "da sentirsene profondamente depressi ed atterriti, temendo di avere ucciso il prediletto del Signore". La narrazione cos continua:
"Allorch le fosche nubi dell'ira si dissiparono, essi abbandonarono sulla via il cadavere del santo, e andarono in cerca di Saulo, dicendogli: "Tu ci traesti a commettere una cattiva azione, e noi non vogliamo godere il prezzo di un delitto". Cos dicendo, essi gettarono ai piedi di Saulo i mantelli che loro aveva donati, ed anche il denaro pagato loro per assoldarli. Quindi se ne andarono con la desolazione sui volti ed il terrore nei cuori, giacch nell'ora in cui Stefano spirava nel martirio inflittogli, essi avevano scorto Dio a lui vicino".
Questa la descrizione semplice e circostanziata di un evento che nel testo dei "Fatti degli Apostoli" appariva inesplicabile per l'insufficiente ed oscuro accenno che ne veniva fatto. Questa volta, invece, tutti comprenderanno per quali motivi "i testimoni avevano messo gi le loro vesti ai piedi di un giovane chiamato Saulo". Noto che a norma dei fatti narrati, la parola "testimoni" del testo evangelico, dovrebbe considerarsi inesatta, giacch si sarebbe dovuto chiamarli "sicari", o "mandatari", o "assassini". Il valore teoricamente suggestivo delle concordanze analoghe a quella esposta, risiede nel fatto che quando si leggono narrazioni consimili negli "Scritti di Cleopa", e si comparano coi versetti corrispondenti, ma deficienti, dei "Fatti degli Apostoli", ci si persuade in modo razionalmente incontestabile che i fatti narrati debbano essersi svolti proprio come sta scritto nel dettato medianico, visto che tali narrazioni valgono ad illustrare i versetti oscuri del testo evangelico in guisa a tal segno esauriente, da non potersi immaginare un'altra versione che pervenga ugualmente a dare ragione del medesimo testo.
Quest'altro rilievo  importante. Nel terzo volume degli "Scritti di Cleopa" intitolato: "The Great Days of Ephesus" (Le grandi giornate in Efeso), si rinviene un passaggio che apparve una rivelazione provvidenziale al teologo inglese rev. Black.  noto che il vangelo di San Giovanni venne in luce, circa 90 anni dopo la morte di Cristo. Non poteva quindi essere stato scritto da "Giovanni il Discepolo"; il che, del resto,  storicamente accertato. Ne deriva che tale evangelo, il quale  anche il pi interessante, perch ricco di ragguagli che non si rinvengono negli altri evangeli, veniva ad essere esautorato, giacch chiunque ne fosse l'autore, sta di fatto che se fu scritto quasi un secolo dopo la morte del Redentore, allora l'autore non era in grado di conoscere tante precise informazioni sulla vita di Cristo, n di riferire le sue conversazioni, n di descrivere minuziosamente il suo martirio.
Il rev. Black riconosce tutto questo, e conclude osservando:
"Per ci che riguarda l'autore del quarto evangelo, tutti gli odierni studiosi dell'esegesi cristiana, sono unanimi nel riconoscere che vi sono tre "Giovanni" associati con tale perturbante quesito:
"Giovanni il Discepolo", colui che Ges prediligeva, il quale non ha scritto il quarto evangelo. Si sa, invece, con certezza ch'egli non lasci nulla di scritto.
"Giovanni l'Anziano", il quale  il probabile autore del quarto evangelo e delle tre Epistole. Egli, per, non  l'autore del libro delle Rivelazioni.
"Giovanni, il Veggente di Patmos", il quale scrisse il libro delle Rivelazioni.
Ed ecco che nel terzo volume degli "Scritti di Cleopa", intitolato: "Le Grandi giornate di Efeso", si rinviene questo passaggio rivelatore, il quale si riferisce all'identit di "Giovanni l'Evangelista":
"In seguito "Giovanni l'Anziano" divenne un Gran Santo. Egli abit lungamente in Efeso, e diede molto lavoro agli Scribi. Si trattava di scritti che riguardavano gli insegnamenti e la vita del Maestro Ges, quali "Giovanni il Discepolo", "colui che Ges prediligeva", gli aveva tante volte raccontato nei giorni della sua giovinezza, giacch Giovanni il Discepolo mai non restava dal parlarne con suo figlio, cos come lo istruiva su ci ch'egli aveva appreso nei suoi lunghi rapporti coi saggi di Alessandria. Quando, nella vecchiaia, Giovanni l'Anziano venne a stabilirsi in Efeso, scrisse col il suo Vangelo".
Il rev. Black cos commenta:
"In questo passaggio si contiene un prezioso e importantissimo contributo alla chiarificazione del tanto dibattuto quesito; e si tratta di una chiarificazione letteralmente nuova e impensata: Giovanni l'Anziano, l'autore del quarto Evangelo, era il figlio di Giovanni il Discepolo. Con tale inattesa quanta semplice dilucidazione, ci si trova d'improvviso liberati da tutte le perplessit e le dubbiezze che pesarono per secoli sulle coscienze dei teologi cristiani.
Concludendo: Per ci che riguarda il quarto Evangelo e le Epistole, tale ragguaglio, messo l per incidenza in un paragrafo dei "Messaggeri spirituali", risolve definitivamente l'annoso problema, cos come d ragione in guisa piana e naturale dei minuziosi ed intimi ragguagli forniti da Giovanni l'Evangelista intorno alla personalit di Ges Nazareno, sulle di lui conversazioni, sulle massime profferite, sulla sua passione, crocifissione, morte e resurrezione. Ne consegue che cos stando le cose, non si potr pi insinuare che l'autore del quarto evangelo, il quale scriveva dopo quasi un secolo dalla morte di Ges, non poteva conoscere i particolari che riferiva, e che perci egli aveva fatto della cronaca romanzata..." ("Light", 1935, p. 212).
Un'altra prova impressionante sull'autenticit supernormale di queste cronache venne fornita da una circostanza eccezionale. Nel 1931 il dottor Eisler pubblicava un libro intitolato: "Ges, il Messia", il quale suscit l'indignazione pi che giustificata di tutte le classi dei lettori inglesi. Egli aveva scoperto in un convento russo una copia delle cronache dello storico "Josephus", la quale era anteriore alle cronache stesse quali sono odiernamente conosciute. Queste ultime, come  noto, erano state preventivamente "censurate" ed epurate dai primi storiografi cristiani.
Ora in questa copia anteriore delle cronache in discorso, sta scritto, tra l'altro, che "Ges era quasi gobbo, curvo della persona, con faccia lunga, naso lungo, sopracciglia folte che si congiungevano nel mezzo...".
Orbene: nell'anno 1926, vale a dire cinque anni prima che fosse pubblicato il libro di Eisler, Miss Cummins scriveva automaticamente il secondo volume delle cronache di Cleopa, intitolato: "Paolo in Atene", in cui si rinviene una preventiva confutazione della ignobile calunnia accolta dallo storico Josephus, e rivelata per la prima volta nel libro del dottor Eisler. Tale passaggio si trova a pagg. 72-73, in cui San Paolo si scaglia con tutta la foga della sua eloquenza contro l'avversario Menehas, il quale aveva cominciato la sua arringa in contraddittorio, dichiarando:
"Ges, il cos detto Nazareno, fu da me conosciuto personalmente. Il suo sguardo era tutt'altro che affascinante, il suo aspetto tutt'altro che interessante. Egli era quasi gobbo, ripulsivo a guardarlo, con capelli lunghi femminili, divisi nel mezzo, collo storto e naso adunco come il becco di un uccello da preda".
Naturalmente Menehas mentiva, ma in pari tempo la circostanza dell'anticipata confutazione dell'ignobile calunnia quale si legge nelle "Cronache di Cleopa", vale a dimostrare che, da una parte, lo storico Josephus l'aveva registrata perch realmente circolava in ambiente avversario al movimento cristiano, mentre dall'altra, tale confutazione anticipata si trasforma in una prova incontestabile e impressionante sulla veracit storica delle "Cronache di Cleopa", quindi sulla genesi positivamente supernormale delle medesime, visto che fino a quando non venne in luce il libro del dottor Eisler, tutti al mondo ignoravano l'esistenza della storiella calunniosa in discorso.
E tutto ci non basta, poich nelle "cronache di Josephus" sta pure scritto che il processo e la crocifissione del Nazareno furono la conseguenza di un complotto politico per impossessarsi di Gerusalemme, e che i discepoli di Ges erano in realt dei congiurati politici.
Ora nel capitolo XVI di "Paolo in Atene" tale storia calunniosa  riferita da un gruppo di sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, alla quale risponde Paolo con l'abituale irruente sua eloquenza, confutandola ed annientandola. Nondimeno, era vero che un complotto di giovani ebrei, inteso a fomentare una rivoluzione, era stato scoperto a Gerusalemme, al quale per, era, assolutamente estraneo Ges Nazareno. Comunque, anche questa volta dovr convenirsi che se "Josephus" accolse tale accusa insussistente, ci significa che doveva circolare tra gli avversari del movimento cristiano, mentre dal nostro punto di vista, tutto ci dimostra pi che mai fino a qual punto siano autentiche ed accurate le cronache di Cleopa.
Infine, le cronache di Josephus insinuano che il Ges apparso agli apostoli nella resurrezione, era un di lui fratello gemello che gli somigliava a perfezione. Ora nel libro qui considerato si contiene una variante di tale terza calunnia (p. 76), secondo la quale il discepolo Giovanni, il quale somigliava perfettamente a Ges, erasi lasciata crescere la barba alla guisa in cui la portava Ges, nell'intento di farsi scambiare per Ges redivivo. Gi si comprende che San Paolo dimostra come anche questa storiella fosse un'ignobile invenzione dei sacerdoti del Tempio; ma, dunque, anche in quest'ultima menzogna si rinviene una particella di verit, per cui, lo storico Josephus appare in qualche modo giustificato per averle accolte tutte, e i primi cristiani risultano pi che giustificati per averle tutte soppresse, mentre le cronache di Cleopa che le riproducono, provano con ci quanto fossero perfettamente al corrente degli eventi del tempo i "messaggeri spirituali" che le dettarono a Miss Cummins.
...
Da un altro punto di vista: quello sulla natura della personalit medianica trasmettitrice degli "Scritti", sono ben sovente i rilievi insignificanti che risultano i pi suggestivi. Torner utile citarne qualcuno.
Miss Gibbes osserva:
"In varie occasioni il "Messaggero" aveva affermato che "Cleopa si valeva di numerose cronache dei tempi". Cos essendo, sarebbe risultato interessante il rinvenire qualche prova tendente a confermare tale asserto del "Messaggero". Noi eravamo rimaste molto imbarazzate allorch sui primi tempi della trasmissione dei "messaggi apostolici", uno di questi - ora incluso nel capitolo IV - s'inizi insolitamente in "prima persona". Il messaggio cos diceva: "Io fui lungamente in compagnia di Pietro, studiandomi di servirlo e di ascoltare ogni sua parola; giacch egli era uomo che trasmetteva ad altri la facolt di vedere "visioni", di sognare "sogni" attraverso la potenza radiosa della sua parola". Quindici mesi dopo, allorch si stava preparando per la stampa la prima serie degli "Scritti", si chiesero spiegazioni alla personalit comunicante intorno al paragrafo citato. Venne risposto:
"Dovete sapere che quando queste parole furono dettate, era nostra intenzione di tradurre nella vostra lingua, parola per parola, una cronaca antica di quei tempi, trasmettendola al mondo pel tramite di questa mano. Ma i nostri propositi cambiarono non appena scoprimmo che nei corpi spirituali delle due donne di cui ci serviamo, eravi potere sufficiente per ricevere da noi gli eventi contenuti in molte cronache. Cos essendo, le parole d'introduzione da noi dettate mesi or sono, non debbono intendersi come riferentisi a noi medesimi quando si viveva in terra, ma bens all'autore della cronaca da cui si ricavavano le nostre informazioni; le quali erano costituite da immagini che Cleopa coglieva dal grande "Albero dei Ricordi", per indi trasmetterle a noi, suoi "messaggeri", incaricati di trasformarle in termini accessibili agli uomini della generazione vostra. Comunque, sar bene sopprimere nel testo tali parole d'introduzione, e ci onde evitare confusione in coloro che leggeranno queste cronache".
Miss Gibbes cos continua:
"Conformemente, tali parole d'introduzione furono soppresse nel testo pubblicato. Noto che la spiegazione sopra riferita era assolutamente inattesa da tutti noi; come pure, noto che a voler giudicare dall'immenso materiale di fatti dettato in seguito a Miss Cummins, noi possiamo riconoscere per vera l'affermazione secondo la quale si erano mutati propositi dopo che si era valutata la grande capacit medianica dello "strumento" di cui si servivano; venendo, cio, nella determinazione di dettare alla medium una storia dei tempi apostolici di gran lunga pi estesa di quanto erasi convenuto in principio". ("Light", 1928, p. 152).
In merito agli scopi che si erano proposti gli spiriti comunicanti dettando alla medium le cronache in questione, ecco in quali termini essi ne parlano:
"Nostro proposito  quello di seminare nel cuore degli uomini della generazione vostra, il germe della fede nel Divin Maestro, in guisa che tale fede abbia nuovamente a rifiorire. Speriamo che il cuore degli uomini odierni accolga il nostro seme! Molti vi sono tra essi i quali immaginano che Cristo sia morto. Non  vero! Non  vero! Egli vive pi che mai, e rivivr nelle menti e nei cuori delle generazioni future con pi efficienza di prima!". ("Light",1929, p. 147)
Questi i loro propositi e le loro speranze. Ed ora  curioso e interessante l'apprendere al riguardo la opinione di un altro "spirito-guida" di Miss Cummins, al quale quest'ultima erasi rivolta per informazioni intorno al "Messaggero" che dettava le "cronache sacre". Lo spirito-guida aveva osservato:
"Da tempo un gruppo collettivo di spiriti, vigilava onde scoprire una sensitiva capace di ricevere attraverso il meccanismo del suo cervello, la storia delle origini del Cristianesimo. Ai membri di questo gruppo spirituale pareva che non potesse esistere migliore espediente di questo onde colmare l'orribile vuoto spirituale prodottosi negli animi della generazione odierna; vuoto terrificante, quando si osserva dal mondo spirituale... Cleopa e i suoi coadiutori ritenevano di provvedere agli uomini a panacea di cui abbisognavano rivelando loro la storia del periodo apostolico. Secondo me, essi non si rendono conto abbastanza che gli orizzonti mentali dell'umanit, si sono enormemente trasformati dai tempi in cui essi vivevano sulla Terra. Non si avvedono, cio, che nell'odierno consorzio umano non vi  quasi pi posto per la fede; l'umanit vuole arrivare allo "spirituale" attraverso il "materiale". ("Light", 1928, p. 194).
Dal che si apprende che lo "spirito-guida" di Miss Cummins dubita sull'esito della nobile impresa di Cleopa e dei suoi coadiutori, i quali si sarebbero proposti di trasmettere al mondo le cronache genuine dei tempi apostolici, nella speranza di redimere in tal guisa l'odierna umanit, riconducendola alla fede pura dei primi Cristiani nel loro Maestro. E molti fra i lettori, probabilmente, la penseranno come lo "spirito-guida" di Miss Cummins. Ma ci non ha importanza dal nostro punto di vista, e vale soltanto a confermare una verit da lungo tempo risaputa, ed  che non si diventa onniscienti pel semplice fatto di disincarnarsi; ma si rimane intellettualmente al punto in cui ci si trovava al momento della morte, assimilando bens rapidamente molte nozioni riguardanti l'ambiente spirituale in cui ci si trova, ma spogliandoci assai lentamente dei nostri preconcetti intellettuali, e intravvedendo oscuramente ancora molte verit spirituali, in merito alle quali, come nel mondo dei viventi,  dovere di ciascuno esercitare liberamente il proprio discernimento, dando origine, come sulla Terra, a molteplici opinioni pi o meno discordanti tra di loro.
Comunque, e indipendentemente dagli scopi pi o meno illusori che si proponevano le personalit spirituali comunicanti, deve convenirsi che i quattro volumi da essi dettati, riguardanti le cronache dei primi tempi del cristianesimo, risultano storicamente preziosi e interessantissimi alla lettura, mentre attraverso alle cronache stesse la figura di San Paolo giganteggia per la potenza della sua fede, per l'irruenza affascinante della sua eloquenza, e il genio organizzatore di cui d prova in ogni evenienza. Si rimane pertanto pi che mai convinti che se al fiero Saulo, persecutore dei cristiani, non fosse apparso Ges sulla via di Damasco, il movimento cristiano sarebbe morto sul nascere, senza lasciare traccia di s. Il vero fondatore del cristianesimo  San Paolo; il che, del resto, equivale a dire che San Paolo fu "l'Uomo del Destino".
Il quarto volume, intitolato: "Quando imperava Nerone",  straordinariamente movimentato e drammatico. Si divide in quattro parti, la prima delle quali riguarda il viaggio di San Paolo in Ispagna; la seconda si riferisce all'incontro di San Paolo con San Pietro in Roma, incontro preceduto da un segreto, drammatico colloquio di San Paolo con l'imperatrice Poppea: il pi grande dei mistici a contatto con la pi famosa delle cortigiane! Nella terza si assiste all'incendio di Roma, al quale segue il martirio di migliaia di cristiani, che legati in lunghe file a pali disposti nei viali del parco di Nerone, ardono a fuoco lento, mentre Nerone passeggia nel mezzo beandosi all'orrendo spettacolo. Nella quarta, sono descritte le ultime imprese dell'apostolato di San Paolo, il quale finisce per essere nuovamente tratto in arresto e sottoposto a un secondo processo, al quale presiede Nerone in persona, pronunciando sentenza di morte. Ne consegu che a brevi intervalli di tempo si svolsero in Roma i drammi del martirio di San Pietro, di San Paolo e di San Giacomo.
...
Per ci che riguarda il quinto volume, intitolato "La fanciullezza di Ges", osservo che risulta il complemento naturale degli altri quattro, ma fu trasmesso da una personalit spirituale diversa che si annunci sotto il pseudonimo di "Messaggero della Croce". Il contenuto della narrazione, come quello degli altri volumi che lo precedettero, risulta convalidato da nozioni geografiche, topografiche, storiche, linguistiche totalmente ignorate dalla medium e dai presenti, e risultate conformi a verit.
Si noti in proposito che vi furono designazioni topografiche le quali apparvero sbagliate agli stessi eruditi specialisti, ma che invece furono riscontrate esatte. Cos, ad esempio, il "Messaggero della Croce" aveva narrato di un'escursione di Ges, insieme all'anziano Heli, sopra un'altura dalla quale si scorgeva "il mare di Adria"; e quest'ultima designazione parve fantastica ai competenti in argomento. Senonch consultando gli antichissimi scritti del geografo greco Strabone, venne riscontrato che il mare che bagna le coste della Palestina si denominava in quel tempo "il mare di Adria".
Mi lusingo che questa volta gli oppositori non pretenderanno che il subcosciente della medium abbia compiuto il prodigio d'indovinare in guisa storicamente precisa, il nome con cui si designava, venti secoli or sono, il lembo di mare che bagna la Palestina.
Ora, siccome di tali dati di fatto controllabili e che la medium non poteva conoscere (visto che occorse l'opera di specialisti per arrivare a controllarne l'esattezza), se ne rinvengono in buon numero anche in questo quinto volume in cui si narra la "Fanciullezza di Ges", non sarebbe esatto affermare che si deve accoglierne la narrazione per un "atto di fede", giacch se i dati di fatto controllabili furono sempre riscontrati veridici, allora appare logico dedurne che le vicende incontrollabili debbano a loro volta risultare autenticamente supernormali, quindi meritevoli di essere prese in considerazione.
Dissi pensatamente "autenticamente supernormali", e non gi "autenticamente veridiche", poich riconosco che la circostanza di doverle considerare d'origine supernormale (vale a dire, escludendo l'ipotesi del subcosciente), non autorizza ancora a ritenere per veridiche le vicende narrate sull'infanzia e la fanciullezza di Ges; e ci tanto pi che talora vengono riferiti incidenti familiari che non potevano essere noti ad alcuno, all'infuori dei familiari stessi.
Cade pertanto opportuno il prendere in considerazione le dilucidazioni fornite in proposito dalle entit comunicanti.
Miss E. Gibbes, la coadiutrice della medium Miss Geraldine Cummins, narra nel "Light" (1938, p. 247) le proprie conversazioni al riguardo con "Il Messaggero della Croce", il quale aveva preannunciato che ricavava quanto si disponeva a dettare, dalla narrazione di un discepolo di Ges che lo aveva conosciuto da fanciullo. Risult dal dettato che il discepolo a cui egli alludeva era Giacomo, detto il piccolo, figlio di Maria Clopas, sorella di Giuseppe, quindi cognata della madre di Ges, e grande amica di quest'ultima. Il figlio Giacomo e la di lui madre avevano narrata la storia dell'infanzia e della fanciullezza di Ges ai "settanta discepoli di Efeso", i quali l'avevano accuratamente trascritta su pergamena, di cui si fecero numerose copie.
Maria Clopas ne aveva anche riferito ai discepoli di Ges in Antiochia; per cui furono due le pergamene scritte sul tema: l'una in Efeso, e l'altra in Antiochia. In seguito, la sostanza di entrambe venne condensata in una sola pergamena da uno Scriba di Antiochia, e il contenuto di quest'ultima sarebbe stato quello da cui ricav la sua narrazione il "Messaggero della Croce". Al qual proposito quest'ultimo, aveva osservato: "Egli vi aggiunse qualche ragguaglio, ed altri ne cancell; come, purtroppo, hanno per costume di fare gli Scribi".
Miss Gibbes domand: "Tu, forse, ci riferisci anche ci ch'egli aveva cancellato?".
Venne risposto: "Io mi propongo di fornirvi anche ci ch'egli aveva cancellato, ma l'impresa  ardua assai, giacch risulta troppo debolmente impressa nella pergamena invisibile del Tempo".
Al che, Miss Gibbes: "Io credevo che ogni pensiero fortemente pensato s'incidesse in qualunque caso indelebilmente nella "pergamena del Tempo".
Venne dettato: "S, sorella, cos ; ma quando ti trovi in presenza di due narrazioni, una delle quali  debolmente impressa e difficile a decifrarsi, in tal caso  un cmpito assai difficile il discernere quale delle due sia la pi veritiera".
Questo breve dialogo  teoricamente interessante, poich sottintende quanto feci osservare in principio, ed  che nella "pergamena invisibile" dell'etere cosmico, rimarrebbero indelebilmente registrati gli eventi fisici e psichici che costituiscono la storia dell'universo creato; il che, come si disse, avverrebbe sotto forma di vibrazioni fisiche e psichiche rimaste impresse, allo stato latente, nel mezzo eterico. E cos essendo, anche il contenuto di documenti importanti non pi esistenti vi si ritroverebbe; e questo sarebbe il caso della cronaca qui considerata in cui si conteneva la storia veritiera della fanciullezza: di Ges raccontata ai "settanta discepoli di Efeso" da Giacomo Clopas, da Maria Clopas, e da Maria, la madre di Ges. Niun dubbio pertanto che le fonti informatrici risulterebbero di primissimo ordine.
Riconosco che questi ultimi ragguagli circa le fonti a cui attinsero i "messaggeri spirituali" in discorso, combinati alle mie insistenti allusioni circa l'esistenza reale di una "memoria cosmica", non possono non apparire audaci fantasie per chiunque non sia iniziato alle indagini metapsichiche, per quanto l'odierna invenzione del "fonografo" renda per lo meno concepibile tale possibilit anche ai profani in argomento. Comunque sia di ci, ripeto che i fenomeni della "psicometria di ambiente indagati dalla metapsichica, e conseguibili a volont, s'identificano con la "memoria cosmica", provandone l'esistenza sulla base dei fatti. E cos essendo, apparirebbe vano e stolto l'ostinarsi a negare a priori una ipotesi a tal segno legittima da riuscire dimostrabile sperimentalmente.
Ci stabilito, osservo che il primo rilievo d'ordine generale da farsi in merito alle vicende della fanciullezza di Ges, consiste nel fatto - d'altronde prevedibile - che le vicende stesse risultano ben diverse da quanto si sarebbe dovuto attendere conforme all'ambiente leggendariamente idealizzato che circonda la personalit del fondatore del cristianesimo; cos come risultano ben diversi, nel carattere e nel modo di condursi, gli altri personaggi della "Sacra famiglia".
In altre parole: Ges appare bens un fanciullo predestinato, un veggente nato, Colui che doveva divenire il Maggiore dei Profeti di Dio, ma pur sempre il figlio dell'uomo, e, come tale, non esente da limitazioni umane. Giuseppe, il di lui genitore, appare in tutto un uomo dei suoi tempi, abile falegname e padre affettuoso, ma severo; per quanto giusto a modo suo; vale a dire nei limiti della sua circoscritta mentalit ciecamente infeudata alla legge di Mos. Ne deriv che non potendo egli comprendere la vocazione messianica del figlio, lo puniva severamente da bimbo, e quando raggiunse l'et della ragione, si trov in perpetuo disaccordo con lui. E in verit non pu non riconoscersi come tutto ci risulti logicamente molto pi naturale ed umano che il volerci presentare dei personaggi idealizzati al punto da trasformarsi in "comparse" artificiose e senza vita, in aperta contraddizione con l'ambiente semibarbaro in cui nacquero e vissero.
Maria, la genitrice, era una buona massaia, una madre amorosissima, una veggente e una mistica dalla nascita. Ebbe pertanto, l'intuizione - o, secondo le cronache, la rivelazione - di ci che doveva divenire il suo primogenito, ch'essa prediligeva su tutti i propri figli. Ma quanti dispiaceri doveva procurarle involontariamente questo suo primogenito in conseguenza del suo modo di condursi, troppo sovente contrario alla legge mosaica ed alle superstizioni dell'epoca, attirandosi addosso le riprovazioni degli "anziani", le ire dei "rabbi", le maldicenze delle "comari" del vicinato, e gli inevitabili rimbrotti paterni!
Tommaso, il figlio secondogenito, pi giovane di un anno di Ges era il favorito del padre; divenne a sua volta un abile falegname, mentre Ges non riusciva affatto nel mestiere paterno, provocando i rimbrotti di Giuseppe e il dispregio del fratello, il quale non poteva tollerare che Ges andasse in giro per le piazze a sputar sentenze, anzich lavorare assiduamente in bottega, come faceva lui. Tra i due fratelli erano continue le dispute, che Ges sosteneva serenamente, mentre Tommaso passava ben sovente la misura. Ed anche quest'altra deplorevole piega che avevano preso le relazioni domestiche, appare naturale e inevitabile, date le tendenze mistiche e messianiche di Ges, in aperto contrasto con la natura del fratello, giovane dei suoi tempi, e nulla pi.
Gli altri tre fratelli di Ges: Giacomo, Seth e Giuda, e la sorella Leah, rimangono figure in second'ordine.
Giova far cenno ancora a Maria Clopas, sorella di Giuseppe, la quale fu la grande amica e la consolatrice dell'altra Maria, madre di Ges. Essa condivideva con quest'ultima l'intuizione sul grande avvenire messianico di suo nipote Ges, e quando la cognata, afflitta dai rimbrotti di Giuseppe, o dalle accuse di Tommaso, o da quelle del vicinato, o del pedagogo, o dello Scriba, o degli anziani, sempre a proposito delle infrazioni alla legge mosaica perpetrate dal figlio, quando la povera madre appariva scoraggiata e delusa pi non credendo alla missione messianica di Lui, colei che riusciva a confortarla e a ridarle nuova fede, era la buona cognata Maria Clopas.
La giovinezza della madre di Ges, fu a sua volta piena di vicende dolorose. Essa, come il figlio primogenito, aveva facolt di "veggenza", ed era l'unica figlia di un pescatore sulle rive del mar di Galilea, il quale avrebbe desiderato un maschio, e tale suo disappunto si trasformava in indifferenza per la sua creatura. Maria, di natura sensibilissima, se ne accorava oltre misura, ed anzich cercare la compagnia delle altre fanciulle, si rifugiava nella solitudine dei boschi, il che si traduceva in uno scandalo inaudito per la gente del vicinato, in quanto tale modo di condursi era contrario ai costumi delle donne ebree.
Un giorno in cui essa tornava da una delle sue passeggiate solitarie, felice per avere avuto la visione di un angelo radioso il quale le aveva annunciato misteriosamente che colei che doveva diventare la madre del tanto atteso Messia era stata prescelta fra le donne del popolo, fu assalita dalle donne del vicinato che le lanciarono contro polverone e fango. Ma in quel mentre passava un giovane che la protesse, la difese e l'accompagn a casa sua. Quel giovane era Giuseppe, e da tale avventura ebbe principio l'amore di quest'ultimo per Maria. Dopo altre dolorose vicende occorse all'amata in altra sede, egli si decise a condurla con se a Nazareth, e poco dopo la fece sua sposa.
Maria aveva narrato al promesso sposo la storia delle visioni avute, nell'ultima delle quali erale apparso un fantasma radioso, s affermante l'angelo Gabriele, il quale avevale annunciato che lei, proprio lei, era stata prescelta ad essere madre del futuro Messia. Ma Giuseppe era rimasto incredulo: lui era un povero falegname, e quella profezia era troppo bella per essere vera.
Non  possibile riferire qui le molte vicende dell'infanzia e della fanciullezza di Ges, ma le conseguenze familiari delle medesime possono riassumersi nelle osservazioni d'ordine generale dianzi esposte; vale a dire che consistendo quasi sempre, in incidenti svoltisi fra le mura domestiche, o alla scuola, o nella strada, i quali rivelavano la vocazione messianica del fanciullo che gi d'allora ammaestrava con parabole e sentenze eloquenti, tali incidenti erano quasi sempre presi in mala parte da taluni di coloro che vi assistevano dando luogo alle pi svariate accuse d'infrazione alla legge di Mos, od ai costumi inviolabili del popolo ebreo; sia perch il fanciullo Ges non avrebbe dovuto contraddire le osservazioni dei "Rabbi " e degli "Scribi ", mentre Ges non mancava mai di farlo, per quanto rispettosamente; sia perch egli avrebbe dovuto obbedire ciecamente alla volont paterna, e Ges non obbediva quando tale volont contrastava con la sua vocazione messianica; sia perch non doveva, in giorno di sabato, provvedere il cibo a una vecchierella inferma, impotente a muoversi, e Ges le portava invece anche il fardello della legna, o commetteva il delitto di riaccenderle - in giorno di sabato - il focolare spento; o infine, perch lo vedevano sovente conversare con "Gentili", vale a dire coi greci od altri personaggi adoratori d'Iddii falsi e bugiardi.
E le cose giunsero al punto che per avversione al figlio di Giuseppe posseduto da Satana, i cittadini di Nazareth e i pescatori del mar di Galilea si recavano a Tiberiade, per le ordinazioni di lavori da falegname, o per le costruzioni di barche pescherecce, disertando la bottega di Giuseppe, con la conseguenza che gli spettri della miseria e dei debiti cominciarono a infestare l'ambiente domestico.
Ma finalmente si realizz un evento apportatore temporaneo di giustizia e di rinnovata prosperit nella tormentata famigliuola. Giuseppe con Maria si recarono in pellegrinaggio a Gerusalemme per le funzioni di Pasqua. Ivi, per una successione d'incidenti che non  il caso di riferire, i genitori smarrirono le tracce del figlio, e dopo averlo cercato ansiosamente dovunque, si recarono al Tempio per invocare l'aiuto di Dio. Col giunti, videro una calca di sacerdoti, di scribi, di farisei, di dottori della Legge, i quali parevano assorti nell'ascoltare qualcuno che parlava in mezzo a loro. Si avvicinarono, e con enorme stupore, riscontrarono che colui che tutti ascoltavano con raccoglimento estatico, era il loro figlio Ges! Maria non pot trattenersi dall'introdursi tra la calca dei grandi personaggi per abbracciare il figlio; e quando si seppe che quella donna era la madre di Ges, essa venne accolta con rispetto insieme a Giuseppe, e tutti fecero a gara per annunciare ai genitori che il loro figlio era predestinato a divenire un grande "Rabbi", fors'anche lo atteso Messia; e un ricco Fariseo colm Ges di doni e di denaro affinch potesse dedicarsi con agio alla grande missione cui era chiamato.
Finalmente i rapporti di Giuseppe col figlio primogenito eransi fatti improvvisamente normali, ed anche affettuosi. Quando i tre pellegrini: furono di ritorno a Nazareth, la grande novella si sparse dovunque, e coloro che pi avevano avversato Ges furono i primi a venire a congratularsi con chi aveva trionfato sui dottori della Legge, mentre le ordinazioni alla bottega di Giuseppe ricominciarono pi copiose di prima, apportando prosperit nella famiglia.
Ma la buona piega che avevano preso gli eventi doveva durar poco. Calmatasi la prima ondata di lieta e insopprimibile ammirazione dei conterranei per il trionfo di Ges nel Tempio di Gerusalemme, il pedagogo e gli Scribi, che in fondo all'animo avversavano pi che mai l'odiato Ges che troppo sovente li aveva messi alla gogna, ricominciarono a spargere insinuazioni calunniose, mentre il fratello Tommaso divenne pi aspro e intollerante di prima. E le cose giunsero al punto da provocare una rottura di rapporti tra fratelli, con la conseguenza che Tommaso pose al padre questo dilemma: "O via Ges, o me ne vado io".
Giuseppe e Maria ne rimasero costernati. Il carattere fiero e irriducibile di Tommaso rendeva inutile di provarsi a persuaderlo. Egli teneva gi pronto il proprio fardello per recarsi a lavorare a Gerusalemme nel caso che Giuseppe non acconsentisse a mandar via Ges. Ora Giuseppe, gi inoltrato negli anni, e sofferente di reumatismi che gli impedivano di lavorare, non poteva fare a meno di Tommaso, il quale era un abilissimo falegname quanto il padre. Ne deriv che quest'ultima disputa fraterna decise delle sorti di Ges, e si concluse con un episodio drammatico. Giuseppe chiam a s Ges, ordin a Maria e a Tommaso di andarsene, e rimasto solo col primogenito, cos gli parl:
"Ascoltami. Quando mi sposai con tua madre, essa era gi in condizioni di divenir madre. L'evento non era sfuggito alle donne del vicinato, che ne menarono grande scalpore, ed una di queste dichiar che si doveva dare un esempio. Io dovetti abbandonare Nazareth, e rifugiarmi in paese straniero, dove a suo tempo nascesti tu. Ma io dovevo guadagnarmi la vita, e solo a Nazareth tutti mi conoscevano; dovetti pertanto ritornarvi. E fu triste ritorno il nostro, perch le donne avevano indotto i loro uomini ad evitare la mia compagnia. Ma il tempo cancella anche i pettegolezzi delle femmine, e venne il giorno in cui si pot vivere e lavorare in pace. Ma ecco che tu, con le tue continue follie risvegliasti l'antico serpe della maldicenza... Tu non puoi rimanere a Nazareth... Per la pace di tua madre  necessario che tu te ne vada segretamente in questa notte medesima...".
Ges rispose: "Io nulla sapevo intorno alla mia nascita. Di che dunque sono colpevole?... Vorrai tu dunque che i miei fratelli pi non siano i miei fratelli, e che mia madre divenga una straniera per me?".
"S, - rispose Giuseppe - ma solo per qualche tempo. Verr giorno che tu potrai tornare a Nazareth, ma dovranno passare molte stagioni prima che questo fatale risveglio di un passato dimenticato abbia nuovamente a sopirsi...".
Nel cuore della notte Ges si allontan da casa, attraversando con passo cauto e con l'animo affranto i vicoli di Nazareth, per poi scomparire nella campagna... " (Ivi, p. 198-200).
Che pensare di queste rivelazioni intime? - Osservo com'esse appariscano confermate dalle vicende occorse allorch Giuseppe spos Maria. Egli, infatti, dopo averla sottratta alle angherie di uno zio che la faceva servire da cuoca e da cameriera in un misero albergo, l'aveva condotta a Nazareth. Ma non aveva tardato ad allontanarsene con la sposa, per trasferirsi temporaneamente lontano, in una localit dove nessuno lo conosceva. Ivi, in quel paese, era nato Ges; e dopo trascorsi parecchi mesi dalla nascita, Giuseppe con la famiglia torn a Nazareth. - Ora  palese che tale suo modo di condursi conferma il sospetto ch'egli intendesse sottrarre la sposa agli inevitabili pettegolezzi che avrebbe suscitato nel vicinato l'evento di un parto prematuro. E infatti il testo informa:
"Dopo la nascita di Ges, Giuseppe si asteneva dal rivolgere la parola a Maria. Appariva cupo, accigliato, come colpito da sventura irreparabile. Non si poteva ancora tornare a Nazareth per non risvegliare le male lingue delle donne del vicinato... Finirono per recarsi a Gerusalemme, onde compiere col la cerimonia della "circoncisione"... Maria, per quanto desolata, era sostenuta dalla fede, ed attendeva un "segno" celeste il quale dissipasse il fosco tendone di tenebre venuto a interporsi tra lei e Giuseppe.... Non appena s'inginocchiarono, osservarono che Simeone, il sacerdote, come se fosse ispirato, rivolgeva con fervore a Dio azioni di grazia per un grande evento in via di realizzarsi, e non tardarono a capire ch'egli si riferiva al bimbo che Maria recava in braccio, e lo indicava come il tanto atteso Messia, il Redentore del Mondo, la gloria di Israele...
Le gravi perplessit di Giuseppe si dissiparono all'istante. Non pi dubbi, non pi sensi di opprimente vergogna, non pi angustie per le maldicenze del vicinato in Galilea. Si rivolse a Maria e le sorrise, e Maria conobbe da quel sorriso che tutto andava bene, che le tenebre del dubbio si erano dissipate dalla mente di lui..." (Ivi, p. 47-48)
Da un altro punto di vista, e sempre seguendo il testo qui considerato, deve tenersi conto del fatto che Maria aveva in precedenza confidato al promesso sposo ci che doveva avvenire, raccontandogli ch'erale apparso l'angelo Gabriele per annunciarle ch'essa era stata prescelta per divenire la madre di un Messia il quale avrebbe regnato anche sui Gentili, dominatori del popolo ebreo; ma Giuseppe aveva ascoltato in silenzio, rimanendo incredulo. Deve nondimeno riconoscersi come tutto concorra a far presumere che Maria fosse sincera quando cos parl allo sposo, giacch il ricordo della visione avuta domin tutta la sua vita; ed anche le crisi di scoramento, quando il dubbio l'attanagliava in causa delle continue infrazioni di Ges alla legge Mosaica e le consecutive afflizioni che procuravano alla famiglia, anche tali crisi di dubbio non fanno che confermare la ferma credenza di lei nella realt di quanto erale occorso. Insomma, sta di fatto ch'essa vi credeva sinceramente, insieme alla cognata Maria Clopas. Non solo, ma se si tien conto del gran fatto che tale profezia si realizz pienamente nei secoli, allora si  tratti pi che mai a ritenere sincere le parole di Maria, e in qualche modo reale il fenomeno della visione dell'angelo Gabriele (che naturalmente potrebbe interpretarsi con l'ipotesi di una visione allucinatorio-veridica, premonitoria del grande evento che si preparava).
Dopo quanto esposto, come concluderne? Errore giovanile, o immacolata concezione? Tra queste due proposizioni del dilemma s'interpone un abisso d'ordine morale, religioso, spirituale, filosofico. E cos essendo, ho voluto esporre imparzialmente tutte le considerazioni che militerebbero in favore della seconda soluzione del misterioso enigma, lasciando liberi i lettori di pronunciarsi a seconda delle loro convinzioni ortodosse, scientifiche, o metapsichiche. Quanto ai teologi, gi qualcuno tra essi, si  pronunciato, osservando che l'episodio in discorso conferma il dogma della "Immacolata Concezione".
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Ges, scacciato ignobilmente dalla casa paterna, aveva ramingato qualche tempo per la campagna, per poi recarsi a chiedere consiglio alla grande amica della madre sua: Maria Clopas. Prima dell'alba, non visto da alcuno, era stato accolto nella casa ospitale; ed ivi rimase nascosto per qualche giorno; ma non era prudente che vi rimanesse a lungo e il marito di Maria decise di condurre Ges a Gerusalemme per impiegarlo presso un commerciante amico suo. E Ges erasi rassegnato al suo destino, per quanto desolato di dover rinunciare al proprio apostolato. Senonch, alla vigilia della partenza, risuon dalla strada un fischio a lui ben noto. Era il fischio con cui lo chiamava in passato l'anziano Heli, il romito del deserto, il quale aveva preso ad amare Ges. Questi aperse la porta, e si trov realmente al cospetto di Heli, che cos gli parl:
- Sono qui, perch tu mi chiamasti.
- S, pensavo ansiosamente a te; ma la mia voce non poteva giungerti nel deserto.
- Tu mi chiamasti insistentemente, una sera dopo l'altra. Allorch sedevo vicino al focolare mi giungeva la tua chiamata; ma la prima e la seconda volta io non pervenni a risolvermi; non cos alla terza invocazione pi che mai pietosa ed urgente. Eccomi qui, dopo avere percorso molte leghe nel deserto per venire; ben lieto di ritrovarti dopo tre anni.
- Mi porteresti con te nel deserto?
- S, s, ti porter con me. Ma prima confidami le tue pene. L'espressione del tuo volto rivela uno stato di passione straziante.
- Concedi, per ora, ch'io ti taccia le mie pene.
- S, comprendo. - E sospirando, il romito del deserto mormor: "Le vie del Signore sono oscure, e spaventarono me pure quando scossi dai sandali la polvere delle citt. Le vie del Signore sono luce radiosa, e mi fecero felice quando trascorsi la prima stagione fra le trib del deserto" (Ivi, p. 205)
E partirono insieme, per il deserto, in cerca della trib nomade dei Calderai; dal capo della quale furono accolti fraternamente, poich egli gi conosceva il romito Heli.
Ivi Ges rimase per alcune stagioni, rendendosi utile curando gli infermi, ed ivi compiendo il primo miracolo: quello di rendere la vista al vecchio padre del capo trib, il quale era cieco da vent'anni. E il vecchio, ricuperando la vista, aveva esclamato "Tu non sei soltanto Ges di Nazareth; tu sei Ges, l'atteso Messia".
E Ges era rimasto profondamente impressionato da quelle parole ispirate, esclamando quasi con terrore:
"No, no... Non ancora", e un brivido di agonia aveva scosso il Suo corpo. Poi riprendendosi, il Suo volto ridivenne sereno, e mormor: "Sia fatta o gran Dio la Tua Volont, non la mia".
E con questo dialogo fatidico termina il libro sull'infanzia e la fanciullezza di Ges.
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Tale brusca interruzione della narrazione biografica, proprio al momento in cui diveniva pi che mai interessante, lascia piuttosto male il lettore.
Che cosa avvenne di Ges allorch dovette abbandonare la casa paterna? Come trascorsero i dieci anni che s'interpongono tra la narrazione esposta e l'inizio del Suo apostolato?
Per buona fortuna, esiste un'altra serie di "rivelazioni trascendentali" in cui si risponde a tali interrogativi, e che mi dispongo a riassumere nel caso che segue.
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CASO 9.
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Nel libro del rev. Richard Arthur Bush: "Jesus Christ at Work" si contengono i "messaggi" da lui medesimo conseguiti medianicamente da un'entit s affermante l'ebreo Levi, sacerdote nel Tempio di Gerusalemme, il quale aveva informato di essere vissuto ai tempi di Ges Nazareno, e di averne ascoltata la predicazione.
Dal punto di vista della "Letteratura d'Oltretomba" tali messaggi sono sopratutto segnalabili per le mirabili descrizioni di ambiente, in cui la vita intima familiare, e quella pubblica del popolo ebreo, dominata da un odio implacabile e irreprimibile contro i conquistatori romani,  rievocata in ogni sua parte con tale efficacia vitalizzante, da indurre a concluderne che soltanto colui che l'aveva vissuta poteva compiere un simile prodigio narrativo.
Per non ripetermi, debbo astenermi dal riferire citazioni del genere, essendomi gi occorso di farlo nel primo volume delle mie "Indagini sulle manifestazioni supernormali" (pag. 101-118), al quale volume rimando i lettori.
Mi limito pertanto a riportare esclusivamente brani di messaggi in cui si narrano le vicende della vita di Ges dal ventesimo al trentesimo anno di et; vicende che si riassumono in un'esistenza di contemplazione e di preparazione all'apostolato, esistenza favorita dalla professione che Ges aveva scelta stabilmente per s: quella di dedicarsi alla pastorizia.
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Comincio dal segnalare talune concordanze fondamentali tra la serie dei messaggi dettati a Miss Cummins e quelli conseguiti dal rev. Bush.
Nel libro dettato a Miss Cummins dal "Messaggero della Croce" si legge quanto segue:
"Ora avvenne che Giuseppe fu colto dai suoi vecchi dolori ai lombi, che gli impedivano di lavorare, e Tommaso, oramai fattosi un giovane aitante e robusto, divenne il capo della bottega paterna. Ges serviva sotto di lui, e obbediva ai suoi ordini in tutto ci che riguardava il lavoro di bottega. Ma le mani di Ges apparivano inabili per l'opera che da lui si richiedeva: egli non aveva disposizioni naturali per l'arte del padre. Non perveniva a guidare con mano ferma la sega, non riusciva a modellare delicatamente i listelli, o a levigare convenientemente il legno con la pialla. E gli sprezzanti rimbrotti di Tommaso lo mortificavano senza tregua... Giuseppe qualche volta ammoniva cautamente Tommaso, osservandogli: "Non essere troppo aspro con Ges, giacch egli somiglia a sua madre, la quale in giovent era una sognatrice, e mai si dimostr abile nei lavori manuali casalinghi...". Ma Tommaso non desisteva dallo schernire Ges per la sua incapacit, inducendo i suoi giovani fratelli: Giacomo, Seth e Giuda, a farsi beffe di lui. Essi lavoravano tutti nella bottega, e a Ges era devoluto il compito di servirli tutti, trasportando il materiale e assistendoli da subalterno nei loro lavori...
Ne deriv che un giorno Ges cos parl alla madre:
"Un pastore da noi beneficato nell'inverno scorso, mi disse che se andavo con lui sulle colline dei pascoli, mi avrebbe insegnato la sua professione. Se tu sei contenta, io sar felice di accompagnarlo sulle colline. La vita in aperta campagna  in armonia con la mia natura contemplatrice, e la volta del cielo stellato sar per me pi generosa del tetto familiare".
Senonch Maria lo supplic di non andare, osservando: "Sulle colline dei pascoli vi sono i rapinatori che uccidono i pastori. Avevo gi parlato con tuo padre di questo tuo desiderio; ma egli non ne volle sapere, ed anch'io non lo desidero".
Cos avvenne che Ges rimase in bottega a servire i suoi fratelli, sopportando in silenzio i loro scherni atroci..." (Ivi, p. 181-183).
"Nondimeno, pi tardi, Giuseppe non osteggi pi la vocazione di Ges per la pastorizia, e un giorno si espresse in questi termini con Maria: "Ges non pu pi rimanere in questa casa. Lo manderemo a fare il pastore, come aveva desiderato".
Quindi chiam a s Ges, e cos gli parl: "Figlio mio, tu desiderasti di fare il pastore, ed io non voglio ostacolare pi oltre il tuo desiderio. Sono preparato a lasciarti andar via, impartendoti la mia benedizione".
Senonch questa volta fu lo stesso Ges che recalcitr, poich aveva cominciato ad ammaestrare la giovent di Nazareth con parabole e sentenze appropriate, ottenendo la redenzione di parecchi giovani di perverse tendenze, e non si sentiva d'interrompere il suo apostolato cos bene iniziato.
Maria aveva supplicato Giuseppe a non essere spietato, e Giuseppe non aveva insistito..." (Ivi, p. 195).
Ma si svolse improvvisa l'ultima fiera disputa di Tommaso con Ges, in conseguenza della quale Ges dovette ugualmente rinunciare al suo apostolato in Nazareth, per andare ramingo nel deserto insieme ad Heli, l'eremita.
Ora, cos essendo, appare naturale che l'antico desiderio di Ges di dedicarsi alla pastorizia, rinascesse in lui durante le peregrinazioni nel deserto, e ch'egli risolvesse in tal senso il problema del guadagnarsi la vita.
Ne deriva che in base a quanto esposto, emerge palese che la seconda serie di messaggi ottenuti dal rev. Arthur Bush, conferma, completandola, la narrazione contenuta nella prima, riguardante la professione desiderata da Ges per guadagnarsi la vita, e poi scelta stabilmente in causa dello svolgersi di eventi che lo costrinsero ad abbandonare il paese natio.
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Ed ora, ecco come si esprime in argomento il sacerdote Levi, nei suoi messaggi:
"Ges cominci come apprendista nel mestiere del padre suo, il quale era un falegname di grande abilit; ma quando Ges raggiunse la maggiore et scelse la professione di pastore, giacch tale professione gli permetteva di vivere in piena campagna, e di ramingare per la pianura collinosa, per le fresche vallate, lungo i corsi d'acqua, mantenendosi sempre a contatto con la natura. Egli passava lunghe vigilie in silenziosa comunione col cielo stellato e i misteri dell'invisibile, guadagnando in tal guisa forza spirituale nelle continue meditazioni. Egli era consapevole della presenza a s intorno di entit spirituali, le quali non erano sempre invisibili per Lui. Si rivelavano talora al Suo sguardo di veggente, e qualche volta assumevano forma obbiettiva. Prima che iniziasse la sua predicazione, Egli era gi noto come il pastore sempre buono e fedele, sempre incensurabile nelle Sue contrattazioni coi compagni, sempre gentile con tutti e in qualunque occasione, sempre disposto a ricevere torti senza lagnarsene, sempre pronto a perdonare le offese; dal cui labbro non si udiva mai una lagnanza o un mormorio, anche quando stagioni di carestia facevano patire la fame.
"Voi potete accogliere come assolutamente autentiche queste mie informazioni circa la professione di pastore esercitata da Ges Nazareno. Egli, per, curava il proprio gregge, non gi il gregge altrui. Dovete sapere che ai miei tempi l'essere padrone di un gregge era considerato un nobile possesso; e i pastori non erano disprezzati come ai tempi vostri. Gli ebrei li stimavano e li rispettavano... Vedete dunque che Ges aveva ben scelta la professione che meglio confaceva per Lui onde guadagnarsi il pane quotidiano". ("Jesus Christ at Work", p. 217- 218).
E qui volendo riflettere serenamente sulle informazioni cos mirabilmente concordanti, nonch complementari, fornite dalle due "rivelazioni" in esame, dovrebbe riconoscersi com'esse risultino di gran lunga pi verosimili e razionali delle leggende fantastiche esistenti intorno al modo con cui Ges avrebbe trascorso gli anni della giovinezza; tra le quali vi  anche quella ch'Egli avrebbe compiuto lunghi viaggi d'istruzione nell'estremo oriente, compresi l'India lontanissima ed il Tibet. Quanto invece pi verosimile e logica la versione datane dalle due entit spirituali comunicanti, secondo le quali il padre avrebbe insegnato al figlio il proprio mestiere di falegname (nulla, invero, di pi naturale), ma che il figlio non avendo disposizioni per tale professione e sentendosi invece portato alla vita contemplativa, scelse la professione di pastore, come quella che lungi dal contrastare con la propria vocazione, la favoriva! Non sono forse queste le probabilit di vita che umanamente, praticamente risultino le pi verosimili in rapporto alle circostanze di ambiente in cui Egli visse? E non sono forse di gran lunga pi verosimili anche le dolorose vicende familiari create dal contrasto irriducibile tra il carattere morale, sublime ed eccezionale di Ges con quello pratico, fiero, ma normale del fratello Tommaso? Direi quasi che si sente, si comprende, si ha l'intima persuasione che in tal senso, e inevitabilmente in tal senso abbiano ad essersi svolti gli eventi familiari e pubblici riguardanti Ges Nazareno durante gli anni che precedettero quelli della Sua predicazione, visto che non era possibile che i di lui familiari e i conterranei potessero comprendere ed apprezzare un carattere morale infinitamente pi elevato di qualsiasi altro esistente nel tempo in cui Egli visse ed esercit il proprio apostolato.
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Passando a trattare dell'aspetto personale di Ges, e delle concordanze che si riscontrano in proposito tra le due rivelazioni in esame, osservo che nel libro recensito in precedenza, e dettato medianicamente a Miss Cummins, non si rinviene una descrizione vera e propria della figura di Ges; soltanto degli accenni intercalati qua e l nelle narrazioni degli eventi; ma in tali accenni si allude a contrassegni personali d'ordine essenziale, i quali concordano esattamente con quelli riferiti nella descrizione piena ed intera che dell'aspetto personale di Ges fornisce il sacerdote Levi.
Allorch Maria Clopas torna a Nazareth dopo quattro anni di assenza, e si reca a casa di Giuseppe, viene descritto in questi termini il suo incontro con Ges, allora un bimbo:
"Maria Clopas, fissando quel bimbo sottile e slanciato, dai capelli di un nero corvino, lo accolse fra le sue braccia, dicendo a Maria: "Io lo riconobbi subito per tuo figlio, poich  l'immagine di ci che eri da bimba, col medesimo sguardo vagante e mistico di creatura a s, che non potr mai confondersi con la moltitudine..." (Ivi, p. 58)
In altro episodio casalingo, cos si parla dell'aspetto di Lui: "Tutti fissarono lo sguardo sulla figura slanciata e sottile di Ges, che appariva sulla soglia..." (Ivi, p. 117).
Allorch i genitori smarrirono le tracce di Ges a Gerusalemme, la narrazione cos comincia: "Essi chiedevano ai pellegrini se avessero incontrato un giovinetto slanciato e sottile, dai capelli neri, che si chiamava Ges..." (Ivi, p. 131).
Come si vede, i contrassegni personali che da tali accenni possono ricavarsi sono scarsi e insufficienti; tuttavia risultano d'ordine essenziale, quindi importanti per il confronto tra le due descrizioni dell'aspetto personale di Ges. Teniamo conto pertanto che negli accenni esposti si afferma ch'Egli aveva i capelli neri, di un nero lucido corvino, e che la sua figura era slanciata e sottile, ma non gracile.
Ed ora, ecco la descrizione che dell'aspetto personale di Ges riferisce il sacerdote Levi:
"Discutevo sovente di quest'uomo straordinario coi miei colleghi in sacerdozio, e coloro tra essi che lo avevano udito, convenivano con me ch'Egli era persona illuminata dallo spirito di Geova. Coloro che non si erano mai trovati in Sua presenza naturalmente si dimostravano scettici. I giovanetti e le fanciulle erano specialmente attratti a Lui. Un fascino magnetico emanava dalla Sua persona, e la giovent sentiva in Lui un amico pi che un Maestro. Aveva un sorriso che era una festa in s stesso, e pareva avvolgere in un abbraccio le persone. Era di statura superiore alla media, slanciato ed esile di complessione, ma non delicato. Aveva capelli neri, non gi biondi: neri; ma di un nero che riluceva, ed era un lustro ben diverso da quello conferito dai grassi. La Sua bocca era giusta ed espressiva, e quando sorrideva lasciava scorgere due file perfette di denti. Aveva il mento tondo e morbidissimo; le mani bellissime e femminee, salvo che la pelle appariva abbronzata dal sole e alquanto rude. Quanto agli occhi, essi penetravano con lo sguardo nei recessi delle anime. Nessuno poteva guardarlo senza provare la sensazione di essere stato svuotato di tutto il contenuto della propria coscienza, e di vedersi spiritualmente denudato dinanzi a Lui. Era uno sguardo indefinibile: attraeva, blandiva, affascinava, respingeva, faceva vergognare di s stessi; ma in pari tempo appariva a tal segno esuberante di bont, di piet, di compatimento per tutti, che redimeva e guariva senza l'imposizione delle mani...".
Questo il ritratto eloquente, fisico e spirituale di Ges Nazareno quale viene descritto dal sacerdote Levi; ritratto che concorda esattamente con gli accenni che di Lui sono fatti nei messaggi dettati a Miss Cummins. Per converso, gi si comprende che le due descrizioni differiscono radicalmente da quelle tradizionali a noi tramandate dagli artisti di tutti i tempi. Senonch la tradizione e gli artisti derivarono erroneamente le loro descrizioni dalla famosa lettera che il sedicente Publio Lentulo, governatore della Giudea, avrebbe inviato al Senato di Roma. Tale lettera esiste negli archivi del Vaticano, ma disgraziatamente  apocrifa, ed  una contraffazione perpetrata nel secolo dodicesimo. In essa si affermava che il Nazareno portava divisi sul capo i cappelli, i quali erano di un biondo rossiccio, e gli pendevano sugli omeri, terminando in un semicerchio inanellato. Ora siccome gli ebrei, come tutti gli orientali, sono invece nerissimi di capelli, ne deriva che appare assai pi attendibile la versione data dalle due "rivelazioni" in esame.
Noto che tali conclusioni risultano teoricamente importanti da un altro punto di vista, ed  che se nelle due circostanze in discorso si fosse trattato di "mistificazioni della subcoscienza", anzich di "spiriti comunicanti", in tal caso la mano dei pseudo-mediums avrebbe dovuto descrivere Ges Nazareno in base alle nozioni tradizionali in argomento, nozioni profondamente impresse nelle subcoscienze degli automatisti. Ne consegue che se ci non avvenne, allora non poteva trattarsi di automatismo subcosciente, ma di genuini interventi estrinseci.
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Dopo le concordanze fondamentali e notevolissime sopra riferite, mi rimane da segnalare una lieve discrepanza di nomi a proposito dell'episodio dianzi riferito in cui Giuseppe e Maria recatisi al Tempio di Gerusalemme per la cerimonia della "circoncisione", ebbero ad ascoltare dalla bocca di Simeone, sacerdote, una profezia sul grande avvenire messianico riservato al bimbo che Maria recava in braccio.
Ora tale episodio  riferito anche nei messaggi dell'ebreo Levi, ma il nome del sacerdote ispirato  diverso. Egli narra:
"Mi trovavo nel Tempio allorch Maria port il bambino Ges per la cerimonia della "circoncisione", e ascoltai dal labbro di Zaccaria le parole ispirate in cui si vaticinava genericamente ci che doveva avvenire per opera del bimbo di Maria. A cerimonia compiuta, io benedissi il bimbo e la madre. Poi discutemmo tra di noi sulle parole fatidiche udite; e siccome gli ebrei attendevano un Messia che venisse a liberarli dal giogo di Roma, salutammo in quel bimbo il probabile auspicato redentore del suo popolo. Cos dicendo, mi riferisco ai pochi che udirono le parole di Zaccaria, le quali non furono divulgate, ma custodite in segreto nella mente di un manipolo di persone amiche di famiglia... Io ne discussi a lungo con lo stesso Zaccaria, ma senza pervenire a conclusioni precise circa il valore profetico delle parole ispirate..." (Ivi, p. 220).
Dunque, secondo l'ebreo Levi, il nome del sacerdote ispirato era Zaccaria, non gi Simeone; e siccome egli afferma di avere discusso la profezia con lo stesso Zaccaria, dovrebbe concludersi ch'egli probabilmente  nel vero, mentre l'altra entit comunicante, narrando eventi ricavati da una pergamena trascritta da uno Scriba il quale aveva fatto per conto suo delle aggiunte e delle correzioni,  razionale inferirne che l'errore dovrebbe presumibilmente ascriversi all'arbitrio dello Scriba stesso. In ogni modo, si tratta di un errore che dal punto di vista teorico appare insignificante.
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Concludo pertanto ricordando che questa seconda narrazione riguardante l'infanzia e la giovinezza di Ges Nazareno, fu conseguita pel tramite di un medium che non conosceva l'altra medium con la quale fu ottenuta la prima; al qual proposito deve aggiungersi ch'essi abitavano in contrade diverse, e avevano conseguite le narrazioni in esame nel medesimo torno di tempo, quando non era ancora avvenuta la divulgazione per le stampe dell'una o dell'altra raccolta di "rivelazioni trascendentali"; il che vale a dimostrare l'assoluta indipendenza con cui furono dettati medianicamente i due testi; ci che risolve in una prima prova indiretta in dimostrazione della loro genesi supernormale, immune da qualsiasi interferenza suggestiva ed autosuggestiva.
Alla quale viene ad aggiungersi una seconda prova indiretta nel medesimo senso, ed  che in entrambe le narrazioni si contengono citazioni geografiche, topografiche, linguistiche ignorate dai mediums e risultate esatte, nonch descrizioni mirabili di ambienti orientali risultate veridiche, come pure, di costumi familiari del popolo ebreo a tal segno lontani da ci che avrebbe potuto immaginare una mentalit dei tempi nostri, da escludere ogni possibilit che potessero sorgere in mente ai mediums che le dettarono; e ci tanto pi che per convalidarle si dovette ricorrere a laboriose indagini di specialisti nelle discipline storiche, geografiche, linguistiche, teologiche ed etniche.
Viene quindi ad aggiungersi una terza prova indiretta, pi d'ogni altra efficace, la quale consiste nella concordanza che si riscontra tra le due narrazioni per ci che si riferisce alle vicende personali di Ges e dei suoi familiari.
Infine, una quarta prova indiretta consiste in ci che si  rilevato or ora, ed  che se si fosse trattato di "mistificazioni subcoscienti", i dettati pseudo-medianici avrebbero dovuto riprodurre pi o meno fedelmente il carattere e le sembianze dei personaggi biblici quali erano registrati nelle subcoscienze degli automatisti, laddove invece tali personaggi non solo risultano radicalmente diversi, nel carattere e nel sembiante, da ci che li aveva creati la leggenda, ma si trasformano in personaggi umani, realmente viventi ed agenti nell'ambiente che loro compete; ben diversi, cio, dalle "comparse". idealizzate e senza vita a noi tramandate dai secoli.
Ci stabilito, giova non dimenticare quanto si fece osservare in precedenza al riguardo del quesito - a tutta prima imbarazzante - vertente sulla circostanza che nelle "Cronache Sacre" dettate medianicamente a Miss Cummins si rinvengono numerosi incidenti d'ordine strettamente familiare ed intimo riguardanti la "Sacra Famiglia ", i quali non potevano essere noti ad alcuno, all'infuori dei familiari stessi. Come si disse, le personalit medianiche avevano fornito spontaneamente le debite spiegazioni, secondo le quali, essi avrebbero ricavato tali ragguagli dal "Grande Albero dei Ricordi", alludendo con ci simbolicamente al fatto di averli ricavati da una cronaca dei tempi, non pi esistente, in cui si conteneva la narrazione che i familiari di Ges Giacomo Clopas, Maria Clopas, e la madre stessa di Ges, avevano fatto ai "Settanta discepoli di Efeso" sull'infanzia e la fanciullezza di Lui.
Qualora pertanto si fosse potuto dimostrare come tali dilucidazioni delle entit comunicanti risultassero in qualche guisa convalidabili sperimentalmente, solo in tal caso i numerosi incidenti riguardanti l'intima vita familiare di Ges assumerebbero un alto valore probativo, in quanto le fonti dei medesimi non avrebbero potuto risultare pi dirette e di "prima mano" di cos.
Ora,  precisamente a tal riguardo ch'io feci rilevare come le dilucidazioni stesse, le quali sarebbero apparse fantastiche ed assurde or fa mezzo secolo, apparivano invece plausibilissime odiernamente, e ci in base alle prove sperimentali in tal senso fornite dalla nuova scienza della "metapsichica", per quale viene dimostrato che nell'"Etere Cosmico" (corrispondente al simbolico "Grande Albero dei Ricordi" di cui parlano le personalit medianiche), vengono registrate indelebilmente, allo stato latente, tutte le vibrazioni fisiche e psichiche aventi un certo grado d'intensit; vibrazioni irradiate dai fenomeni della natura e dall'umanit pensante ed agente, nonch trasformabili a volont nella rappresentazione, o nella "audizione" degli eventi che le avevano generate, cos come sul disco del "fonografo" rimangono impresse, allo stato latente, le vibrazioni della "voce umana", o di un "pezzo musicale", trasformabili a volont nella voce umana, o nel pezzo musicale che le aveva generate. Al qual proposito io avevo insistito sul fatto che tali conclusioni lungi dall'essere fondate sopra un'ipotesi, erano invece dimostrabili sperimentalmente per ausilio di una classe di manifestazioni supernormali che si denomina "psicometria di ambiente", in cui un "sensitivo" il quale si trovi a passare in localit dove siasi svolto un dramma di sangue, o una solenne cerimonia storica, o un cataclisma tellurico, tutti eventi dal medesimo ignorati, e non importa se lontani nel tempo secoli e millenni, li vede svolgersi a s dinanzi in ogni pi minuziosa particolarit, come in una pellicola cinematografica, e se si tratta di eventi importanti pensati e scritti con trasporto emozionale in quell'ambiente, ne ascolta subbiettivamente la storia.
A titolo di esempi, ricordo in riassunto due casi del genere recenti e memorabili: quello dello storico George Gissing, il quale giunto a Cotrone, in Calabria, vede svolgersi a s dinanzi, non gi il panorama di Cotrone odierna con le rovine del Tempio, ma scorge il Tempio qual era ai tempi di Pitagora, vede sfilare per le strade di una Cotrone antichissima processioni pagane, e assiste allibito al massacro sulla spiaggia del mare dei soldati mercenari di Annibale, per ordine di quest'ultimo, dopo ch'essi eransi rifiutati d'imbarcarsi con lui alla volta di Cartagine. (George Gissing: "By The Ionian Sea", p. 83-85).
E pi addentro ancora nei millenni ci trasporta quest'altra scena impressionante apparsa alla medium del dottor Wood: Miss Rosemary (colei pel tramite della quale si manifesta una principessa egizia, la quale prova l'esser suo parlando la lingua egiziana di 3300 anni or sono, nonch descrivendo in modo meraviglioso l'ambiente dei suoi tempi). Accadde un giorno che durante un'escursione sul monte Mendips nel Somerset (Inghilterra), la medium cadesse improvvisamente in "trance", e allora vide sfilare a s dinanzi un'orda selvaggia di esseri umanoidi, dalle sembianze bestiali, fronte sfuggente, mascelle prognatiche, velloso il corpo, coperto in minima parte da pelli, braccia lunghe e penzolanti, i quali correvano a sbalzi con ginocchia ripiegate, nonch armati di fionde e di clave di selce, emettendo ruggiti e non parole. Essi palesemente si avviavano a un combattimento. Il dottor Wood fece indagini in proposito, dalle quali risult che molti anni prima, nella valle di Ebbor Gorge, localit dalla quale provenivano quelle orde umanoidi, erano stati rinvenuti in gran numero strumenti di silice, punte di lancia, utensili dell'et della pietra, in base ai quali gli antropologi ne avevano concluso che nella valle di Ebbor Gorge aveva vissuto una trib di "uomini delle caverne", epoca che risale a circa 20.000 anni or sono. (Doct. Frederick Wood: "Life Eternal", p. 17-18).
E qui, dopo avere riferito due episodi di cui le rappresentazioni psicometriche di un passato remotissimo assumono modalit eccezionali, quindi assai rare, aggiungo alcuni brani ricavati da una relazione del dottor Wood in cui egli riassume alcuni altri episodi occorsi con la propria medium Miss Rosemary, episodi molto pi modesti e relativamente comuni, i quali presentano sugli altri il vantaggio di opere in qualche guisa pi o meno controllabili. Il dottor Wood scrive:
Il fenomeno delle "impressioni eteriche" di eventi passati, risulta un tema fra i pi affascinanti delle indagini psichiche, in base al quale si apprende che gli eventi importanti o drammatici occorsi in una data localit, sono reviviscenti, in quanto le vibrazioni emesse dagli eventi stessi rimangono indelebilmente registrate nell'etere ambiente, e per legge di "reversione", si svolgono dinanzi alla percezione subbiettiva dei "sensitivi", i quali assistono in tal guisa alla riproduzione degli eventi che le generarono.
Quando accade a Miss Rosemary di attraversare una localit in cui sia occorso in passato qualche evento importante, o emozionante, o drammatico, essa normalmente nulla avverte, ma "Lady Nona" (la principessa egiziana di cui si disse), nella successiva seduta, riferisce le "impressioni eteriche" da lei osservate accompagnando la medium. Cos, ad esempio, una volta in cui Miss Rosemary era passata vicino al fiume Ouse nell'Huntingdonshire, Nona rifer che aveva visto delle schiere di soldati con elmo in testa i quali cercavano un punto adatto per guadare il fiume; e un altro analogo incidente di soldati in marcia accadde pi oltre, nel Northamptonshire. Ora, entrambe le visioni risultarono connesse con la guerra civile del tempo di Cromwell. Nella seconda delle visioni stesse, essa aveva osservato che i soldati di Cromwell entravano in una grande fattoria da un punto del muro esterno; in cui non esistevano porte. Orbene: io pervenni a constatare che in quel punto del muro era esistita nel secolo diciassettesimo una porta, la quale fu in seguito turata con mattoni, sopra i quali era stato disteso un intonaco generale che copriva interamente la parete esterna della fattoria.
Tale fattoria, secondo Lady Nona, era "infestata"; ma, in linea di massima, le "impressioni eteriche" di cui si tratta sono destituite di vitalit, per quanto le immagini appariscano attive e in movimento - come nel cinematografo, - ed anche si odano risuonare voci e parole - come nel fonografo, - e si provino financo sensazioni olfattive. I soldati nella fattoria in discorso furono uditi da Nona chiedere a gran voce cibo e bevande, mentre l'ambiente era saturato da un acre sentore di cuoio e di cavalli.
Nona ci disse che tali "ricordi eterici" erano comparativamente facili a percepirsi nelle localit tranquille della campagna, dove nessun altro evento importante pi recente era intervenuto a sovrapporsi ad essi, con la conseguenza che le influenze contrastanti e perturbanti erano ridotte al minimo..." (Doctor F. Wood: "After Thirty Century", Rider, London, 1935, p. 35-36).
Mi sono alquanto diffuso nel fornire esempi di "psicometria di ambiente" pensando ai molti lettori che probabilmente ignoreranno l'esistenza di tale portentosa propriet fisica dell'etere cosmico, propriet che in ambiente filosofico prende il nome di "Memoria Cosmica", e che odiernamente  resa concepibile per l'analogia che a noi fornisce il disco fonografico; mentre dal nostro punto di vista, in tale prodigiosa propriet dell'etere risiede la soluzione del quesito perturbante qui considerato.
Emerge, infatti, palese che in presenza dei fenomeni del genere esposto, vale a dire dei prodigi retrocognitivi a cui si assiste nelle esperienze della "psicometria di ambiente", esperienze conseguibili a volont, purch si disponga di un buon "sensitivo psicometra", nonch pienamente convalidabili ogni qual volta si tratti di eventi che vi si prestino, emerge palese - dico - che in presenza di risultanze sperimentali in tutto corrispondenti a ci che aveva narrato il "Messaggero della Croce" circa le fonti a cui aveva attinto gli eventi narrati, nulla d'inverosimile pu rinvenirsi ancora nella narrazione stessa.
E una volta eliminata quest'ultima imbarazzante perplessit, riacquistano tutto il loro valore teorico le prove indirette sopra enumerate; per cui ci si sente autorizzati a concluderne che questa volta si tratta di messaggi genuinamente medianici, positivamente estrinseci ai mediums ed ai presenti, dal contenuto in piena armonia con l'ambiente in cui vissero i personaggi descritti, nonch in perfetto accordo con le risultanze a cui si giunse indagando le manifestazioni metapsichiche d'ordine retrocognitivo: dunque in presenza di messaggi meritevoli di essere presi in considerazione.
Ci posto, ripeto ancora che questa volta non si  costretti ad accogliere le rivelazioni del genere con un "atto di fede", giacch vi  quanto basta per conferir loro validit scientifica; e per quanto non si tratti di validit scientifica sufficiente per formulare giudizi conclusivi, essa appare nondimeno ragguardevole in quanto i fenomeni in esame, considerati nel loro complesso, non sono interpretabili con ipotesi naturalistiche.
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CASO 10.
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Passo a riferire due casi famosi, il secondo dei quali risulta complementare del primo, e ci in guisa a tal segno non comune, da risultare teoricamente di un'importanza eccezionale, nonch parecchio imbarazzante. Alludo con ci a due recenti pubblicazioni, in una delle quali, venuta in luce nell'anno 1923, per cura di Gustave Simon, si contengono i processi verbali sulle esperienze medianiche di Victor Hugo nell'isola di Jersey, pubblicazione sulla quale venne inaspettatamente a inserirsene un'altra, apparsa nell'anno 1932, per cura di Henri Azam, in cui sono riuniti i processi verbali delle di lui esperienze con una medium privata, la quale era una modesta madre di famiglia, figlia del popolo, e priva totalmente di coltura letteraria. Il libro s'intitola: "Symbole": "La Tombe Parle".
La circostanza straordinaria per la quale viene a stabilirsi un rapporto indubitabile tra le due pubblicazioni consiste in ci: che la personalit medianica la quale si firmava col pseudonimo di "Symbole", aveva affermato di essere quella medesima che presiedeva alle sedute di Victor Hugo nell'isola di Jersey, regolandone lo svolgimento; affermazione che apparve convalidata in guisa impressionante dal contenuto di entrambe queste serie di messaggi medianici in versi e in prosa, nei quali, tanto nelle liriche stupende, quanto nella prosa immaginosa, le personalit medianiche si esprimono in uno stile caratteristico letteralmente identico, il quale, per soprappi, risulta lo stile che caratterizza l'opera intera, in versi e in prosa, di Victor Hugo, la quale, come tutti sanno, si distingue da qualunque altra, presente e passata, per l'esuberanza delle immagini, per la frequente accentuazione declamatoria o biblica, per il periodare brevissimo, pei geniali emistichi incastonati nei versi, e sopratutto per le sfilate interminabili delle antitesi e delle allitterazioni.
Ora, questa triplice identit d'ispirazione letteraria, tanto nei pregi insigni, quanto nei difetti implicanti una esuberante genialit, suscita un quesito metapsichico formidabile, nonch assai arduo a risolvere, poich nessuna ipotesi a disposizione dei competenti risulta capace di darne complessivamente ragione, come a suo tempo dimostreremo.
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Ci premesso, per la chiarificazione preliminare del duplice tema che mi accingo a trattare, comincio col riassumere brevemente il contenuto sostanziale delle esperienze medianiche di Victor Hugo, la cui pubblicazione ebbe per effetto di suscitare in Francia, e un po' dovunque, una interminabile sequela di critici faciloni, i quali si sbizzarrirono a fare del bello spirito, commentando a modo loro, discutendo intorno a un tema che ignoravano, e sentenziando in termini inappellabili. Non  il caso di tener conto delle scempiaggini espresse al riguardo dagli incompetenti, e talora anche dai competenti obnubilati da preconcetti di scuola; il che, per, non impedisce di dover ammettere che questa volta ci si trovava in presenza di parecchie perplessit teoriche le quali giustificavano fino a un certo punto taluna fra le gratuite ipotesi proposte a soluzione del quesito emergente dal complesso delle perplessit medesime, tra le quali eravi quella dianzi accennata sulla sorprendente identit di stile, di forma e di sostanza tra la produzione poetica trasmessa dal tripode medianico, e l'opera poetica di Victor Hugo; mentre le altre perplessit consistevano nella circostanza inverosimile di tanti grandi personaggi defunti i quali si fossero dati convegno a casa di Victor Hugo, e nell'altra circostanza pi che mai assurda dei numerosi personaggi-astrazione che si manifestavano abitualmente nelle sedute, quali "L'Ombra del Sepolcro", il "Leone di Androcles", "La Morte", "La Critica", "L'Idea", "Il Romanzo".
In merito ai due ultimi motivi di perplessit, mi affretto ad osservare che i medesimi risultano facilmente sormontabili, giacch dall'attenta lettura del volume emerge palese che i nomi dei grandi uomini e dei personaggi-astrazione non erano che pseudonimi assunti da un'unica personalit, ovvero da parecchie personalit medianiche, le quali non intendendo rivelare l'esser loro, assumevano nomi simbolici corrispondenti al tema svolto sul momento. Ci che, del resto, una di tali personalit fittizie, interrogata in proposito da Mad. Hugo, aveva dichiarato esplicitamente, informando che i nomi e i pseudonimi con cui venivano firmati i messaggi, erano puramente simbolici e conformi al tema che si veniva dettando. Al che Mad. Hugo aveva osservato: "Allora vuol dire che gli spiriti si divertono a mentire?". Venne risposto: "Assumere un pseudonimo non significa mentire". Al qual proposito giova rilevare che nessuno dei grandi personaggi i cui nomi venivano, palesemente dettati per affinit di pensiero con temi svolti, non ebbe mai la velleit di fornire prove di identit personale; segno codesto che non si trattava di "personificazioni sonnamboliche", le quali, invece, si abbandonano con volubilit incosciente a simili audaci quanto disastrosi tentativi.
Gi si comprende che gli sperimentatori, pur non dubitando circa l'intervento di entit spirituali estrinseche, per avevano ripetutamente discusso intorno alla presenza reale della maggior parte dei grandi personaggi che loro si manifestavano, giungendo alla conclusione che doveva trattarsi di una sola personalit spirituale. Cos, ad esempio, a pagina 216, Victor Hugo appone la seguente nota alla seduta:
"Augusto Vacquerie rileva a ragione che non si riscontrano somiglianze tra i versi dettati questa sera, e gli altri cominciati da Eschilo nella precedente seduta. Vi  piuttosto identit di stile tra i versi dettati questa sera e le strofe dettate sere or sono da Shakespeare. Ora, questa confusione in cui Eschilo  caduto tenderebbe a far pensare che gli spiriti che si manifestano non siano parecchi, bens un solo spirito il quale, assume, a seconda delle circostanze, nomi diversi".
Senonch, a pagina 206, si legge una nota di Gustavo Simon, il quale era uno del gruppo, cos concepita:
"Molire, Eschilo, Shakespeare, Andr Chnier, nel dettare i loro versi s'interrompono frequentemente, si riprendono, esitano, cancellano, rifanno. "L'Ombra del Sepolcro", invece, detta i suoi versi meravigliosi e la sua prosa eloquente, senza esitazioni di sorta, senza faticare, correntemente. Ne deriv che quando Victor Hugo rivolse a Molire la sua domanda in versi, noi chiedemmo anzitutto se Molire era sempre presente, e credemmo che il tripode medianico avesse risposto affermativamente; ma siccome la lunga risposta in versi venne dettata rapidissimamente e senza esitazione alcuna, ne concludemmo che Molire non era pi presente. Si chiese nuovamente chi fosse lo spirito comunicante, e venne infatti risposto: "L'Ombra del Sepolcro".
Come si vede, tale osservazione correggerebbe in parte quella precedente, ma solo in parte e cio dovrebbe dirsi che gli sperimentatori avevano finito per convincersi di trovarsi in presenza di parecchie entit spirituali, le quali per si manifestavano sotto multipli nomi presi ad imprestito, ovvero letteralmente simbolici; ci che anche odiernamente risulta l'unica interpretazione capace di dare ragione del complesso dei fatti.
 anche interessante il rilevare che quando la personalit se affermante Shakespeare detta delle magnifiche strofe, pur correggendo frequentemente prima di arrivare alla dizione definitiva; quando ci avviene, interviene frequentemente Victor Hugo suggerendo per conto proprio dei mutamenti nei versi, e se qualche volta la personalit comunicante si rifiuta ad accogliere la variante dell'Hugo, per lo pi vi accondiscende. Cos, ad esempio, a pagina 183, la personalit comunicante detta il seguente verso:
"Un ange lut pardon, vous criviez douleur".
Victor Hugo osserva: "Io trovo quest'ultimo verso pi bello della strofa in cui si trova, ma lo modificherei in questo senso:
"Vous criviez douleur: un ange lut pardon".
Ti pare che io abbia ragione?".
Venne risposto: "S". Non solo, ma la personalit medianica rifece la strofa intera, conforme l'osservazione del poeta vivente, e la dizione definitiva fu la seguente:
"Vous avez fait, mon Dieu, la vie et la clmence,
Et chacun de vos pas est marqu par un don.
C'est  votre regard que tout amour commence;
Vous criviez: douleur, un ange lut pardon".
Ora questa curiosa e interessante collaborazione tra lo spirito comunicante e il poeta vivente, concorre a dimostrare che l'intelligenza che poetava pel tramite del tripode medianico non poteva essere il subcosciente del medium, dal momento che ben sovente non andavano d'accordo nella dizione dei versi. E cos essendo, concorre esso pure a convalidare ulteriormente l'ipotesi generica d'interventi estrinseci nelle esperienze in esame.
Ne consegue che in base a quanto si venne esponendo, ci si trova gi in grado di affermare che le perplessit teoriche vertenti intorno ai troppo numerosi grandi personaggi che si manifestavano nelle esperienze di Jersey, come l'altra sui "personaggi-astrazione" che si avvicendavano con gli altri, possano considerarsi eliminate; ma non pu affermarsi altrettanto dell'altra perplessit inerente alla circostanza inesplicabile della sorprendente identit tra lo stile, la forma e la potenza d'ispirazione poetica delle personalit medianiche, con lo stile, la forma e la potenzialit dell'ispirazione geniale di Victor Hugo. Niun dubbio pu sussistere in proposito, giacch in questo volume si contengono delle splendide liriche improntate a un'ispirazione Victorhughiana cos elevata e potente, da doversene inferire che se figurassero tra le opere del poeta sarebbero considerate tra le migliori da lui scritte. E quando si pensi che la personalit medianica pi elevata in fra tutte: quella che aveva assunto il pseudonimo di "Ombra del Sepolcro", improvvisava dei capolavori poetici senza mai interrompersi, senza mai correggere, senza mutamenti di sorta, laddove Victor Hugo era bens capace di fare altrettanto, ma per alla condizione che gli fosse accordato il tempo necessario a meditare il tema, nonch a limare laboriosamente i versi fatti; quando si pensi a tutto ci, c' da rimanere ammirati fino allo sbalordimento, cos come avveniva per l'opera altrettanto perfetta e potente di "Patience Worth", da me discussa in precedenza.
Victor Hugo aveva rilevato con una certa apprensione tale identit pericolosa tra la sua propria dizione e ispirazione poetica, e quella del tripode medianico; ci che aveva finito per preoccuparlo seriamente, poich temeva che nel giorno in cui, dopo la sua morte, si fossero pubblicati i verbali delle esperienze di Jersey, qualcuno avrebbe potuto sospettare ch'egli avesse abbellito la propria produzione poetica appropriandosi i versi conseguiti medianicamente. Di tali sue preoccupazioni si hanno le prove nelle note da lui apposte alle esperienze stesse, tra le quali la pi esplicita  la seguente, ch'egli aggiunse a un proprio manoscritto in cui si contiene una sua lirica sul "Lion d'Androcls":
"Nella raccolta delle esperienze medianiche ottenute pel tramite di mio figlio Carlo, si trova una risposta del "Lion d'Androcls" a questo mio componimento poetico(2). Io alludo in margine a un simile fatto, poich si tratta di un fatto, e cio di un fenomeno strano al quale ebbi ad assistere numerose volte, e cio di un fenomeno che odiernamente si rinnova, dell'antico tripode degli oracoli. Un tavolino a tre piedi detta versi mediante colpi alfabetici, e in tal guisa emergono dall'invisibile delle strofe poetiche. Gi si comprende che io non ho mai intercalato nei miei versi un solo verso scaturito dal mistero, n alle mie idee, una sola di tali idee. Io volli sempre religiosamente lasciarle all'Invisibile che le aveva dettate, suo legittimo autore. Non volli neanche subirne il riflesso. Ne ho scartato persino l'influenza. Il lavoro del cervello umano deve rimanere in disparte, e nulla derivare dall'Invisibile che in tal guisa si manifesta. Le manifestazioni dell'Invisibile sono un fatto, e le creazioni del pensiero umano, un altro fatto". (Ivi, p. 14-15).
A questo punto sorge spontanea la domanda: Se d'interventi estrinseci si trattava, chi erano dunque le personalit spirituali che si manifestavano nelle esperienze di Jersey? E sopratutto, chi era l'entit che si occultava sotto il pseudonimo: "L'Ombra del Sepolcro", grande quanto Victor Hugo, ma che su di lui aveva il vantaggio di sapere improvvisare dei capolavori senza mai correggere, o mutare una sillaba?  a questo punto che il mistero diviene impenetrabile, giacch i critici faciloni i quali se la sbrigarono sentenziando che le personalit medianiche comunicanti non erano altri che la personalit subcosciente dello stesso Victor Hugo, non tennero conto delle circostanze in cui si svolsero molte sedute, circostanze inconciliabili con tali conclusioni. Infatti, risulta dai verbali delle sedute, che ben sovente Victor Hugo non vi assisteva, nelle quali circostanze venivano ugualmente dettate liriche magistrali, sempre in perfetto accordo con lo stile e l'ispirazione di Victor Hugo. Vi furono critici i quali cercarono di sormontare la difficolt osservando che le sedute si tenevano a casa del grande poeta, ambiente saturato dalla sua influenza; ci che, secondo i critici in discorso, avrebbe reso possibile alle personalit sonnamboliche comunicanti di esprimersi col di lui stile anche in assenza del poeta; affermazione audace e gratuita, ma che in ogni modo  inconciliabile con l'altro fatto che talora le sedute si tennero a casa del Vacquerie e del Gurin, assente Victor Hugo, e malgrado ci le personalit medianiche continuarono a dettare versi e prose d'intonazione schiettamente Victorhughiana. Si noti ancora che una volta, allorch una personalit medianica era occupata a dettare un lungo e potente componimento poetico, il medium principale Charles Hugo, dovette andarsene per non mancare a un appuntamento. Il posto fu preso dal Vacquerie e da Mad. Hugo, senza che il dettato poetico avesse a soffrirne menomamente. E ci non basta, poich dopo qualche tempo anche il Vacquerie dovette andarsene, e il suo posto venne occupato dal Gurin; il che non imped che il componimento in versi continuasse a venir dettato, come se nulla fosse occorso. Infine, tocc a Victor Hugo di doversene andare, e il corso della dettatura poetica non ne sofferse affatto! Tale incidente  teoricamente notevolissimo, poich tende a dimostrare una volta di pi che quelle personalit medianiche non erano il "prodotto collettivo dell'intelligenza dei presenti", bens dovevano essere personalit spirituali indipendenti, la cui intelligenza si manteneva inalterata malgrado tanti mutamenti nel gruppo dei "sensitivi".
Ne deriva pertanto che l'ipotesi delle "creazioni psicofisiche collettive" deve considerarsi impotente a dare ragione dei fatti, mentre l'altra discussa in precedenza, secondo la quale la personalit comunicante era l'Io subcosciente di Victor Hugo, risulta a sua volta eliminata in base alle considerazioni fino ad ora esposte.
Dichiariamolo francamente: ci si trova in presenza di un imbarazzo teorico eccezionale, tanto pi che l'ipotesi spiritica, per quanto la pi razionale, non ha per s nessuna inferenza diretta da far valere; e solo possono allegarsi in suo favore alcune inferenze indirette consistenti nel fatto che si ottenevano contemporaneamente delle buone prove d'identificazione personale di defunti, i quali fornivano le loro generalit, o parlavano in lingue ignorate dal medium.
Cos, ad esempio, avvenne che una sera si manifest allo scrittore Kesler, scettico irriducibile, lo spirito di una sua antica amante, la quale diede il nome di Maria, dichiarando di "manifestarsi per catechizzare l'incredulo". Il Kesler chiese di quale Maria si trattava: sua nonna? Maria Alva? L'entit replic, semplicemente "Maria", ma in pari tempo si dichiar gelosa per un medaglione che Kesler portava nascostamente al collo. Il che era vero. Kesler domand ancora: "Ma perch sei stata scelta proprio tu per venirmi a convincere?". L'entit comunicante rispose: "La donna che si  amata passa avanti a tutti gli altri amori. Dio le confida il compito di messaggera". S'inizi quindi un dialogo, alla fine del quale il Kesler chiese, per essere convinto, che l'entit rispondesse a una sua domanda mentale. Venne risposto: "Pugnale". Il Kesler trasal, e ne aveva ben donde. Quindi spieg: "Verissimo: questa parola si riferisce a una scena drammatica occorsa tra me e lei, durante la quale essa si colp con tre pugnalate". Tale incidente era totalmente ignorato da tutti i presenti.
In altra seduta, alla quale assisteva l'inglese Mr. Pinson, si manifest a quest'ultimo un di lui fratello defunto, il quale diede il proprio nome, e inizi con lui una lunga ed intima conversazione in lingua inglese. Fungeva da medium Charles Hugo, il quale ignorava totalmente tale lingua. Il Pinson, impressionatissimo, per quanto era stato rivelato, si alz chiedendo che siccome si trattava di segreti di famiglia, non venissero registrate n le domande, n le risposte.
In un'altra circostanza, si manifest il grande poeta inglese Lord Byron, al quale il signor Gurin chiese un distico in lingua inglese, e ci a titolo di prova d'identificazione, visto che nessuno dei presenti conosceva tale lingua. Lo spirito del poeta vi si rifiut sdegnosamente, ma rispose per lui un'altra entit, dettando questo bellissimo distico appropriato, e in lingua inglese:
"Vex not the Bard: his lyre is broken;
His last song sung, his last word spoken".
(Non tormentate il Bardo: la sua lira  spezzata. L'ultimo canto egli l'ha cantato, l'ultima parola l'ha detta).
Infine, dovrebbe aggiungersi anche il caso del poeta Andr Chnier, il quale, probabilmente, risult l'unico grande personaggio defunto il quale si trovasse realmente presente: e si  indotti a inferirlo in base alla circostanza ch'egli  anche l'unico poeta, tra i molti che si manifestarono, il cui verseggiare non ha nulla di comune con l'ispirazione poetica di Victor Hugo. Egli, al contrario, si dimostra se stesso, mantenendosi mirabilmente fedele a quella ispirazione idilliaca ed elegiaca che lo caratterizzava in.vita. Da notarsi in proposito ch'egli, per invito del Vacquerie, aveva intrapreso il compito non comune di completare da morto parecchi suoi componimenti poetici che nell'edizione delle sue opere furono pubblicati allo stato di "frammenti"; ci in causa della tragica sua fine sotto la mannaia della ghigliottina, e la consecutiva dispersione dei suoi manoscritti. Ora egli pervenne a completare tutti questi frammenti poetici, mantenendone inalterata la forma e l'ispirazione. Una sera, durante tale laboriosa fatica, Victor Hugo aveva chiesto:
"Questi versi tu li componi a misura che li detti?".
Venne risposto: "No".
"Allora sono versi tuoi, che ora ricordi?".
Venne dettato: "S" (p. 79).
Tale affermazione ebbe una curiosa riconferma pratica, poich in un'altra sera in cui il poeta aveva dettato una serie di versi piuttosto scadenti e confusi, Augusto Vacquerie gli osserv:
"Gli ultimi dodici o quindici versi da te dettati mi sembrano confusi ed oscuri. Che cosa ne pensi?".
Venne risposto: " vero".
Victor Hugo interloqu, chiedendo: "Puoi tu dirci da che cosa deriva questo improvviso perturbamento nell'espressione delle tue idee?".
Venne risposto: "Pi non ricordo i versi originali" (p.112).
Ne deriva che in base agli incidenti esposti, apparirebbe pi che mai probabile ch'egli fosse realmente presente in ispirito, e che trasmettesse medianicamente i brani andati smarriti, ma da lui ricordati, dei propri componimenti poetici. Comunque sia di ci, sta di fatto che i suoi versi non hanno nulla di comune con l'ispirazione Victorhughiana, ispirazione che invece risulta palese e incontestabile nei componimenti poetici di tutte le altre personalit medianiche comunicanti.
Ma ecco una circostanza contraddittoria anche a tal proposito ed  che quando Andr Chnier trasmette della prosa, e sopratutto quando per invito di Victor Hugo, narra le tremende impressioni risentite allorch aveva il collo rinchiuso nella fatale "lunetta" della ghigliottina, egli lo fa in termini di un'evidenza vissuta impressionante, ma in tutto corrispondenti allo stile di Victor Hugo (p. 122-127). Vi si riscontra il medesimo periodare brevissimo, la medesima intonazione declamatoria, e l'irruzione delle antitesi. Comunque, potrebbe darsi che mi sbagliassi, e che l'improvviso periodare concitato, l'intonazione e le antitesi fossero conseguenza del subitaneo risveglio di ricordanze terribili.
In ogni modo, tutto considerato, i quattro episodi esposti in cui l'identificazione personale dei defunti comunicanti appare adeguatamente dimostrata, autorizzano per lo meno ad affermare genericamente come tutto concorra a provare che nelle esperienze di Jersey non erano assenti i casi d'interventi reali d'intelligenze estrinseche ai mediums ed ai presenti.
Che cosa dunque concluderne sinteticamente? Volendo procedere col metodo scientifico della eliminazione graduale delle ipotesi insostenibili, noi osserveremo che l'ipotesi secondo la quale si sarebbe trattato di una serie ininterrotta di personificazioni effimere traenti origine dalla subcoscienza dei mediums, personificazioni capaci di produrre i capolavori poetici di cui si tenne discorso,  da escludersi in modo assoluto; che l'altra ipotesi di una presumibile "creazione psicofisica collettiva", deve egualmente escludersi perch in aperta contraddizione coi fatti; che la terza ipotesi secondo la quale chi si manifestava era l'Io subcosciente dello stesso Victor Hugo, risulta a sua volta in contraddizione col fatto che ben sovente Victor Hugo non assisteva alle sedute; mentre l'altra ipotesi complementare, a fondo psicometrico, secondo la quale l'ambiente saturato dell'influenza del grande poeta era quello che poneva in grado il subcosciente dei mediums di esprimersi nella forma geniale di Victor Hugo, appare a tal segno fantastica ed assurda, da non doversi prendere in considerazione; senza contare che talora le sedute si tenevano a casa dei diversi sperimentatori; nelle quali circostanze non  pi possibile tirare in ballo la "psicometria di ambiente", la cui funzione, del resto,  puramente passiva nel senso ch'essa riproduce, ma non crea. Gi si comprende che a siffatte sedute Victor Hugo non assisteva, senza di che l'argomentazione in discorso perderebbe tutta l'efficacia risolutiva che indubbiamente possiede.
Cos stando le cose, non rimarrebbe altra ipotesi a cui far capo che quella spiritica, la quale nondimeno se appare la pi verosimile, in quanto indirettamente convalidata da qualche buona prova collaterale, manca per totalmente di buone prove dirette in tal senso; dimodoch il propugnarla apparirebbe a sua volta una soluzione per tre quarti gratuita, e poco scientifica.
Ne consegue che per ora nessuna ipotesi appare capace di risolvere il mistero che avvolge le famose esperienze di Victor Hugo, le quali debbono considerarsi di natura eccezionale, non esistendo in tutta la casistica metapsichica un'altra serie di manifestazioni analoghe, in cui tutte le personalit che si manifestarono, meno una sola, si espressero con lo stile, la forma e l'ispirazione geniale di uno dei componenti il gruppo, il quale non era medium, e non assisteva sempre alle sedute. Cos essendo, non rimane che riconoscere che le esperienze in esame rimangono per ora un enigma inesplicato e inesplicabile. In pari tempo, e appunto per questo, esse presentano un grande interesse quale prezioso materiale d'indagine.
...
Queste le conclusioni, teoricamente poco soddisfacenti, che suggerisce l'analisi critica delle esperienze in esame. Rimane nondimeno da far cenno ad alcuni incidentini che nella loro apparente tenuit quasi trascurabile, potrebbero invece fornire un bandolo inatteso, capace di dipanare l'intricata matassa.
Cos, ad esempio, il "Leone di Androcles", durante la dettatura di un lungo e potente componimento poetico nel quale descrive i ludi cruenti del Colosseo, in cui le fiere sbranavano i martiri cristiani in mezzo al tripudio delle matrone romane, egli interrompe i suoi versi per chiedere a Victor Hugo il permesso di ricavare un "emistichio" da un suo lavoro poetico. Victor Hugo risponde:
"Prendi un emistichio, un verso intero, un poema, tutto ci che vuoi. Sar lieto di sapere che tu trovi le mie armonie non indegne dei tuoi ruggiti".
Allora il "Leone di Androcles" riprende la sua dettatura con questi versi:
"Il est minuit, c'est l'heure immense et solennelle
O j'ouvre devant Dieu ma splendide prunelle.
C'est 1'heure de l'amour
O sous les cieux clments, sombres et taciturnes,
Les fleurs dans les forts, ces coquettes nocturnes,
S'embaument pour le jour".
Victor Hugo osserva in una nota:
"L'emistichio "ces coquettes nocturnes", si contiene in una poesia inedita ch'io non lessi mai a nessuno, e che forma parte di un manoscritto ch'io solo conosco. Altrettanto dicasi per il verso antecedente:
"Charmante o soudain on rencontre un lion",
che forma parte a sua volta di una poesia inedita assolutamente ignota a chiunque" (Ivi, p. 267).
In tale circostanza Victor Hugo era uscito per andare in cerca del suo componimento poetico, il quale s'intitola: "Soir", e porta la data del 6 marzo 1854. Il manoscritto che lo conteneva era chiuso nel suo studio, e il poeta non ne aveva mai parlato con alcuno. Ora, siccome la seduta si tenne il giorno 25 aprile 1854, risulta che la poesia in discorso era stata scritta 50 giorni prima.
Osservo in proposito che se gli incidenti di tal natura - i quali si ripetono frequentemente - si considerano singolarmente, allo stato isolato, possono spiegarsi presupponendo che le personalit medianiche ricavassero tali frammenti poetici dalla subcoscienza di Victor Hugo, il quale era presente; ma se invece ci si propone di procedere con metodo scientifico, considerandoli complessivamente, allora si rileva come tale spiegazione non pervenga a darne ragione, obbligando razionalmente a cercarne altrove la soluzione.
E si direbbe che la giusta soluzione ci venga suggerita da quest'altro incidentino, in cui "L'Ombra del Sepolcro" (la quale, come dissi, era la personalit pi elevata di quante se ne manifestarono, e che Victor Hugo e tutti gli altri ascoltavano sempre con religiosa attenzione), essendosi rivolta al poeta Vacquerie chiedendo per il domani una sua interrogazione in versi, questi se ne scus, pregando "L'Ombra del Sepolcro" a volersi rivolgere a Victor Hugo, il quale, per l'ora tarda, erasi gi ritirato. "L'Ombra del Sepolcro" osserv:
"Il dort. Je vais aller coucher dans son esprit.
Je vais prendre, tandis que sa paupire tombe,
La plume avec laquelle il a, ce soir, crit,
Et je la tremperai dans l'encre de la tombe.
De sorte que demain  1'heure du rveil,
Il verra, sur la fleur de son esprit pose,
Une strophe par nous inspire au sommeil,
 la fois goutte d'encre et goutte de rose".
Emerge palese che le strofe riportate appariscono suggestive nel senso che se "L'Ombra del Sepolcro" ispirava durante il sonno Victor Hugo, allora i casi frequenti in cui le personalit medianiche intercalavano nei loro versi degli "emistichi" ricavati dalle poesie di Victor Hugo, dovrebbero spiegarsi nel senso che li ricordavano in quanto li avevano a suo tempo ispirati al poeta dormente.
In altra circostanza, una personalit medianica la quale si rifiut financo di farsi conoscere sotto il velo dei consueti pseudonimi, si rivolse a Victor Hugo osservando:
"Abbiamo una dichiarazione da fare. Talvolta le nostre espressioni poetiche s'incontrano con le vostre. Pare che tali incontri disturbino i viventi nelle loro laboriose fatiche intellettuali. Senza spiegarci sulle cause di tali incontri, noi vi preveniamo che in avvenire le frasi e le parole che voi ci segnalerete come corrispondenti ad altre contenute nei vostri scritti, saranno immediatamente da noi mutate, e voi dovrete cancellarle dal resto dei nostri messaggi. Naturalmente noi manterremo integro il fondo dei nostri pensieri; vale a dire che noi alludiamo esclusivamente allo stile. Tutto ci, da parte nostra,  un omaggio dovuto al penoso e laborioso lavoro umano".
Victor Hugo domand: " a me che tu rivolgi questa dichiarazione?
Venne risposto: "S".
Si preg l'entit comunicante di rivelare l'esser suo, ma essa vi si rifiut" (Ivi, p. 376-377).
In questa interessante dichiarazione,  da rilevare sopratutto la frase da me sottolineata: "Senza spiegarci sulle cause di tali incontri"; frase in cui presumibilmente si adombra il fatto della ispirazione estrinseca dell'opera Victorhughiana; il che, per doverosa delicatezza verso colui che fungeva da strumento inconsapevole della loro ispirazione, le personalit spirituali comunicanti volevano nascondere al poeta vivente.
A questo punto, a rincalzo di quanto esposto, giova ch'io riporti un brano della recensione del libro in esame, da me pubblicata a suo tempo sulla rivista "Il Mondo Occulto", brano in cui gi si allude, da un critico francese, alla possibilit di risolvere l'enigma implicito nelle sedute di Jersey facendo capo all'ipotesi della ispirazione estrinseca dell'opera Victorhughiana. Questo il brano:
"Un redattore della "Revue Contemporaine", discutendo lo spinoso quesito vertente sulla genesi delle manifestazioni in esame, conclude col seguente dilemma:
"In qualunque modo, la pubblicazione di queste comunicazioni supernormali pone nettamente sul tappeto il problema della ispirazione di Victor Hugo. Se i messaggi e le poesie medianiche non sono che il prodotto del subcosciente del poeta, tutta l'opera dell'Hugo non  forse suscettibile di venire spiegata con l'attivit di un subcosciente eccezionalmente ricco di vocaboli, d'immagini, di ritmi? Ma se, al contrario, le comunicazioni supernormali ottenute dal poeta a Jersey traggono origine da un pensiero esteriore al suo - come sembra pensare Gustavo Simon -, allora non bisogna forse dedurne che tutta l'opera dell'Hugo consista letteralmente in una sequela di capolavori ispirati, ch'egli si limit a firmare, e di cui egli ebbe tutto il merito, mentre in realt gli furono dettati?".
Io commentavo in questi termini il dilemma formulato da Lon Darcis:
"Io non oso affermare che il secondo corno del dilemma da lui formulato sia il pi verosimile. Comunque, deve riconoscersi che ci si trova in presenza di manifestazioni tanto eccezionali e inesplicabili, da non potersi escludere anche inferenze audaci quale quella esposta. E la difficolt d'interpretare tale serie di manifestazioni dipende appunto dal fatto ch'esse risultano a tal segno eccezionali da non rinvenirsi in tutta la casistica metapsichica un'altra serie di manifestazioni analoghe con le quali compararle, e con ci ricavarne qualche nuovo ed istruttivo insegnamento. Ne deriva che non essendo possibile formulare un'ipotesi dilucidativa la quale risulti scientificamente accettabile, non rimane, per il momento, che trincerarsi dietro il dilemma di Lon Darcis".
Cos mi esprimevo nell'anno in cui fu pubblicato il libro in esame, e non avrei mai pi immaginato che "un'altra serie di manifestazioni analoghe" alla quale comparare la serie perturbante delle esperienze di Jersey, e con ci "pervenire a ricavarne qualche nuovo insegnamento istruttivo", non avrebbe tardato a estrinsecarsi e a svolgersi lungamente, convalidando il secondo corno del dilemma di Lon Darcis.
Mi accingo pertanto a riassumere e commentare ampiamente tale provvidenziale serie di esperienze.
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CASO 11.
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Il libro in cui si contiene la serie di esperienze di cui si tratta, s'intitola:
SYMBOLE: LA TOMBE PARLE
e porta i seguenti sottotitoli:
Le gnie Hugolien ressuscit;
L'Esprit "Symbole"
animatorr des tables de Jersey.
Di questo libro Lon Chevreuil, giudicandone il contenuto dai pochi brani pubblicati in anticipo da Henri Azam sulle riviste psichiche, aveva osservato:
"I fatti su cui poggia il movimento spiritualista odierno sono in numero imponente; ma se il fatto che ora ci preannuncia Henri Azam, risulter effettivamente complementare delle prodigiose esperienze col tripode di Victor Hugo nell'isola di Jersey (il che risulta gi palese dai frammenti pubblicati), allora esso assurger a un valore teorico che sorpasser quello dei "picchi di Hydesville" di ottant'anni or sono, picchi iniziatori del movimento spiritualista" (Psychica, 1931, p. 141)
E in una lettera che il Chevreuil inviava ad Henri Azarn, egli chiariva ulteriormente il suo pensiero in questi termini:
"...In queste condizioni la "forza psichica" che faceva vibrare il poeta Victor Hugo in carne ed ossa, sarebbe la medesima che dirigeva l'automatismo del medium Charles Hugo. In altre parole: L'ispirazione e la medianit avrebbero la medesima origine, sebbene sotto modalit di estrinsecazione assai diverse;ci che confermerebbe la grande intuizione del Myers".
Io mi associo interamente all'opinione di Lon Chevreuil. E siccome il libro risponde pienamente a quanto egli aveva previsto, dovr riconoscersi che la pubblicazione di questo libro segna realmente una data nella storia delle indagini metapsichiche.
...
Ci premesso, comincio col riportare un lungo brano di relazione in cui Henri Azani - il noto metapsichicista - narra per quali circostanze fortuite egli entr in rapporto con la medium di "Symbole", e in qual modo furono dettati i due poemi filosofici, alternati da lunghi prologhi in prosa, che costituiscono il volume apparso.
Egli scrive: "Rilevo che gli estratti pubblicati in Psychica, a proposito di "Symbole", animatore del tripode di Jersey, interessarono profondamente i lettori, mentre Lon Chevreuil, con la sua grande competenza in argomento, ha dedicato agli estratti medesimi un magistrale articolo analitico, di cui lo ringrazio, e del quale io, non posso che confermare le conclusioni.
A rincalzo di quanto egli disse, mi accingo a riferire le dichiarazioni di "Symbole" al riguardo delle fonti d'ispirazione poetica dello stesso Victor Hugo, e non gi soltanto del tripode di Jersey:
"Uomo, lo spirito aleggia ispirando ovunque gli aggrada. Il vento scatena uragani, ma lo spirito apporta eterna luce, ed  luce di fiaccola divina. Io sono l'essere invisibile curvo sul baratro della vita incarnata, spiando l'ora delle rivelazioni, e cercando orecchi capaci di ascoltare la voce dell'Ignoto. Io sono l'ispiratore dei poeti, dei pensatori, degli indagatori, e la mia ala iridescente scende dall'azzurro dei cieli...".
Al riguardo delle esperienze di Jersey, egli cos si esprime in versi:
"Non! J'tais le bourdon de l'essaim invisible
Qui dans la "Ruche Hugo" rimait l'intraduisible,
L'insouponn, l'Immense en son Enormit.
Nous tions les cerveaux sous ce front de clart...
Je suis l'esprit qui souffle, et le spectre qui sait.
J'animais bien souvent les ombres de Jersey,
J'tais de la pliade norme, redoutable,
Qui chantait le mystre au rythme de la table...
(A questo punto, mette conto di aprire una parentesi per segnalare le parole "bourdon" (pecchione), "essaim" (sciame), "la Ruche" (l'alveare), "la pliade" (la riunione), parole le quali rischiarano il mistero inesplicabile delle esperienze di Jersey. Per esse, infatti, ci verrebbe rivelato che si trattava di uno "sciame" (collettivit) di spiriti ispiratori della "Ruche Hugo" (dell'alveare Hugo), collettivit dominata da un "bourdon" (pecchione) dirigente, e quel "pecchione" era "Symbole").
Henri Azam cos continua:
"Quanto ai nomi simbolici assunti dalla "voce dell'Invisibile" ispiratore dei poeti, Symbole  esplicito:
"... Combien pse le nom dans la fuite du temps?
L'norme tat civil de l'ternel printemps
Ne garde qu'un frisson dans ses vastes archives...
Un nom? Un mot? Un son? Vaines prrogatives,
Matricules troits des terrestres prisons,
De l'abolissement, minuscules blasons...
Je suis l'immatriel agissant - que t'importe,
Puisque du firmament mon aile ouvre la porte...
...Je suis celui qui fut et celui qui sera.
Interroge, et mon front, prs du tien glissera...
Laisse moi demeurer 1'Anonyme qui vole,
L'Invisible Savoir, l'Amour, et... le Symbole!...
Henri Azam cos prosegue:
"Mi astengo dall'insistere sulle multiple circostanze le quali convergono a dimostrare l'esistenza reale di "Symbole"... Ci non importa, per ora, poich la grande opera dettata non  soltanto coerente, ma sovrasta di cento cubiti i preconcetti che intralciano il cammino della scienza ufficiale. Scienza, arte, filosofia, storia, religione, tutto viene evocato con dei tocchi scultorii e geniali, i quali aprono ad ogni istante nuovi spiragli alle cognizioni umane. Tutte le fibre dell'anima sono alternatamente indotte a vibrare dal tocco geniale di Symbole, e come un'arpa interiore l'essere nostro risponde vibrando intensamente all'unisono. Intelligenza, sentimento, memorie, ricordi, sono delicatamente sfiorati, in guisa da rimanere ammirati e confusi dinanzi alla potenza del suo genio.
Qualcuno ha supposto, a torto, che io influenzavo a distanza la medium. Ecco: anzitutto io sono un profano in arte; ma all'infuori di ci, di dove provengono tutti questi termini tecnici utilizzati dai soli specialisti approfonditi in biologia, astronomia, elettricit industriale e teorica, meteorologia, geologia, preistoria, alte matematiche, occultismo religioso, ecc. ecc.? Tutte materie di studio ch'io totalmente ignoro, con la conseguenza che debbo ricorrere ai dizionari tecnici delle varie scienze o materie trattate, se voglio comprendere "Symbole". E questa mi pare una prova d'ordine risolutivo circa l'inesistenza assoluta di una mia influenza sulla medium, che per giunta io non conoscevo.
Ma non anticipiamo, e cominciamo dal principio. La direzione di "Psychica" mi ha chiesto di ragguagliare i lettori intorno all'origine dei miei rapporti con lo spirito "Symbole", ed io mi conformo con piacere a tale invito.
Ci avvenne nella guisa pi naturale del mondo. Nel giugno del 1929 ricevetti una lettera da parte di una signora a me ignota, la quale m'informava che la sostanza dei miei lavori d'ordine metapsichico-filosofico da me pubblicati sulla "Revue Spirite" concordava stranamente coi messaggi ricevuti da una medium il cui spirito comunicante si firmava "Symbole". Ed essa faceva seguire un plico in cui si contenevano alcuni di tali messaggi in versi. In quel tempo, disgraziatamente, io ero sofferente per eccesso di lavoro intellettuale, e supponendo che si trattasse delle solite elucubrazioni subcoscienti, come ne ricevevo sovente, nulla lessi, e gettai plico e lettera nel canterano.
Alcuni giorni dopo, una circostanza fortuita (?) mise il manoscritto nelle mie mani. Rimasi stupito e impressionato per la genialit di quelle poesie, nelle quali le mie ipotesi e le mie pi intime speculazioni filosofiche erano cantate in versi magistrali.
Al qual proposito informo che in quel periodo io ero assorto in una serie d'indagini sul valore biologico del dolore, e le mie concezioni contemplavano l'arduo quesito da un punto di vista assai diverso da quello in voga; ci che mi aveva condotto a conclusioni nuove e originali, per quanto sempre strettamente biologiche.
Tale sorprendente affinit di pensiero con l'opera mia, indusse me a rendermi conto ulteriormente sull'erudizione del misterioso spirito "Symbole", e immaginai una serie di "prove" consistenti in temi da svolgere, che indirizzai alla mia corrispondente sconosciuta.
Quando giunse la risposta alle mie "prove" rimasi sbalordito. Non soltanto "Symbole" cantava in versi mirabili gli argomenti pi astratti, dando prova di una spontaneit stupefacente, ma inoltre aggiungeva prologhi e commenti in una prosa superiore, in cui egli precisava e schiariva le pi estrose intuizioni scientifiche.
Incoraggiato e pi che mai interessato alla strana avventura, inviai un'altra serie di "prove", e non vi sono appellativi per definire ci che risentii alla lettura delle magistrali risposte ottenute. Rimasi soggiogato, e mi recai senz'altro sul posto, per quanto fosse lontano 600 chilometri, proponendomi di studiare il fenomeno strabiliante che il caso mi aveva offerto.
D'allora in poi ho soggiornato frequentemente a casa della medium. Ho vissuto la sua vita sopraffatta dalle incombenze domestiche ( madre di famiglia), e mi sono pi che persuaso dell'impossibilit per lei, che ha fatto soltanto le classi elementari, di scrivere capolavori poetici di tal natura.  un ambiente semplice, familiare, ospitale. La medium  ancora giovane, e si dimostra intelligente, ma ignorante in qualsiasi branca scientifica e letteraria. Le sue facolt medianiche sono multiple, a cominciare dalla medianit "auditiva", per finire alla "incorporazione" completa allo stato d'ipnosi. Allorch scrive automaticamente, la mano e il braccio divengono insensibili: l'anestesia  totale. La scrittura si svolge con una velocit che ha dell'incredibile, e viene risposto alle domande con tale prontezza fulminea, da non lasciare il tempo di formularle per intero. La calligrafia varia per ogni entit comunicante. Nella fase d'incorporazione, il timbro della voce e l'accento variano enormemente. Cos, ad esempio, quando si manifesta "Devoir" (lo spirito collaboratore di "Symbole"), la parlata della medium assume una pronuncia italiana; e quando egli canta dei pezzi musicali di sua fattura, egli lo fa con potente voce maschile baritonale.
Io mi sentivo pi che mai interessato e sconcertato: lo si sarebbe stati anche per meno.
Gli sottoposi quesiti filosofici... L'uno tra essi aveva assorbito inutilmente la mia attenzione per lungo tempo, e in conseguenza lo proposi a "Symbole", ignorando, quanto a me, in qual modo potesse svolgersi. "Symbole" accett, e rispondendo per ordine ai miei quesiti, venne in tal guisa composta una serie di componimenti poetici elevatissimi, preceduti da prologhi in prosa, sul tema della Trinit Divina, Umana, Universale.
Questa raccolta poetica, in seguito a mia proposta, fu inclusa in un'opera il cui schema fu da me proposto, ma fu corretto da "Symbole" al fine di conferire al medesimo omogeneit, ampiezza e forza. Il titolo di tale opera  quella del libro: "La Tombe Parle", libro che  un Inno di gloria sublimata ed istruttiva, sulla "Divinit Infinita, Una e Trina", della quale ogni aspetto  maestosamente cantato.
Non esiste al mondo un'altra opera che l'uguagli.
Che pi? Volendo misurare l'estensione dell'intelligenza misteriosa comunicante, le sottoposi quesiti pi che mai ardui a risolversi, quesiti d'ordine superiore, spingendola con ci a rivelare il massimo della sua potenzialit di pensiero. Rimasi attonito pei risultati ottenuti, al cospetto dei quali il nostro superbo sapere vi fa una figura lagrimevole. Allora provai a orientarla sopra temi diversissimi, accennando alle nuove scoperte scientifiche; e ovunque mi trovai in presenza della medesima sterminata erudizione, della medesima stupenda precisione e chiarezza di espressione, in cui si assisteva al possesso, da sua parte, di tutti i termini tecnici dello scibile umano.
(In fondo al libro: "La Tombe Parle", ho aggiunto un glossario dei principali termini tecnici adoperati dallo spirito comunicante, i quali ammontano a 277).
Ne scatur una seconda opera poetica intitolata "Nell'Arena della Sfinge", opera che forma la seconda parte del libro "La Tombe Parle". Si tratta di una serie di componimenti poetici. pi ancora trascendentali dei primi, nei quali "Symbole" riunisce e sintetizza tutti i miei nuovi quesiti. La sua padronanza tecnica si rivela qui pi che mai profonda e universale. In presenza dell'enormit di questa intelligenza ispiratrice e invisibile, io rimasi pi che mai disorientato. Con chi, dunque, mi trovavo in rapporto?
Studiando e analizzando i due poemi, a me parve che il primo potrebbe risultare il complemento di quello intitolato "Dieu" di Victor Hugo, mentre il secondo, che fu da me suggerito, spiegherebbe il senso della "Fin de Satan" del medesimo grande Maestro. Lascio ai lettori il compito di constatare se le parole "complemento", "spiegazione","senso occulto, rivelato", "ispirazione poetica corrispondente", si adattino a spiegare la genesi di questi due poemi.
Comunque sia di ci, sta di fatto che vi  una perplessit che confonde il mio criterio: Come mai, senza ch'io nulla avvertissi, sono stato ispirato a proporre certi quesiti speciali, anzich proporne altri pi consoni al mio ordine di ricerche? E tutto ci in guisa che si direbbe fossero stati concepiti in base a scopi ben definiti, per essere integrati ordinatamente in ciascuna delle due opere in discorso? Coincidenze? Io non posso pensarlo, giacch nel complesso dei quesiti proposti per il primo poema, non si  intercalato nessuno dei quesiti proposti per il secondo, e cos reciprocamente. Ora una simile confusione avrebbe potuto realizzarsi, visto che i due poemi trattano il medesimo tema: Dio nello Spazio, Dio nel Tempo.
Ne deriva che io mi domando se - come afferma Symbole - io non sia stato da lui influenzato ad esporre lo schema dell'opera che doveva scriversi, schema che, invece, era gi prestabilito nell'Invisibile... Nel qual caso si spiegherebbe altres l'identit riscontrata prima del mio incontro con la medium, tra la sostanza trattata nei versi dettati da lei medianicamente, e la sostanza delle mie proprie indagini filosofiche..." (Psychica, 1931, p. 169-172).
Cos conclude Henri Azam, e mi pare che le sue dubbiezze risultino pi che giustificate; tanto pi che se per effetto delle nuove esperienze con la medium di Symbole, si  tratti a inferirne che la circostanza strana della perfetta identit di stile, di forma e di ispirazione tra l'opera originale, in versi e in prosa, di Victor Hugo, e l'opera in versi e in prosa dettata dal tripode di Jersey, dipendeva dal fatto che la personalit medianica operante era quella medesima che aveva ispirato l'opera originale di Victor Hugo, allora nel caso analogo dell'identit del pensiero filosofico di Henri Azam con quello della personalit medianica di Symbole, dovrebbe inferirsene analogamente che quest'ultima sia stata l'ispiratrice del pensiero filosofico del primo. Il che darebbe ragione anche dell'altra "presunta coincidenza" la quale mise in rapporto Henri Azam con la medium di Symbole.
Riconosco che ammettere tutto ci appare supremamente sconcertante; ma c' poco da discutere, poich si tratta di fatti documentati, dai quali emerge eloquente e palese tale spiegazione, la quale, per soprappi, rimane incontestabilmente l'unica capace di dare ragione del complesso dei fatti.
...
In merito all'identit di forma, di stile, d'ispirazione dell'opera in versi e in prosa qui considerata, con l'opera in versi e in prosa di Victor Hugo, essa emerge indubitabile per chiunque legga e confronti i due testi ed emerge tanto nei suoi pregi insigni e inimitabili, quanto nei suoi difetti specialissimi, dovuti a un'esuberanza di genialit incontenibile, che talora prorompe diffondendosi senza ritegno in lunghe sfilate di antitesi, di allitterazioni, di declamazioni bibliche.
A tal riguardo, Henri Azam aveva detto all'entit comunicante:
"Symbole, le tue osservazioni mi sconcertano; ma se  vero, come tu dici, che sei tu l'ispiratore delle opere di Victor Hugo, ti sar certamente possibile di darci una prova positiva in proposito dettando poemi della medesima fattura, che appare tanto caratteristica e inimitabile in Victor Hugo. E questa sar una prova che il mondo apprezzer in tutto il suo valore".
Questa la risposta di Symbole: Sia pure. La mia missione  d'istruire; e cos essendo, la mia buona volont ha il dovere di aiutarvi nelle vostre indagini. Ti dar soddisfazione. Ma tu, in pari tempo, non devi dimenticare a quali difficolt io vado incontro, dovendo utilizzare il cervello della medium, il quale  uno strumento la cui tastiera  molto povera, ma ti prometto di arricchirla a sufficienza perch tu riconosca, attraverso i poemi che mi accingo a dettare, colui che fu l'ispiratore dell'opera intera Victorhughiana, per quanto io l'abbia compiuta in condizioni di gran lunga migliori.
(Azam) "Potrei suggerire io stesso i temi da trattare?".
(Symbole) "Ecco una nuova difficolt che tu m'imponi. La rima ama la libert. Comunque, sia come tu vuoi. Accetto anche questo" (Ivi, p.13).
Dal breve dialogo che precede, trassero origine i quesiti proposti dall'Azam, e in conseguenza, i due poemi di cui si tratta, nei quali le concordanze tra lo stile, la forma e l'ispirazione dei medesimi, con quelle dell'opera intera di Victor Hugo, e con l'altra dettata dal tripode di Jersey, risultano palesi a chiunque.
Al qual proposito appare suggestiva una frase contenuta nel seguente paragrafo, in cui Symbole avverte che si accinge all'impresa desiderata da Henri Azam. Egli scrive:
"Io mi dispongo a cominciare l'opera, astratta e difficile che mi domandi, ma ti avverto in precedenza che io mi permetter alcune licenze. Per esempio: io adoro le "antitesi" tra le parole aventi la medesima etimologia. Vi saranno altres delle ripetizioni necessarie, poich io intendo sviscerare il tema sotto tutte le forme possibili entro la cerchia limitata del medesimo... N dovrai dimenticare che io sono obbligato a utilizzare un cervello incolto... (Ivi, p. 33).
Ora la frase: "Per esempio, io adoro le antitesi tra le parole aventi la medesima. etimologia", appare altamente suggestiva nel senso qui considerato, visto che la passione delle antitesi  proprio la caratteristica emergente nelle opere in versi e in prosa di Victor Hugo, cos come lo  delle opere in versi e in prosa conseguite col tripode di Jersey.
In una conversazione in versi di Symbole, egli, parlando del suo poema in corso, osserva:
"Quelquefois j'ai laiss, dans le hasard des mots,
Afin qu' tout moment, tu retrouves l'ide,
Un peu du vieil Hugo, dont la face ride,
Rayonnait sous nos feux et plaignait tous les maux...".
(Ivi, p. 31).
Dunque, la fronte rugosa del vecchio Hugo diveniva radiosa sotto l'impulso vitalizzante dell'ispirazione di Symbole. Ed  anche vero che Symbole introduce ogni tanto nei suoi versi qualche emistichio, o qualche verso intero di Victor Hugo, talvolta migliorandone la dizione. Nel qual caso, pi che reminiscenze ricavate dalle opere di Victor Hugo, si direbbe che fossero reminiscenze di emistichi e di versi da Symbole ispirati al poeta vivente.
E quando Henri Azarn annuncia a Symbole di avere deciso di pubblicare senza indugio la grande opera poetica da lui dettata, Symbole osserva:
"Cos va fatto. Io seconder l'opera tua. L'umanit comincia odiernamente a vedere germogliare i granellini fecondi da me seminati nei campi ubertosi dell'opera Victorhughiana. Non tarder molto che in grazia degli sforzi generosi dei loro fratelli disincarnati, gli uomini vedranno sorgere l'alba eterna del Sole di Verit..." (Ivi, p. 217).
E a pagina 368, egli spiega in qual modo gli "spiriti missionari" del suo grado "ispirano" gli "incarnati" dotati delle qualit necessarie all'uopo. Egli scrive:
"Costantemente l'essere Invisibile veglia sull'essere incarnato, guidandone l'opera e lo sforzo. Quando il pensatore si affanna impotente a risolvere quesiti astratti di qualsiasi natura, determina in s una esteriorazione psichica transitoria, dalla quale rinviene radiante di felicit, poich il dito dell'Invisibile ebbe in tal guisa l'opportunit di tracciare sulla di lui fronte, in caratteri luminosi, la soluzione ardentemente cercata...
Biologi, chimici, professionisti in qualsiasi branca del sapere, indagatori, pensatori, poeti, musicisti, meccanici, fanciulli-prodigio, siate benedetti! Le vostre benefiche e innumerevoli forme di medianit attiva sono transitorie in taluno, progressive in altri, ineguali e contraddittorie nei pi; ma tutti siete spiragli di luce spirituale radiosa in cui lo sforzo di volont ha generato il Sapere. Molti di voi sono dei martiri per amore dell'ideale, per dedizione alla nobile missione accettata.
O Uomo, non dimenticare che questi sono esseri che soffrono. Ben sovente non hanno di che sfamarsi, e malgrado tutto marciano verso le vette dell'ideale. La folla egoista non li comprende e li denigra. Essi, per lo pi, rimangono oscuri o dimenticati in vita; eppure sono i dispensatori del Vero. Dietro le loro ampie fronti, dardeggiano le radiazioni dell'Invisibile, e mentre il volgo si affanna in cerca di piaceri, essi si sprofondano nell'assoluto integrale delle loro Coscienze, sforzandosi di estrarne qualche scintilla per il progresso ed il vantaggio dell'umanit collettiva. Qualche volta sbagliano o deviano, ma noi vegliamo su di essi, li sosteniamo, li incoraggiamo. Essi realizzano in s medesimi l'espressione pi alta della "medianit attiva", molto diversa dalla "medianit passiva", o fenomenica".
E a pagina 152 aveva gi detto:
"O Uomo, tu non vedi che un lato dell'esser tuo, e la scienza ti fuorvia circa il mistero del corpo umano. I dottori t'imprigionano in dogmi pi spietati di quelli teologici, impedendo di veder chiaro in te stesso. Con le loro sedicenti indagini scientifiche essi seminano ignoranza... Ma l'eternit veglia... In alto, sopra un piano spirituale molto pi elevato del vostro, soggiornano entit pervenute allo stato angelico, le quali vegliano amorosamente sull'umanit disorientata, facendo pervenire ad orecchi privilegiati, i germi del vero Sapere e della Verit. E l'uomo si esalta, si entusiasma in presenza di questi MEDIUMS, di questi trasmettitori del vero progresso, ch'egli denomina "Genii inventori", senza dubitare un sol momento ch'essi debbono all'amore radiante dei loro fratelli anziani questi spiragli di luce rischiaratori delle tenebre che li avvolgono...".
Di fronte a tali reiterate affermazioni di Symbole, affermazioni convalidate da una triplice serie imponente di documentazioni incontestabili, niente di pi razionale che Henri Azam siasi convinto a sua volta sulla veridicit di quanto afferma Symbole nei confronti con l'opera poetica di Victor Hugo. Ed egli, infatti, cos conclude:
"Io riprendo, a mia volta, la frase di Symbole: "Lo spirito aleggia ispirando ovunque gli aggrada". Il che mi trae a concluderne che sulle fronti dei grandi genii terreni immortalati dall'umanit: gli Hugo, i Mozart, i Beethoven, i Pasteur, i Curie, gli spiriti elevatissimi di coloro che conobbero le nostre lotte terrene, abbiano trasfuso i germi fecondi raccolti nelle Sfere superiori spirituali..." (Ivi, p. 221).
...
Quanto ai due poemi filosofici, in versi e in prosa, che costituiscono l'opera di Symbole: "La Tombe Parle", non  possibile riassumerne il contenuto, e chiunque vi si provasse non farebbe che menomarne l'efficacia. In essi si contemplano tutti gli aspetti, tutte le modalit che assume il supremo mistero dell'esistenza di Dio nello Spazio e nel Tempo.
Lo stesso Symbole esorta lo sperimentatore a studiare e meditare il proprio poema con paziente perseveranza; e lo fa in questi termini:
"Attraverso i miei versi e la mia prosa, cerca la Verit che vi ho imprigionato. Ed anche ci che ti apparir una contraddizione  cosa voluta, in quanto possiede un senso che tu scoprirai meditando. Poni tu dunque tanta dosatura di buona volont nello sforzo di comprendere, quanto ve ne ho posta io per manifestarti a te, e per tuo mezzo istruire l'umanit" (Ivi, p. 33).
Allorch Symbole si accinge a iniziare il secondo poema: "Nell'Arena della Sfinge", Henri Azam gli osserva: "S, o Spirito Symbole, io ti sar riconoscente se vorrai indicarmi la via della Verit".
(Symbole) "E sia, tale  il mio dovere, tale  stato l'ordine.... Ma un solo pensiero mi affanna, ed  che dovr limitarmi ed abolirmi nel cervello somatico di una creatura vivente la quale realizza il mio pensiero molto imperfettamente. Questa medium  uno strumento buono in s, ma incompleto e primitivo. Lo spirito nell'incarnarsi si centralizza, si dinamizza; ma  pur sempre l'organo somatico del pensiero, adattato all'ambiente, quello che capta, realizza ed esteriorizza... Inoltre gi da ora ti avverto che vi sono dei limiti ch'io debbo rispettare, dei misteri ch'io non debbo svelare... Ci nondimeno, se ti darai la pena di cercare, scoprirai dei fanali radiosi da me accesi nella foschia del simbolismo, i quali ti guideranno nella via del pensiero, rischiarando i tuoi dubbi, illuminando il tuo cammino terreno. A te domando pazienza e perseveranza. La mia medium  uno strumento delicato ch'io debbo utilizzare in economia, mentre ho ben altre missioni da compiere oltre quella di fungere da istruttore. Se io mi metto a tua disposizione con sincero trasporto e buona volont, sappi per ch'io non sono ai tuoi ordini, ma tuttavia compir con amore la mia missione in terra" (Ivi, p. 231-234).
E pi oltre, terminando la dettatura di una profonda poesia filosofica, egli si rivolge in questi termini allo sperimentatore:
"Leggi con la massima attenzione le mie rivelazioni sibilline. Non  una lettura banale ch'io offro alla tua meditazione, ma un tema profondo lungamente meditato. Il mio libro  un campo da dissodare. In mezzo all'aridit dello stile e dei vocaboli tecnici, crescono avvinghiate alle liane dei versi, delle pagine e dei vocaboli che sono i fiori rari e perturbanti del Vero.
A te compete di vangare, rimuovere, frugacchiare in ogni senso il terreno senza tregua. Ad ogni sarchiatura, ad ogni ripulitura, cresceranno pi vigorose le sementi generose dell'Ignoto. Ahim! Sui campi terreni, cos come nelle pagine dei libri, le vegetazioni crescono intristite, mal formate, incolori... ma l'uomo nondimeno potr ancora apprezzare la specie delle pianticelle, e il profumo vitalizzante dei loro fiori...
Comunque, se a me non  concesso di farti sfilare dinanzi la visione delle Prime Cause, avr per lo meno risvegliato nell'anima tua matura alle visioni d'altri universi, l'alfabeto misterioso della tua prossima iniziazione..." (Ivi, p. 277-278).
...
E qui dovendo rinunciare a riassumere lo schema troppo vasto, troppo complesso e filosoficamente profondo dei due poemi dettati dallo spirito "Symbole", scelgo, a titolo di saggio poetico, una breve lirica estrinseca ai poemi, tra le moltissime da lui dettate alla sua medium, le quali, gi si comprende, presentano tutte l'impronta innegabile dell'ispirazione Victorhughiana.
Tolgo la poesia da un articolo in cui la direttrice di "Psychica", Mad. Borderieux riferisce una sua intervista con la medium in discorso - Mad. J. Lavai - (Psychica, 1937, p. 100-103), intervista che termina con la pubblicazione dell'ultima poesia che "Symbole" le aveva dettata medianicamente.  un componimento poetico breve, ed  per questo che lo prescelgo.
SURSUM CORDA!
Homme, la mort n'est point! L'Ombre n'est point! Tout est prodige!
Le tombeau cache l'Aube et l'effrayant vertige
A ton esprit calm porte l'apaisement...
Tout est clart, lueur, splendeur, embrasement...
Genre humain qui m'entends, ouvre tes larges ailes!
Tente un essor vers les demeures ternelles:
Le cercueil est un nid o 1'me libre clot.
N'accueille pas la mort d'un tragique sanglot,
Du formidable appel de ta dsesprance...
Le rle commenc, s'achve en dlivrance...
La matire croule emportant la douleur,
L'me s'panouit dans toute son ampleur...
Rien n'est fait pour rester dans l'horreur des pnombres,
Et le soleil divin dore toutes les ombres.
Ne pleure point tes morts,  l'abri des cyprs...
Ne crains pas le trpas, car l'extase est aprs...
Sous l'azur clatant o tout rve, oli tout pense,
La "Terre chtiment" monte au "Ciel rcompense"!
Homme, relve-toi. Du plus faible au plus haut,
Un invincible amour flotte sur le chaos
Et, liant tous les fronts aux ailes des archanges,
Fait des jets d'arc-en-ciel avec toutes les fanges!
Breve poesia, ma stupenda e forte, nonch improntata, come sempre, allo stile, alla forma e alla ispirazione di Victor Hugo.
Sempre a titolo di saggio, faccio seguire qualche frammento del pensiero filosofico di "Symbole", in cui si parla di Dio e del divenire umano, e lo faccio utilizzando unicamente. i "prologhi" in prosa che precedono ogni cantica dei poemi.
Bene inteso, che siccome il tema di entrambi i poemi in discorso  precisamente l'esistenza di Dio nello Spazio e nel Tempo, anche in merito a quest'ultimo tema grandioso io dovr limitarmi a pochi ragguagli riguardanti insegnamenti di Symbole i quali armonizzano con le considerazioni da me svolte in parecchi libri e monografie. Cos, ad esempio, in un mio, lavoro che forma parte del volume "VI" delle mie "Indagini sulle manifestazioni supernormali", io mi schieravo in favore della teoria filosofica dell'"Etere-Dio", geniale intuizione del sommo Spinoza. Orbene: anche Symbole accenna a tale grandiosa concezione dell'Essere Increato, e vi accenna in questi termini:
"Sollever, dunque, il velo che nasconde il volto d'Iside? Vorrei poterlo fare, ma non  concesso di tutto svelare ai miei fratelli terreni. Comunque, t'introdurremo sulla soglia dell'alcova creatrice. Procura di veder bene quel poco che mi  concesso di farti intravvedere; sforzati, cio, a compenetrare le figure paraboliche a cui dovr ricorrere.
Far il possibile per presentare in forme afferrabili dai viventi le mie parabole necessariamente sibilline; poich se la tua avidit di sapere  grande, io debbo, al contrario, mantenermi in limiti circoscritti.
Ascolta: Nei capitoli che precedono di questa opera mia, difficile perch astratta, io ti ho parlato frequentemente dell'Etere. Ma tu non sai ancora che cosa sia questo Etere, da me fatto successivamente vibrare, cantare, propagare, risplendere, amare...
Vuoi tu che lo indaghiamo assieme? E per cominciare, noi lo chiameremo l'"Etere-Dio", poich cos .  questa la sostanza Divina eternamente in azione. L'Etere  Dio con tutti gli attributi della Trinit che lo distingue.
L'Etere, principio dualista in essenza,  nel tempo stesso Creatore e creatura. Produce le vibrazioni, le feconda, le nutrisce, e diviene la causa stessa della Vita, poich l'Etere  dovunque: tanto negli spazi interplanetari, quanto negli interstizi cellulari dei corpi umani; e nella costituzione atomica delle cellule allo stato di collettivit.
Esso  UNO. Esso  il TUTTO.  l'UNO in quanto riassume in s le due primordiali funzioni vitali di assorbimento e di rifrazione, le quali costituiscono le due grandi correnti cosmiche "elettro-magnetiche" ed "elettro-dinamiche" della radioattivit eterna.
 sorgente di Vita, poich l'Etere cerca gli atomi; e in ultima analisi, l'atomo non  che il prodotto concreto della rifrazione di due correnti cosmiche... Dio - dice la religione cristiana - cre l'uomo a sua immagine e somiglianza". Ora,  vero che l'Etere-Dio crea l'atomo a Sua immagine e somiglianza nell'infinitamente piccolo, e l'essere umano (vibrazione eterica), rinchiude in s, in condizioni dinamiche equilibrate, i due principi (positivo e negativo) delle correnti primordiali...
Noi tutti siamo le riproduzioni multiple, le manifestazioni complesse di una "Forza Unica", eterna nell'essenza, e fummo generati da una matrice eterica nel tempo stesso fecondante e fecondata. Bench provenienti da un'unica origine, tutti sentiamo diversamente, in causa dell'intensit costantemente diversa delle vibrazioni vitali. E da queste ineguaglianze rifrangibili, traggono origine le due grandi leggi magnetiche di polarizzazione e di equilibrio poste a fondamento dell'Eternit. Gli iniziati dell'antichit; illuminati dai loro profeti, conoscevano gi l'unit della materia e della forza riassunte e contenute nella immensa matrice eterna: l'Etere. Naturalmente essi ignoravano ci che ancora ignoro anch'io, ma che anelo ardentemente di conoscere: il nodo gordiano del dinamismo eterno.
Due correnti contrarie (negativa e positiva) sono in presenza. Dal loro incontro nascer la sorgente eterna creatrice, fecondante, nutriente. Qual  il substrato cosciente produttore del primo contatto? Chi  il chimico prodigioso che provoc la prima scintilla?
Le due correnti opposte si attraggono e si fondono; non  che la loro rifrazione la quale produce e determina il moto, la scintilla, il calore, la luce.
Chi  il Genio, dalla incommensurabile spiritualit, il quale risulta per l'Eternit il propulsore, il dispensatore delle emissioni iniziali?
Nella Trinit Eterna, noi ravvisiamo i centri e le basi, ma dove si trovano le direttive? Increata e creatrice: come dunque discernere sulla fronte dell'Indeterminato, la Forza direttrice primordiale?
S, l'Etere  Dio, e noi tutti siamo delle particelle microscopiche di questo immenso TUTTO, di questo ciclo terrificante della DURATA e della ESPANSIONE infinite. Ma il principio, l'impulso primigenio, dove si trovano? Che cosa sono? Senza alcun dubbio, questo Principio, questo Impulso primordiale  Cosciente dell'opera Sua, ed  un Principio che tutti ci riassorbir allorch avremo raggiunto il culmine superno del nostro ciclo evolutivo, e con ci saremo divenuti assimilabili dall'organo cerebrale dell'Infinito, fattore Unico della Grande Opera Divina.
Ma fino al giorno infinitamente lontano dell'ultima rivelazione, il mistero della Trinit Divina rimarr un triplice enigma per l'umanit ansiosa di conoscere..." (Ivi, p. 139-142).
Cos si esprime Symbole in merito al grandioso quesito filosofico dell'"Etere-Dio", e non pu immaginarsi quanto tali categoriche affermazioni circa l'Etere attributo dell'Essenza Divina, siano riuscite confortanti per me ch'ebbi a sostenere discussioni pubbliche e private con eminenti fisici i quali dichiaravano, in nome della scienza universitaria, che l'Etere non poteva ritenersi un attributo della divinit per la semplice ragione che probabilmente non esisteva!!! Ma coloro che cos argomentavano, per quanto professori di fisica, non avevano ancora letto il libro recente di Sir Oliver Lodge: Ether and Reality, al quale li rimandai, facendo con ci cessare in essi ogni velleit di persistere nella loro attitudine negativa. Ora aggiungo che tale poco ponderata opinione da parte di professori nella branca della fisica, risulta anche sorprendente dal punto di vista scientifico, tenuto conto che senza un "mezzo" trasmittente purchessia le vibrazioni luminose e i raggi cosmici non potrebbero viaggiare attraverso lo spazio infinito. Senonch, quando si analizzano addentro le opinioni di questi troppo audaci innovatori, si finisce per capire che le loro negazioni possono ridursi a una pura questione di nomi. L'Etere esiste anche per essi, ma ne discutono, senza avvedersene, sotto un'altra designazione.
Osservo ancora che da taluno di costoro fu asserito come anche Einstein, con la concezione della Relativit, neghi l'esistenza dell'Etere, ma ci non  esatto, poich lo stesso Einstein dichiara il contrario in questi termini espliciti:
"L'ipotesi dell'Etere non  per s stessa in contrasto con la teoria della Relativit... Il negare l'esistenza dell'Etere equivale ad ammettere che lo spazio vuoto  destituito di qualsiasi qualit fisica. Ora i dati fondamentali della Meccanica non armonizzano affatto con tale punto di vista. Riassumendo: Noi affermiamo che conforme alla teoria della Relativit, lo spazio  fornito di qualit fisiche; e in questo senso esiste. Aggiungo che a norma della teoria della Relativit, lo spazio senza l'Etere  impensabile".
A proposito di queste dichiarazioni di Einstein, il professore Oliver Lodge osserva: "Nessuno penser certo ad obbiettare che anche l'opinione di Einstein debba considerarsi sorpassata perch di data antica".
Ed egli conferma a sua volta che l'Etere  fornito di qualit fisiche nei termini seguenti:
"L'Etere  immanente nell'universo fisico. Non  assente da nessuna parte dello Spazio... Compenetra nell'essenza di ogni atomo; s'infiltra e domina. ovunque... Nondimeno esso  ancora un elemento fisico, ma non pi un'entit fisica. Possiede propriet ben definite, ma non  pi materia cos come l'idrogeno e l'ossigeno non sono l'acqua; ma in pari tempo esso  il veicolo della materia e dello spirito. Le sue qualit meccaniche ci sono ignote, poich la sua natura elude le nostre indagini; eppure deve avere qualit meccaniche, poich  soggetto alle leggi fisiche. Le sue vibrazioni possono analizzarsi, poich ci apportano notizie dell'universo, e senza di esse noi non potremmo esistere. La vita dei pianeti dipende dalle vibrazioni dell'etere. La materia  sintonizzata con tali vibrazioni, dalle quali presumibilmente dipende la genesi della materia stessa. L'Etere  l'anello di congiunzione universale, il trasmettitore di ogni genere di forza. Ogni azione a distanza  totalmente dipendente dall'Etere..." (Ivi, p. 173-174)
Cos Sir Oliver Lodge, il quale, a pagina 30 aveva gi osservato: "Ai d nostri  quasi pazzia il negare l'esistenza di un elemento nel quale siamo immersi, che utilizziamo giornalmente e che costantemente esercita la propria influenza su di noi".
Da notarsi ancora che gli odierni negatori dell'Etere, cio coloro che contestano una teoria scientifica fondamentale per l'interpretazione dell'universo, non possono evitare di cadere in una flagrante contraddizione in termini, poich da una parte dichiarano che la parola "etere" dovrebbe sostituirsi con un'altra molto pi semplice: "Vuoto"; ma dall'altra dimenticano che in precedenza avevano osservato che la "materia cosmica", risultato dell'incessante irradiazione degli astri in lentissima dissoluzione, riempie lo spazio infinito; ma se cos  - e non pu essere diversamente, - allora lo spazio infinito non  "vuoto", bens riempito di una "materia cosmica" che non essendo pi atomica contiene in s l'attributo fondamentale dell'etere, ci che concorda con la osservazione di Sir Oliver Lodge, secondo il quale "l'irradiazione rappresenta lo stato intermedio tra l'etere e la materia, vale a dire un alcunch di simile tra l'etere libero e l'etere modificato" (p. 133). Dal che dovrebbe inferirsene che alla "materia cosmica" rimanga ancora un grado di trasformazione da subire per tornare all'etere, dal quale deriva. Rammento infine che i fisici, i filosofi, e i pensatori si trovano tutti d'accordo nel riconoscere l'impossibilit per la ragione umana di concepire un universo fisico derivato dal NULLA; da ci la necessit di postulare l'esistenza di una sostanza increata dalla quale derivi l'universo fisico; il che equivale ad ammettere l'esistenza positiva, indubitabile dell'Etere, salvo, se cos piace a taluni oppositori, di coniare un altro neologismo per designarlo.
Mi pare pertanto che quando Sir Oliver Lodge disse che il negare l'esistenza dell'Etere era quasi pazzia, sapeva quel che diceva.
Quanto all'appellativo di "sostanza increata" applicato all'etere, giova osservare che non  possibile esimersi dal pensarlo "increato", per quanto tale condizione di fatto risulti inconcepibile per la ragione umana, cos come per la ragione umana risulta inconcepibile l'esistenza di uno spazio e di un tempo infiniti, sebbene ci si trovi costretti a ritenerli tali, e sempre per un imperativo categorico della ragione. Stando le cose in questi termini,  da saggio il rassegnarsi a non comprendere; per cui mi limito ad osservare che se l'etere  sostanza increata, allora ci appare una ragione di pi per considerarlo un attributo di Dio, visto che risultano "increati" unicamente gli attributi che designano l'Intelligenza Infinita del cui Pensiero l'universo  la realizzazione.
Chiudo pertanto questa lunga, ma non inutile digressione, scientifico-filosofica, facendo rilevare quanto interessante e suggestiva risulti l'inattesa riconferma, da parte di "Symbole", della geniale intuizione del sommo Spinoza in ordine all'Etere-Dio; ci che, del resto, prima di Symbole, tre somme entit spirituali comunicanti medianicamente avevano gi rilevato, tra le quali. "imperator" del Moses, e "Stafford" della d'Esperance.
...
In altra cantica del primo poema di "Symbole", intitolata: "Sapienza"; la quale - come sempre - e preceduta da un prologo in prosa dilucidatore del testo poetico, egli accenna di sfuggita a un'altra teoria filosofica da me propugnata, confermandola a sua volta; ed  quella secondo la quale dovrebbe dirsi che "Dio perfeziona in eterno la Sua perfezione per ausilio dell'Universo creato". Symbole, infatti, inizia il prologo con queste frasi:
"Dio  Sapienza, perch eternamente esistito ed esistente.  "flusso vitale" inesauribile, giammai diminuito, in eterno accresciuto attraverso l'ascesa di un'evoluzione perpetua a un solo ciclo senza principio e senza fine".
Ora  palese che se cos , allora ci equivale esattamente alla concezione di un Dio il quale "perfeziona in eterno la Sua perfezione per ausilio dell'Universo creato", concezione che alla pari delle altre postulanti un Dio increato e impersonale, onnisciente, onnipotente, onnipresente, risulta a sua volta inconcepibile per la ragione umana, ma in pari tempo appare l'unica che valga a farci intravvedere a quali scopi grandiosi esista un universo generatore di esseri intelligenti individuati, i quali raggiungono tale elevata graduatoria nella gerarchia della Vita, in forza del transito laboriosissimo delle loro reincarnazioni attraverso tutte le forme vitalizzate della materia organizzata, graduatoria che quando  compiuta, li rende degni di formare parte integrante dell'infinito organismo Divino in qualit di monadi psichiche individuate con le quali concorrono cumulativamente, e in guise da esse ignorate, a perfezionare in eterno la perfezione del Grande Essere uno, cos come i miliardi di cellule che costituiscono l'organismo umano, pur vivendo di vita propria individuata, concorrono cumulativamente, e in guise da esse ignorate, a creare un essere intelligente e individuato infinitamente superiore.
...
Queste ultime considerazioni mi traggono a rilevare una terza concordanza fondamentale tra le teorie filosofiche da me propugnate e le rivelazioni di Symbole, giacch egli pure insegna che a fondamento dell'evoluzione spirituale umana presiede la legge, eterna della palingenesi universale, ch'egli denomina, a seconda dei casi, metamorfosi, metempsicosi, reincarnazione.
A pagina 279 cos ne scrive:
"Come dunque la coscienza istintiva diviene coscienza spirituale? Ecco: per ausilio delle incarnazioni successive, sotto le pi svariate forme, sempre corrispondenti al dinamismo interno.
Finch il ritmo interiore dell'animale vibra all'unisono col ritmo dell'ambiente, egli conserva l'istinto direttivo e nutritivo della propria specie. Ma ogni singola vita vissuta, accrescendo il suo potenziale dinamico, lo libera gradatamente dai vincoli materiali costitutivi, e dalla relativa pesantezza psichica, col risultato di condensare attorno a un perispirito nuovo, una forma corrispondente: quella che lo nutrir domani.
In tal guisa, progressivamente, l'essere crea se stesso, formando i propri organi fluidici sul ritmo cosmico corrispondente alla propria elevazione nella scala degli esseri, e insensibilmente, per lenti e reiterati sforzi proficui determinati dalla lotta per la vita, realizza continui progressi, fino a quando verr giorno in cui dalle impurit animali emerger il puro diamante della psiche umana destinato a brillare sull'orizzonte nuovo della coscienza di s.
Io non ti descriver i processi incalcolabili della evoluzione animale attraverso le forme, pi svariate e gli ambienti sempre diversi. Neanche  il caso di spiegarti quale sia, tra il cane e la scimmia, il pi vicino all'uomo. Mi limito a dirti che tra l'una e l'altra di tali incarnazioni l'animale costruisce il perispirito novello intorno al quale dovr galvanizzarsi la prossima forma, e ch'egli cos facendo sacrifica sovente la perfezione della forma alla lucidit intuitiva della futura sua natura mentale.
Nel cane vi  pi passivit e dolcezza; nella scimmia pi sagacit e mobilit, per cui in essa viene a costruirsi un reticolato nervoso pi sensitivo, pi penetrante, pi accessibile a l'assorbimento delle correnti sottili dell'ambiente.
A misura che gli esseri evolvono, le forme divengono meno selvatiche, ma il sistema nervoso si esalta, si esaspera in un'acuit d'impressioni crescente, fino a che si giunge all'uomo, e dall'uomo si ascende allo spirito libero ed immortale...".
E a pagina 390, egli spiega per quali cause lo spirito umano disincarnato  sottoposto per lungo tempo ancora alla necessit di reincarnarsi. Egli osserva:
"Ma la sua costituzione ancora appesantita non pu mantenersi per sempre nel piano delle rifrazioni calorifiche. A forza di vibrare nel suo fluido ancora conturbato, si vanno formando dei depositi fluidicoglandulari lungo i circuiti conduttori. Il perispirito si appesantisce, il centro di attivit psichica rallenta le proprie vibrazioni, le spirali del circuito si restringono sempre pi; ed  in questo circuito angusto che s'inizia la galvanizzazione dei neuroni molecolari e cellulari in forza della doppia corrente elettro-magnetica, la quale altera in senso terreno la nutrizione psichica... Per cui giunge il momento in cui lo spirito ridiscende in ambiente terreno, concentrato in se stesso, prigioniero della materia. Si rimpicciolisce, diviene un minuscolo ovulo fosforescente provvisto di un'antenna ricettiva brillante, contro la quale vengono ad infrangersi i colori prismatici delle formazioni embrionali terrene. Strana e portentosa piccolezza, la quale cova in se tutte le grandezze. In tali condizioni dell'essere, lo spirito vigila in agguato per cogliere prontamente al varco lo "spermatozoo" che lo attragga per legge di affinit, e con ci lo lanci nel vortice dell'energia fecondante.
Dopo di che, per nove mesi, egli andr realizzando automaticamente ci che fluidicamente egli aveva predisposto in ambiente spirituale. La sua prigione lo domina, lo assorbe, costruendo, nutrendo, organizzando attorno all'ovulo primigeneo una galvanoplastica ammirabile, vivente.
L'essere s'immerge nel sonno, nell'oblio di s medesimo; e non appena emerger alla luce del mondo terreno, dopo la sua lunga gestazione nelle tenebre, egli cercher vagamente se stesso, ma non si ritrover fino a quando non giunga a lui la crisi della morte...
...Allora le fibrille vibratili che servivano di antenne e di polarizzatrici all'antico "Aerosomo", si ripiegano sul dinamismo interiore, al quale apportano la loro forza ricettiva, e con ci si risvegliano nello spirito i ricordi della vita anteriormente vissuta...  questo un momento di stupore immenso per lo spirito..." (Ivi, p. 389-390).
Il tema supremamente interessante della "reincarnazione"  sviscerato da Symbole in guisa cos penetrante ed esauriente, ch'io sono spiacente di dover rinunciare ad ulteriori citazioni. Comunque, non posso trattenermi dall'aggiungere quest'altro brano, in cui egli si domanda:
"A che serve l'incarnazione?". Al che egli stesso risponde: "Serve a sviluppare la coscienza e la personalit spirituale per ausilio dell'assorbimento di energia fisica attinta nelle forme corporali. La combustione che provoca questa speciale alimentazione del "motore spirituale" interiore brucia le scorie carnali liberando l'essere spirituale dalle ostruzioni che lo appesantiscono.
Le incarnazioni sono indispensabili, per quanto penose per l'essere individuato che spiritualizzano. Sono il "lambicco meraviglioso dell'Infinito", e l'essere ne ritrae il doppio profitto di accrescere il suo tesoro spirituale, e di liberarsi rapidamente delle scorie della materia.
Prigioniero nel suo involucro, l'essere integrale vive dinamicamente nella sua coscienza interiore. Vive di una vita circoscritta, parziale e rallentata, ma pur sempre attiva. Ed oltre ai pensieri che si realizzano obbiettivamente, egli emette "forme del pensiero" che sembrano spegnersi nel piano subbiettivo in cui sorgono; ma ci non . Nulla si perde, e questi spettri del pensiero, questi "feti embrionali" dell'azione mentale lasciano le loro impronte sui margini della radiazione aurica che avvolge il corpo umano, ed ivi permangono indelebilmente, tanto pi precisi e distinti, quanto pi la loro proiezione nell'aura  stata intensa. Sappiate che il Tempo nulla cancella di ci che l'uomo denomina "sognare ad occhi aperti": immaginazioni irrealizzabili, desideri, aspirazioni, e via dicendo. Queste larve del pensiero s'imprimono nel perispirito, ivi abbozzando graditamente lo schema organico-psichico della vita successiva. Ciascuna incarnazione ha in quella che dovr succederle una ripercussione matematica, la quale  costituita da una dualit potente: l'una organica di sovrapposizione cellulare, l'altra psichica di realizzazione obbiettiva delle sensazioni ricettate.
Io non posso esporti il meccanismo sottile che governa queste due sorta di agenti fenomenici, perch tu non vedi che le apparenze dell'essere umano, e non gi ci che in realt egli .
Ricordati per che i pensieri divengono cellule, le cellule organi, gli organi corpi, e i corpi prigioni, galere, dolori e lagrime.
Procura sopratutto di essere padrone dei tuoi pensieri, e se tu non pervieni che imperfettamente a dominarli, sforzati almeno a non attardarti sopra un pensiero ignobile sotto qualsiasi forma, e prolunga invece, arresta, trattieni con compiacimento i pensieri buoni ed elevati..." (Ivi, p. 363).
Questi ultimi ammaestramenti di Symbole valgono a rischiarare di nuova luce l'annoso problema del "libero arbitrio" nei confronti col "determinismo biologico". Qualora infatti le condizioni organiche, fisiologiche, sociali in cui si nasce fossero la conseguenza matematica delle risultanze accumulate nella esistenza incarnata anteriore, allora il "determinismo biologico" risulterebbe una pura apparenza, e il nascituro sarebbe l'unico responsabile delle condizioni di vita in cui egli inizia la nuova esistenza nella scuola dei mondi.
Ma con ci non  detta l'ultima parola sul quesito, formidabile del "libero arbitrio", e Symbole osserva in proposito:
"L'essere  evolutivamente determinato, per cui non  responsabile che nella misura in cui la propria coscienza si  gi liberata dal determinismo stesso... Durante la vita terrena, l'individuo evolve entro la cerchia di un determinismo collettivo necessario, e un libero arbitrio misurato alla stregua dell'evoluzione cosciente a cui  pervenuto ogni singolo individuo" (Ivi, p. 357-359). Analogamente, nella mia monografia sui "Fenomeni Premonitori", io concludevo in questi termini: "N libero arbitrio, n determinismo assoluti durante l'esistenza incarnata dello spirito, ma LIBERT CONDIZIONATA".
...
Mi avvedo a questo punto che il desiderio di sottoporre ai lettori un pallido saggio del valore scientifico e filosofico dei messaggi in prosa e in versi di "Symbole", mi ha tratto per un momento a dimenticare il vero scopo del presente lavoro, il quale non era quello di analizzare il valore dell'opera, bens l'altro di fare emergere l'enorme importanza teorica implicita nel fatto indubitabile che col libro in esame, considerato in rapporto alle esperienze di Jersey e all'opera poetica di Victor Hugo vivente, ci si trova in presenza di un quesito metapsichico formidabile: quello della probabile ispirazione estrinseca di molte opere del genio.
Io per il primo riconosco che una simile conclusione appare straordinaria, quasi incredibile, e psicologicamente sconcertante; ma i fatti sono fatti, e a coloro che recalcitrassero al cospetto delle conclusioni stesse, io non avrei che a sottomettere il seguente quesito: Eccoci in presenza di tre grandi produzioni letterarie ugualmente geniali, poderose e svariate; dunque in presenza di tre documenti incontestabili da comparare e analizzare per trarne deduzioni capaci di risolvere, sulla base dei fatti, il quesito stesso considerato nel suo perturbante complesso.
Mi lusingo che a nessuno di coloro che volessero assumersi il cmpito di risolvere il quesito esposto, sorger in mente il proposito di provarsi a negare ci che  palese a chiunque, anche ai profani in letteratura, vale a dire che queste complesse e svariate produzioni letterarie appariscono l'opera di un'identica ispirazione geniale, la quale si afferma con contrassegni a tal segno caratteristici, sia nei pregi insigni, sia nei difetti traenti origine da una genialit esuberante, ch'essi valgono a differenziarla da qualsiasi altra produzione letteraria, in versi e in prosa, passata e presente. Niun dubbio, dunque, sul fatto fondamentale dell'identit d'ispirazione delle tre opere in esame.
Che cosa dunque pensarne? A quale ipotesi far capo se si vuole evitare la conclusione a cui si giunse sulla base dell'analisi comparata e della convergenza delle prove? La quale  questa: che l'unica ipotesi capace di risolvere il formidabile quesito sarebbe quella di riconoscere per vera l'affermazione dello spirito comunicante "Symbole", il quale si dichiar l'animatore del tripode di Jersey, nonch l'ispiratore delle opere in versi e in prosa di Victor Hugo in persona, e lo dimostr praticamente dettando due lunghi poemi, in versi e in prosa, degni in tutto del genio Victorhughiano. In altri termini: Le tre grandi produzioni letterarie qui considerate, risulterebbero l'opera di un solo autore: "SYMBOLE".
E, si noti bene, che a tali conclusioni si  pervenuti col metodo scientifico della eliminazione graduale di tutte le altre ipotesi metapsichiche in voga, le quali si dimostravano incapaci di spiegare il complesso dei fatti. Vale a dire che in base a tale metodo d'indagine si dovette anzitutto escludere l'ipotesi vertente sulla presunta attivit subcosciente di Victor Hugo, la quale sarebbe risultata l'ispiratrice del tripode di Jersey; quindi per l'identica ragione si dovette rinunciare all'altra ipotesi affine, secondo la quale l'attivit subcosciente del medium principale Charles Hugo fosse stata la causa del fenomeno. Dopo di che, venne la volta di eliminare anche la terza ipotesi delle "concrezioni psicofisiche collettive", e la quarta ipotesi della "psicometria di ambiente". Tutto ci sempre per l'impossibilit di accordare le singole ipotesi col complesso dei fatti.
Ci stabilito, che cosa d'altro potrebbero far valere coloro a cui non garba di apprendere che molte "ispirazioni" del genio risultano d'origine estrinseca, o spirituale? Io non lo so; e non credo che i dissenzienti ne sappiano pi di me che da mezzo secolo, studio e investigo con tenacia mai venuta meno il nuovo immenso campo d'indagini scientifiche che si denomina "La Metapsichica", e che i posteri chiameranno "La Scienza dell'Anima". In ogni modo attendo che me lo dicano; nel qual caso, in omaggio alla ricerca della Verit per la Verit - scopo quest'ultimo che tutti ci accomuna - io mi far un dovere di rispondere pubblicamente.
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CASO 12.
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A questo punto giova aggiungere un altro caso notevolissimo, analogo ai due che precedono, il quale risulta contemporaneo a quello di "Symbole", e si riannoda ad entrambi per un filo conduttore abbastanza suggestivo.
Il caso venne posto in evidenza dal professore Charles Richet, e in seguito investigato a fondo dal dottore Eugne Osty, direttore dell' "Institut Metapsychique International" di Parigi, il quale ne pubblic una lunga relazione nel numero di Luglio-Agosto 1930 (p. 288-322), della "Revue Mtapsychique".
La signora Juliette Hervy, istitutrice,  la medium privata con cui si estrinsec il caso in discorso, ed essa medesima riferisce in questi termini il suo primo contatto col movimento spiritualista:
"Mme Cline Michel, l'istitutrice che aveva insegnato a me, era venuta a stabilirsi a Saint-Remy con la sorella Stefania. Entrambe erano molto colte e intelligenti, nonch seguaci appassionate dello "spiritismo"; per cui ebbero l'idea d'iniziarmi in tali pratiche. Naturalmente si cominci con esperienze tiptologiche al tavolino. Ora, in una di tali sedutine si manifest un'entit la quale inform che io ero una medium, e che perci se avessi dedicato un quarto d'ora al giorno ad esercitarmi, sarei pervenuta rapidamente a conseguire messaggi medianici assai notevoli d'ordine filosofico, morale e religioso.
Il domani tentai la prova, ma pervenni a tracciare unicamente delle linee e delle aste. Quindi il giorno dopo mi avvenne di scrivere l'intero alfabeto, che la mano trascrisse automaticamente ripetute volte. Al settimo ed ottavo giorno intesi una voce interiore che prese a dettarmi, parola per parola, ci che la mano scriveva automaticamente.
Venne in tal guisa dettata una serie di edificanti istruzioni morali, intitolata: "Consigli ad una giovinetta". Ognuna di tali istruzioni riempiva una pagina intera di formato normale, con una scrittura minuta e serrata. Era una raccolta interessante e scritta bene.
Nel mese di ottobre io mi traslocai a Parigi, ed iniziai subito l'opera mia d'insegnante... Nel 1890 feci la conoscenza dello scultore Allar, il quale, una volta al mese, riuniva nel proprio studio un'accolta scelta di occultisti, spiritisti e teosofi. Tali riunioni erano molto interessanti per la variet delle opinioni che venivano in discussione, e l'eclettismo dei temi trattati. Quindi, nel 1891, entrai in rapporto con la duchessa di Pomar, in casa della quale sono intervenuta regolarmente alle sedute del marted sera.
In questi diversi ambienti io fungevo da medium scrivente, e la mia mano svolgeva temi d'ogni sorta...
Avevo appena il tempo di scrivere la data e la domanda a cui si doveva rispondere, che subito si produceva in me uno stato leggero. di "trance".
In tali condizioni io provo l'impressione di liberarmi dal corpo fisico, il quale s'intorpidisce notevolmente, per ritrovarmi dietro al mio cervello in condizioni di osservazione passiva. E mentre la mia mano subisce l'impulso che la induce a scrivere automaticamente, impulso che per lo pi  leggero, ma qualche volta brusco e rude, io percepisco una "voce subbiettiva" che risuona dentro al mio cervello, la quale detta ci che la mano scrive. Tale voce ha un timbro caratteristico, il quale risulta sempre lo stesso ogni qual volta si tratta della medesima entit comunicante, mentre al medesimo timbro di voce corrisponde costantemente il medesimo stile e la medesima calligrafia...
Il mio Io cosciente assiste al fenomeno, e si rende conto di ci che avviene intorno a s.
Ma s'egli interviene nel dettato per modificare qualche parola,  sempre a torto che lo fa.
Se nel messaggio si rileva qualche costruzione stentata di frase, o una impropriet nei termini, ci  sempre da ascriversi alla intromissione intempestiva del mio Io cosciente, il quale perturba la regolare dettatura in corso.
Quando la mia mano scrive in prosa, lo fa sempre correntemente, senza mai arrestarsi.
Quando si tratta di versi, ho l'impressione che la situazione anormale in cui opera il mio cervello si accentua, e i versi arrivano a piccoli gruppi. Cos, ad esempio, mi arrivano i due primi versi di una strofa, quindi l'ultimo emistichio del terzo verso e il quarto verso. Finalmente arriva anche il primo emistichio del terzo verso.
Fu il dottore Osty ch'ebbe per primo l'idea di chiedere componimenti letterari in versi e in prosa. Prima di lui si richiedevano costantemente alle personalit medianiche messaggi dall'Al di l, ovvero insegnamenti filosofici, morali e scientifici..." ("Revue Mtapsychique", 1930, p. 288-293).
E a pagina 314, Mad. Hervy aggiunge questi altri particolari:
"Nella grande maggioranza delle volte, io ho la impressione di trovarmi in rapporto con una personalit distinta dalla mia, e cio con un'entit spirituale.
Cos, ad esempio, una sera in cui la mia mano scriveva sotto la dettatura di una bimba da poco defunta da me non conosciuta, avevo l'impressione curiosa che quella bimba sgambettasse continuamente a me intorno, e in un momento in cui essa si appoggi sulla mia spalla reclinando il capo sul mio volto, ebbi l'impressione di un volume abbondante di lunghi capelli che mi sfiorasse il volto. Orbene risult che la caratteristica di quella bimba era la sua vivacit, per cui non riusciva a star ferma un sol momento, e che essa possedeva una folta e lunghissima capigliatura, sempre portata sciolta durante la sua breve esistenza.
Gli "spiriti" che si manifestano dimostrano tutti idiosincrasie loro particolari, e non soltanto nella scrittura e nello stile, ma nel timbro della voce, e financo nelle impressioni da me risentite nel braccio che scrive (vivacit, lentezza, pesantezza, dolcezza di tocco, e qualche volta brutalit di moti), e tali particolarit si rinnovano identiche ad ogni volta che si manifesta quel medesimo spirito.
Le "voci" che percepisco, per quanto siano mentali, risuonano apparentemente come una voce che mi parli col telefono.
Quando uno spirito elevato si manifesta con la scrittura, io ho l'impressione ch'egli abbia a sua disposizione una tastiera molto ridotta, nella quale mancano delle "ottave" importanti, e mi accorgo che lo spirito si sforza di far passare qualche suo ammaestramento, ma che gli mancano i mezzi per trasmetterlo. In tali circostanze qualche volta perviene a raggiungere lo scopo simbolicamente, o con circonlocuzioni, ma il pi delle volte vi rinuncia. Di tutto questo la mia consapevolezza se ne rende conto in modo preciso...
Da notarsi infine che le mie facolt supernormali non emergono affatto ogni qual volta mi provo ad usarne a mio beneficio (per esempio, se mi capita di scrivere una lettera importante e difficile, o di svolgere il tema di una novella, o di comporre versi per conto mio). In tali contingenze io debbo rassegnarmi a lavorare con le mie facolt intellettuali coscienti. Si direbbe che chi dirige i fenomeni voglia con ci dimostrarmi che la mia volont non c' per niente in quanto avviene...".
Questi i ragguagli principali sulla medianit di Mad. Juliette Hervy, ragguagli indispensabili per la giusta comprensione di quanto mi accingo a riferire. Essa cos continua:
"Una sera dell'Aprile 1923, io ebbi ad assistere a una conferenza dell'avvocatessa Eugnie Philippe intorno alle esperienze medianiche di Victor Hugo nell'isola di Jersey, durante la quale la conferenziera aveva letto una scelta di brani poetici potenti dettati al grande poeta dalla personalit medianica nota sotto il pseudonimo di "L'Ombra del Sepolcro".
Quando tornai a casa, mi recai subito a letto, e mi addormentai.
Nel cuore della notte mi risvegliai, mentre l'orologio a pendolo suonava le ore due.
Io ero sveglia, assolutamente tranquilla, e non pensavo ad altro che a riprendere il sonno, allorch, d'improvviso, intesi una voce di contralto, calda, sonora, ammirabilmente intonata, che recitava versi. Ed erano i versi di una poesia intitolata "La Foresta". La trovai cos bella, che chiesi mentalmente di ascoltarla ancora una volta. Mi fu ripetuta tre volte di seguito, quasich si avesse intenzione di farmela ritenere a memoria. Volevo alzarmi per fissarla sulla carta, ma non lo feci per tema di risvegliare mio marito.
Soltanto dopo il mezzogiorno fui in grado di sedermi allo scrittoio, forzandomi a ricordare; ma non emergevano che dei frammenti. Allora supplicai mentalmente la "voce" da me udita a volermela ripetere, e non tardai ad essere esaudita; dimodoch la scrissi sotto dettatura. Allorch la rilessi, mi avvidi che vi erano quattro versi di seguito con rime al genere femminile:
O s'ouvre tout rveur l'oeil bleu de la pervenche,
Et que barre  demi quelque ronce qui penche.
J'aime  sentir l'odeur agreste de tes sves,
A marcher lentement en promenant mes rves...
Imbarazzata per conto mio a correggere tale errore d'improvvisazione senza sciuparne l'omogeneit stilistica, chiesi alla "voce" di rimediarvi, e immediatamente intesi questi versi:
Tes rameux au zphyr balan?ant les doux nids,
Tes chants d'oiseaux fusant vers les cieux infinis.
Non ebbi pertanto che a intercalare i due versi tra quelli che precedono" ("Revue Mtapsychique", 1930, p. 294-295).
...
Questa la poesia cui allude Mad. Hervy. Mi risolvo a riprodurla integralmente in francese, poich fu la poesia che capitata casualmente sott'occhi al professore Richet, lo aveva altamente sorpreso per l'identit di stile, di forma, di costruzione e d'ispirazione poetica con le opere in versi, cos personali e geniali, di Victor Hugo.
...
.
...
LA FORT.
.
O fort bruissant aux arbres innombrables:
Chnes, htres, sapins, ormes tordus, rables,
Bouleaux vtus d'argent, chtaigiers aux troncs creux,
Palais des cureuils, vieux charmes, pins rugueux
Dont l'arme salubre imprgne la poitrine;
Rudes genvriers, bouquets de blanche pine;
Acacias en fleurs embaumant le printemps;
Sorbiers, qu'octobre vt de leurs fruits clatants;
Verts tilleuls en t tout bourdonnants d'abeilles;
Joncs souples et lgers que l'on tresse en corbeilles;
Coudriers dont le bois sert de sceptre aux sorciers;
Merisiers mis  sac par tous les coliers;
Grands peupliers dont la feuille au moindre souffle tremble,
Fourrs pais o le troupeau des daims s'assemble;
tangs o les roseaux poussent prs des iris;
Bosquets qui semblent faits pour inspirer Tircis...
le t'adore. O Fort! sous la neige et le givre,
Sous tes feuillages roux mls d'or et de cuivre,
Sous l'averse de mars se poudrant de grsil,
Sous tes bourgeons craquant au souffle chaude d'avril,
Sous tes dmes pais dont les hautes ramures
Laissent filtrer  peine en troites coulures
Quelques rais de soleil dansant sur le gazon
Qui verdit  l'abri de ta frache prison.
J'aime,  Sylve, ta source  la nymphe ingnue
Qui dans le rocher creux se baigne toute nue,
Le taillis o se tient le chevreuil aux aguets,
L'troit sentier que Mai brode de blancs muguets,
O s'ouvre tout rveur l'oeil bleu de la pervenche,
Et que barre  demi quelque ronce qui penche.
Tes rameaux au zphyr balan?ant les doux nids,
Tes chants d'oiseaux fusant vers les cieux infinis.
J'aime  sentir l'odeur agreste de tes sves,
A marcher lentement en promenant mes rves
Dans l'alle aux grands f?ts zbrs de rayons d'or
Qui soudain font penser aux piliers de Louqsor.
J'aime ta voix multiple et j'aime ton silence,
Monde inconnu, vaste univers, o selve immense!
Et je sens sous l'corce enclos le pur esprit
De tes arbres gants qui parlent dans la nuit.
Je les vois enfoncer dans le sein de la terre
Leurs racines fouillant la mort et son mystre,
Purifiant le sol de toute pollution,
Transmuant la charogne en dcomposition;
Dans d'infmes dbris puisant leur nourriture
Pour refaire la vie avec la pourriture...
O Fort! Colossal alambic! Je voudrais
Loin des tombes de marbre aux rigides cyprs,
T'avoir pour grand tombeau, m'endormir sous tes mousses,
Et renatre au printemps avec tes vertes pousses.
...
.
...
Questa la poesia che, come dissi, aveva suscitato lo stupore del, prof. Richet per le sue indubitabili caratteristiche Victorhughiane; al qual proposito non sar inutile ricordare che il prof. Richet non era soltanto un grande fisiologo, ma era altres uno scrittore di opere letterarie in versi e in prosa, e sopratutto era uno studioso appassionato dell'opera poetica di Victor Hugo; da lui considerato - forse esagerando - il pi grande genio poetico di tutti i tempi. Ne deriva che nel caso nostro il prof. Richet deve considerarsi un competente nel pronunciare giudizio intorno all'identit d'ispirazione e di stile della poesia riferita.
Debbo aggiungere ch'egli, quando pubblicava la poesia in discorso nella "Revue Mtapsychique" (1924, p. 135-137), facendola seguire da brevi commenti nel senso indicato, ignorava la situazione precisa in cui la medium erasi trovata al momento in cui la poesia veniva dettata; ci che lo trasse a formulare perplessit teoriche che non hanno ragione d'essere; ma, in ogni modo, il suo commento appare sempre altamente interessante dal punto di vista qui considerato. Egli osserva:
"Disgraziatamente noi non conosciamo le poesie che Mad. Juliette Hervy compone per conto suo. Essa, per, dichiara che quando compone qualche poesia, lo fa "con quella affaticante laboriosit che richiede ogni lavoro letterario coscienzioso". Ed essa aggiunge: " la sola volta che io scrissi correntemente, e in condizioni di passivit assoluta". In ogni modo  lecito immaginare (forse arbitrariamente, fino a prova contraria) che i versi da lei lungamente e laboriosamente cesellati non valgono quelli conseguiti durante questa prodigiosa improvvisazione. Certo che non si tratta ancora di "scrittura automatica", poich essa aveva coscienza e volont di scriverla, ma probabilmente ci non toglie che quanto venne scritto risulti molto superiore alla sua ispirazione poetica... Infatti questi versi non sono soltanto eccellenti, ma sopratutto risultano in modo stupefacente identici ai migliori versi di Victor Hugo! Io qui li riproduco affinch i letterati possano giudicare personalmente fino a qual punto lo stile di Victor Hugo si ritrova in questa poesia".
Cos il prof. Richet; ma si  visto dalle precise dichiarazioni sopra riferite di Mad. Hervy, ch'egli cade in errore quando osserva che "non si trattava ancora di scrittura automatica, poich la signora Hervy aveva coscienza e volont di scrivere la poesia". Emerge invece ch'essa, non riuscendo a rammemorarla, aveva supplicato mentalmente la "voce" intesa nella notte, a volerla ripetere; ci che subito avvenne, dimodoch essa la scrisse bens coscientemente e volontariamente, ma sotto dettatura. Ne consegue che se il fenomeno della dettatura non era precisamente scrittura automatica, risultava per un incidente notevolissimo di "medianit auditiva".
Niun dubbio che modificando in tal senso le osservazioni inesatte formulate dal Richet, acquista maggior valore la sua testimonianza circa l'identit stupefacente, di forma e di sostanza, tra la poesia dettata medianicamente a Mad. Hervy e l'opera poetica di Victor Hugo.
Al che deve aggiungersi l'altra circostanza del fenomeno il quale si realizz qualche ora dopo che la medium aveva ascoltato una conferenza vertente sulle esperienze medianiche di Victor Hugo nell'isola di Jersey; circostanza altamente suggestiva, la quale vale a riannodare la manifestazione in esame con le esperienze, di Jersey; e in conseguenza si  indotti razionalmente a inferirne come anche questa terza manifestazione medianica in cui si conseguirono poesie corrispondenti in tutto allo stile, alla forma e all'ispirazione Victorhughiana, fosse, a sua volta, dovuta all'intervento della medesima entit spirituale di "Symbole", la quale in tal guisa diverrebbe l'ispiratrice di queste tre serie stupefacenti di messaggi letterari conseguiti medianicamente; non solo, ma siccome rimarrebbe ancora da spiegare il mistero maggiore, quello vertente sulla identit indubitabile dei testi letterari di, queste tre serie, con le opere letterarie, in versi e in prosa, di Victor Hugo, si  tratti necessariamente a concluderne che l'entit spirituale di "Symbole" era stata l'ispiratrice, delle opere, in versi e in prosa, di Victor Hugo in persona.
A complemento di quanto esposto, rimane da aggiungere che il dottore Osty sottopose la medium ad esperienze sistematiche e penetranti, ottenendo altre magistrali poesie improvvisate, di cui egli stesso forniva i temi, e nelle quali si rileva l'immancabile forma Victorhughiana pi che mai palese.
Data l'enorme importanza metapsichica e psicologica del tema in discussione, non sar inutile ch'io riproduca ancora una di tali poesie improvvisate.
Nella seduta del 30 gennaio 1929, il dottore Osty invita l'entit comunicante a voler trattare, in una poesia in "quartine", il tema seguente: "L'uomo deplora amaramente il suo stato d'ignoranza". La mano di Mad. Hervy parte immediatamente, scrivendo rapidissimamente, senza mai arrestarsi, la seguente mirabile poesia in "quartine" Victorhughiane:
"Mondes qui m'entourez, Univers inconnus,
toiles qui brillez dans les vastes espaces,
Soleils, me direz-vous d'o vous tes venus?
O pourrai-je chercher vos lumineuses traces?
L-bas dans l'infini des sicles couls
Vous drouliez dj vos orbes gigantesques;
Vastes chemins qui ne sont pas deux fois fouls
Par vous globes brlants de mille feux dantesques.
Etes-vous des Enfers, ou bien des Paradis
Peupls d'affreux dmons au de brillants archanges?
Vos purs rayons venant toucher nos yeux ravis,
Hlas! Ne disent rien de vos mondes tranges.
Peuple silencieux qui brille dans la nuit,
L'homme qui te contemple avec des yeux avides
Ne dcouvre par toi que le temps qui s'enfuit,
Le laissant  jamais avec ses deux mains vides.
Tournez, tournez, soleils et comptez-nous les ans.
Secondes qui tombez, sans que rien vous arrte,
Dans le vide sans fond d'implacables nants
O tout vieni aboutir: l'astre immense et la bte,
O l'homme disparat avec l'humble ciron,
O la mort englautit tout ce qui fut la vie,
O le bien et le mal dans son morne giron
Ne sont plus mme, hlas, le repos qu'on envie!
Savoir? Savoir pourquoi naquit tout l'Univers.
Pourquoi ces beaux soleils entours de plantes?
Pourquoi la nbuleuse aux tourbillons divers?
Pourquoi l'astrode, et pourquoi les comtes?
Pourquoi la terre enfin, ce monde singulier,
Avec ses minraux et sa faune et sa flore,
Ses ocans, ses mers au reflux rgulier,
Ses monts altiers, ses champs que le chaud soleil dore?
Pourquoi partout la vie et partout la douleur?
Pourquoi tant de beaut, pourquoi tant de souffrance?
Pourquoi si peu de joie et pourquoi le malheur?
Pourquoi la triste mort et pourquoi la naissance?
Tout ce qui nat prit; tout passe et disparat.
Tout lutte et souffre. Et l'homme,  la vie phmre,
D'un fantasque destin semble subir 1'arrt.
Quel Dieu, affreux tyran, ainsi le dsespre?
Savoir, savoir... savoir le pourquoi, le comment;
Savoir la loi cache et qui rgle le monde.
Savoir le grand secret du grand commencement.
Dans l'Ocan des temps jeter enfin la sonde?
Savoir si Dieu existe, et ce qu'il veut et fait.
Savoir son plan, son but, ce qu'il pense de l'homme.
Savoir d'o nous venons et pour quel mfait
Dieu nous a trait comme bte de somme?...
.
A questo punto, il dottore Osty arrest la dettatura medianica per recarsi con la medium a prendere il t. Questa prima parte della poesia venne messa da parte, e per mezz'ora si parl d'altro. Alle 17 e mezzo, Mad. Hervy riprese la scrittura automatica senza avere mai visto ci ch'essa aveva scritto, e termin la poesia aggiungendo queste quattro "quartine":
.
Savoir le grand secret que nous cache la mort,
Savoir si nous avons une ternelle flamme
Qui survit au tombeau quand notre corps s'endort,
Savoir si nous avons, toujours plus pure, une me.
Une me qui s'envole au sein de l'infini,
Ivre de tout savoir, ivre de tout connatre;
Une me qui revient, ainsi que le banni,
Vers le foyer divin qui jadis la fit natre?
Tout n'est qu'obscurit pour notre esprit born,
Qui s'puise  chercher, dans sa triste ignorance.
Il vaudrait mieux pour lui qu'il ne ft jamais n,
S'il ne doit acqurir qu'une vaine science.
Peut-tre devons-nous conserver quelque spoir?
Peut-tre l'homme, un jour, saura-t-il quelque chose?
Et l'il humain, plus tard, pourra-t-il entrevoir
Ce qui se cache encore  sa paupire close?...
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Niun dubbio che questo  un altro saggio magnifico delle poesie Victorhughiane improvvisate da Mad. Hervy.
Ci malgrado, gi si comprende che il dottore Osty si sforza di tutto costringere nell'angusta cerchia delle facolt supernormali subcoscienti, le quali sarebbero capaci di scrivere correntemente, in versi e in prosa, senza doversi arrestare un solo istante a riflettere, come invece avviene per le facolt intellettuali coscienti. Osservazione quest'ultima che appare fondata, ma fino a un certo punto; vale a dire nei limiti delle improvvisazioni di componimenti pi o meno interessanti, in versi e in prosa, ma tutt'altro che eccellenti, e tanto meno geniali. E questi limiti della potenzialit letteraria subcosciente sono ben noti ai competenti, ma il dottore Osty, nel suo fervore di propugnatore a qualunque costo della soluzione subcosciente del caso in esame, trascura di rilevarlo. E a questa sua dimenticanza si aggiunge l'altra di gran lunga pi cospicua di passare sotto silenzio la circostanza posta in grande rilievo dal prof. Richet, che, cio, le improvvisazioni poetiche di Mad. Hervy presentavano le caratteristiche insigni e inimitabili del genio di Victor Hugo. Ora era proprio quest'ultimo rilievo che non avrebbe potuto spiegarsi in modo alcuno ricorrendo all'ineffabile ipotesi dei presunti prodigi letterari perpetrati dalla subcoscienza.
Si noti ancora ch'egli incoglie altres nell'eresia scientifica di analizzare il fatto isolandolo da tutti gli altri congeneri, ci che conduce inevitabilmente a conclusioni errate. Cos, nel caso nostro, a volerlo considerare allo stato isolato - vale a dire dimenticando i processi scientifici dell'analisi comparata e della convergenza delle prove - si potrebbe in qualche modo evitare l'ostacolo intempestivo dell'identit dello stile e dell'ispirazione di Victor Hugo, appigliandosi alla disperata ipotesi delle "coincidenze fortuite", laddove se si considera il caso stesso in unione agli altri sopra riferiti, e si comparano i tre testi con il testo Victorhughiano, allora le ipotesi del "subcosciente" e delle "fortuite coincidenze" divengono insostenibili e debbono escludersi, mentre al criterio dell'indagatore s'impone con efficacia risolutiva l'unica ipotesi capace di dare ragione del complesso dei fatti, secondo la quale nelle opere del genio intervengono sovente ispirazioni dall'oltretomba; ipotesi che questa volta il triplice caso qui considerato convalida sulla base dei fatti, in una forma complessa difficilmente uguagliabile.
...
Dalle conclusioni d'ordine particolare riguardanti i tre ultimi casi citati, passando a quelle d'ordine generale riferentisi alla presente rassegna di opere letterarie conseguite medianicamente, cade opportuno di far rilevare che nell'enumerare i primi casi, quali quelli di Mrs. Beecher Stowe, di Francesco Scaramuzza e del romanziere Carlo Dickens, io esposi obbiettivamente, per ciascuno dei casi stessi, il pro ed il contro circa la loro presumibile origine supernormale, e memore della regola in voga in ambiente scientifico, secondo la quale ogni qual volta le risultanze dell'analisi comparata e della convergenza delle prove si bilancino al punto da non permettere una conclusione risolutiva in favore di una delle ipotesi in discussione, in tal caso, ove anche le risultanze stesse pendessero cumulativamente in favore di un'ipotesi nuova non ancora accolta in ambiente scientifico, si dovr senza esitare attenersi a un'altra ipotesi qualsiasi scientificamente convalidata, in attesa dell'accumularsi di altri fatti i quali autorizzino ad accogliere l'ipotesi nuova. E conformemente, io dichiarai di non volermi discostare dalla soluzione meno lata, e cio, quella secondo la quale i misteriosi poteri artistici della subcoscienza bastavano a darne ragione.
Senonch, come si  visto, i casi a mia disposizione si andarono facendo di pi in pi favorevoli a una ipotesi non ancora scientificamente riconosciuta quella secondo la quale nella produzione medianica delle opere di "Letteratura supernormale" qui considerate, si assisteva all'intervento d'intelligenze estrinseche ai mediums ed ai presenti; fino a che si pervenne a manifestazioni prodigiose al punto da eliminare qualsiasi perplessit sul fatto che l'ipotesi del subcosciente, con tutte le sue propaggini della "criptomnesia", della "telepatia", della "telemnesia", e dei suoi poteri d'improvvisazione letteraria, diveniva insostenibile ed assurda.
Cos dicasi per il caso di Oscar Wilde, con la commedia da lui dettata a titolo d'identificazione; per il caso di Patience Worth, coi poemi in lingua inglese arcaica, da lei dettati, sempre a scopo di meglio identificare se stessa; per il caso dei cinque volumi di "Cronache Sacre" dettate a Miss Cummins, volumi pieni di ragguagli storici, geografici, topografici, linguistici, biblici, ignorati da tutti i viventi e riscontrati veridici in base alle indagini di specialisti all'uopo interpellati; e infine pei tre casi straordinari che convergono intorno alla grande figura di Victor Hugo, i quali, oltre ad escludere, insieme agli altri, qualsiasi ipotesi naturalistica, imponendo di far capo all'ipotesi spiritica, e in conseguenza, alla esistenza di una "Letteratura d'Oltretomba", dimostravano altres che le ispirazioni del genio avevano ben sovente origine trascendentale.
Quest'ultima conclusione sull'origine spirituale di molte ispirazioni del genio sotto tutte le forme: letterarie, scientifiche, inventive,  tutt'altro che nuova in ambiente medianico, giacch fu questo uno dei primi ammaestramenti impartiti dalle pi elevate personalit spirituali comunicanti medianicamente, a cominciare da "Imperator" del Moses e dallo "Stafford" della D'Esperance, per finire alle recentissime manifestazioni del defunto Federico Myers (nel libro di Miss Cummins: "The Road to Immortality"); del defunto Sir Arthur Conan Doyle (nel libro di Ivan Cook: "Thy Kingdom Come"), e del defunto grande psicologo William James (nel libro di Jane Revere Burke: "Let Us In"). Nondimeno, e per quanto nella maggioranza dei casi si trattasse di defunti i quali avevano provato ad esuberanza la loro identit personale, tali affermazioni risultando per loro natura indimostrabili, lasciavano nell'incertezza, tanto pi che ci si trovava in presenza di una rivelazione non troppo lusinghiera per l'amor proprio degli scrittori ed inventori di questo basso mondo. In pari tempo si sarebbe detto che dovesse risultare per sempre impossibile di ottenere in proposito una buona prova sulla base dei fatti. Ed ecco, invece, che la prova ci venne fornita in triplice forma, ed a proposito di uno tra i massimi gen poetici dei nostri tempi. Ne deriva che questa volta si  forzati ad ammettere per dimostrato ci che dai primordi del movimento spiritualista affermarono concordemente le personalit spirituali elevate comunicanti medianicamente.
Conclusioni codeste a tal segno contrarie a ci che se ne pensa in ambiente scientifico, che passer del tempo, e forse molto tempo, prima che vengano accolte. Ma ci non importa: cos avvenne sempre: il misoneismo umano ha sempre combattuto e ostacolato in ogni modo l'avvento delle idee nuove; e ci, si noti bene,  quanto deve essere se si vuole che il progresso umano proceda avanti regolarmente, senza scosse e senza crisi morali e materiali socialmente pericolose. Innovatori e conservatori sono entrambi necessari per mantenere l'indispensabile equilibrio nel movimento ascensionale dell'intelligenza umana. Il che equivale a dire che il "misoneismo" di tanta parte dell'umanit pensante non ha mai impedito alla Verit di trionfare a suo tempo. Imped sempre alla Verit di emergere prima del tempo; e ci  un bene. Cos avverr per la serie imponente delle manifestazioni supernormali indagate dalla "metapsichica", delle quali forma parte integrante la sezione qui considerata della "Letteratura.d'Oltretomba"; e per quanto si tratti di una sezione minuscola in rapporto al vastissimo campo ignorato del supernormale, nondimeno converge a sua volta, in unione alle altre sezioni, verso la dimostrazione sperimentale dell'esistenza e sopravvivenza dello spirito umano.
Il che vale ad ammonire coloro tra i cultori d'indagini psichiche i quali dimenticano troppo facilmente che la sopravvivenza umana pu dimostrarsi sperimentalmente anche all'infuori dei casi di identificazione spiritica fondati sui ragguagli personali forniti dai defunti comunicanti; circostanza quest'ultima rivestente un altissimo valore teorico, il quale risulta di attualit, in quanto si elevarono recentemente voci di eminenti ed autorevoli metapsichicisti in perfetta buona fede, i quali richiamarono l'attenzione dei competenti sul valore teorico di vecchie ipotesi metafisiche, che sono poi quelle dell'esistenza presumibile di una "memoria cosmica", con l'altra affine, ma letteralmente fantastica, dell'esistenza di un serbatoio cosmico delle memorie individuali; ipotesi proposte a spiegazione dei casi d'identificazione spiritica propriamente detta, e che trassero gli autorevoli personaggi in discorso a concluderne malinconicamente che le probabilit di pervenire un giorno ad ottenere una prova scientificamente adeguata all'esistenza e sopravvivenza dello spirito umano diminuivano di giorno in giorno in conseguenza di siffatte ipotesi, che per quanto puramente metafisiche, non si potevano escludere, e in conseguenza neutralizzavano per sempre l'efficacia dei casi d'identificazione spiritica, in quanto sono fondati sui ragguagli personali forniti dai defunti comunicanti.
Non essendo questo il momento d'iniziare una discussione a fondo su tali presunte obbiezioni insormontabili, ricordo che ad esse allusi in precedenza, confutandole in brevi paragrafi, mentre recentemente furono da me demolite e sgominate per sempre in un libro intitolato: Animismo o Spiritismo? Mi limito pertanto ad osservare con meraviglia che gli eminenti metapsichicisti i quali si espressero nei termini esposti, diedero prova di essersi dimenticati che la dimostrazione scientifica dell'esistenza e sopravvivenza dello spirito umano, non dipende affatto da un'unica prova ricavabile dai ragguagli personali che i defunti forniscono medianicamente ai viventi, bens dalla circostanza imponente delle manifestazioni supernormali - Animiche e Spiritiche - e quali concorrono in massa a fornire prove in tal senso; vale a dire che tutte convergono come a centro verso la dimostrazione dell'esistenza nell'uomo di uno spirito indipendente dal corpo, organizzatore del corpo, sopravvivente alla morte del corpo; mentre tali prove risultano assolutamente estranee ai casi d'identificazione spiritica incriminati dagli oppositori; e in conseguenza, esse convalidano indirettamente i casi stessi, conferendo loro una stabilit scientifica che, in linea di massima, pu considerarsi incrollabile.
Come gi si disse, una di tali prove emerge dai casi qui considerati della "Letteratura d'Oltretomba", in base ai quali si  tratti a far capo all'ipotesi dell'esistenza e sopravvivenza dello spirito umano pel tramite di manifestazioni che non sono prove d'identificazione spiritica.
Un'altra di tali prove, addirittura fondamentale per la convalidazione scientifica dell'ipotesi in esame, consiste nel fatto dell'esistenza latente, nei recessi della subcoscienza umana, di facolt di senso supernormali, emancipate dai vincoli dello spazio e del tempo, indipendenti dalla legge di evoluzione biologica (indizio quest'ultimo che non sono il prodotto dell'evoluzione biologica), inoperose ed inutili durante l'esistenza terrena, e ci in quanto risultano inconciliabili con le condizioni in cui si estrinseca la esistenza incarnata ( chiaro, infatti, che se la chiaroveggenza nel futuro divenisse normale, paralizzerebbe ogni iniziativa umana); tutte circostanze di fatto teoricamente importantissime, in quanto dimostrano che le facolt supernormali subcoscienti non possono spiegarsi presupponendo che rappresentino un "sesto senso in gestazione" (Richet). Si aggiunga a tal riguardo che sebbene le circostanze in discorso bastino da sole ad eliminare definitivamente tale gratuita ipotesi, nondimeno  facile rilevare altre circostanze di fatto ugualmente risolutive in tal senso, quali, ad esempio, l'osservazione che le facolt supernormali subcoscienti si estrinsecano utilizzando i sensi esistenti: visione, audizione, tatto, ci che dimostra che non possono risultare per s stesse un "senso biologico in gestazione"; e l'altra osservazione che in luogo di determinarsi per appercezione diretta, vale a dire dalla periferia al cervello, come dovrebbe avvenire di qualsiasi senso biologico, passato, presente e futuro, esse si determinano per appercezione inversa, vale a dire dal cervello alla periferia, sotto forma di visioni e audizioni subbiettive proiettate all'esterno, e quasi sempre proiettate in forma pi o meno simbolica; ci che dimostra ulteriormente che non potrebbe trattarsi di un "sesto senso" in gestazione, visto che i sensi biologici dovrebbero automaticamente percepire la realt quale ad essi si manifesta, e non gi tradurla intelligentemente in simbolismi astrusi che, per soprappi, nel caso nostro assumono talvolta un significato molto elaborato, di cui si scoprono chiaramente gli scopi, ma solo ad evento compiuto. Noto, infine, come tali facolt emergano a sprazzi fugaci solo in periodi di menomazione vitale negli individui (sonno, deliquio, estasi, ipnosi, narcosi, coma), altra circostanza inconciliabile con l'ipotesi del "sesto senso", ma che invece  in perfetto accordo con l'ipotesi spiritualista, in quanto induce logicamente a inferirne che quando la crisi della morte avr liberato le facolt supernormali dalla cattivit della carne, allora soltanto potranno esercitarsi in piena efficienza in ambiente loro appropriato.
In altre parole: tutto concorre a dimostrare che le facolt supernormali in discorso, risultano i sensi spirituali dell'uomo i quali esistono preformati, allo stato latente, nei recessi della subcoscienza, in attesa di emergere e di esercitarsi in ambiente spirituale, dopo la crisi della morte; cos come i sensi biologici esistono preformati, allo stato latente, nell'embrione, in attesa di emergere e di esercitarsi in ambiente terreno, dopo la crisi della nascita; o cos come nella crisalide del bruco esistono preformate, allo stato latente, le ali, in attesa di emergere e di esercitarsi in ambiente appropriato, dopo la crisi di sviluppo che trasformer il bruco in farfalla.
Una terza prova del genere altrettanto importante e suggestiva,  quella ricavabile dai fenomeni di "bilocazione" nel sonno naturale, nel sonno provocato, nella narcosi, nel coma, o quali si conseguono sperimentalmente, o sono visualizzati dai "sensitivi" al capezzale dei morenti. Noto che queste ultime manifestazioni al letto di morte - teoricamente importantissime, - sono qualche volta osservate collettivamente, o successivamente da parecchie persone, e furono due volte fotografate. Niun dubbio pertanto sul fatto che le svariate modalit con cui si estrinsecano i fenomeni di "bilocazione" concorrono a fornire la prova sperimentale risolutiva sulla reale esistenza di un "corpo spirituale" separabile dal "corpo carnale", con le conseguenze teoriche che ne derivano.
Conseguenze teoriche le quali sono, a loro volta, mirabilmente convalidate da una quarta prova emergente dagli episodi delle "Apparizioni dei defunti al letto di morte", episodi che si estrinsecano con tali multiformi modalit, da escludere in modo risolutivo le ipotesi allucinatoria e telepatica; come quando i fantasmi dei defunti sono visualizzati collettivamente, o successivamente, dai presenti e dai nuovi arrivati; o come quando i presenti sono i primi a scorgere il fantasma del defunto, che viene in seguito percepito dal morente, ma solo quando gli accade di volgere lo sguardo in quel punto; e sopratutto, come quando il morente e il percipiente sono bimbi in tenera et, quindi non suscettibili di autosuggestionarsi fino ad allucinarsi per paura della morte: essi che ignorano la morte.
Altrettanto dicasi per le prove emergenti da una quinta prova consistente nei casi delle "Apparizioni di defunti dopo trascorso qualche tempo dalla loro morte", casi che quando sono visualizzati collettivamente o successivamente da varie persone, in guisa da eliminare le solite ipotesi allucinatoria e telepatica, risultano una delle prove pi importanti e incontestabili in favore della sopravvivenza.
Cos dicasi ancora per una sesta prova emergente dalle esperienze delle "corrispondenze incrociate", le quali si elevarono odiernamente a un altissimo valore teorico in senso spiritico, e ci in virt dei mirabili risultati ottenuti dal dottor Crandon a Boston, con la medianit della propria consorte Mrs. Margery, e con tre gruppi simultanei di sperimentatori lontani tra di loro centinaia di miglia, i quali corrispondevano tra di loro pel tramite di "spiriti messaggeri", tra i quali lo spirito di un cinese il quale rendeva tradotti in cinese i "motti proverbiali" a lui conferiti in inglese. Altrettanto notevoli, da un punto di vista diverso, risultano le mirabili esperienze del genere conseguite da Mr. Frederick James Crawley a Newcastle, e dalla medium Osborne Leonard a Londra.
Infine, osservo che numerose altre categorie di manifestazioni supernormali - le quali furono dallo scrivente illustrate in apposite monografie(3) - forniscono ottime prove del genere qui considerato; ma non  possibile dimostrarne efficacemente l'importanza teorica senza ricorrere ad esempi. Cos dicasi per taluni episodi di fantasmi materializzati viventi e parlanti, talvolta parlanti e scriventi in lingue ignorate da tutti i presenti (D'Esperance, Kluski); cos dicasi per talune variet di "fotografie trascendentali" in cui si tratta di defunti sconosciuti a tutti i presenti, ma che si pervennero a identificare, o che fornirono essi medesimi i dati per la loro identificazione; cos dicasi per talune meravigliose manifestazioni di "musica trascendentale" al letto di morte e dopo morte; o per talune estrinsecazioni importanti di fenomeni d'infestazione, con fantasmi sconosciuti ai percipienti e identificati in base ad antichi ritratti; o per un gruppo di casi testificanti la realt dei fenomeni di "ossessione" e "possessione", in cui gli spiriti ossessionanti sono scorti dai mediums, e in seguito identificati da chi li aveva conosciuti in vita; o per taluni gruppi di premonizioni ed auto-premonizioni di morte accidentale adombrate in simboli che risultano impenetrabili fino ad evento compiuto, e ci palesemente onde impedire alla vittima di sottrarsi al destino che l'attende.
Insomma, vorrei che si comprendesse che quando si discute intorno alla validit o meno dell'ipotesi spiritica, non dovrebbe dimenticarsi mai che tale validit non poggia unicamente sui casi d'identificazione spiritica fondati sui ragguagli personali forniti dai defunti comunicanti, ma risulta incrollabilmente stabilita sopra un fascio di prove, ricavate dal complesso intero delle manifestazioni supernormali - Animiche e Spiritiche. Ripeto che quest'ultima verit appare indiscutibile, nonch teoricamente risolutiva; ma, in pari tempo, rilevo ch'essa  costantemente dimenticata dagli oppositori dell'ipotesi spiritica, nonch ben sovente anche dagli stessi suoi propugnatori, i quali rimangono qualche volta imbarazzati e perplessi di fronte alle obbiezioni avversarie, precisamente in causa della circostanza ch'essi, a loro volta, dimenticano che l'ipotesi spiritica risulta incrollabilmente fondata sopra una moltitudine di prove sperimentali e spontanee, non gi sopra una prova sola, e che basta considerare cumulativamente tali prove, per convincersi dell'impossibilit logica d'intaccarne in minima guisa la compagine.
Vivano pertanto i loro giorni tranquilli le anime trepidanti che ad ogni stormir di fronda paventano l'imminenza di una catastrofe per la Verit che loro  cara. Si persuadano costoro che non  razionalmente lecito accampare anche il pi timido dubbio sulla stabilit delle basi su cui poggia l'ipotesi spiritica; e se, malgrado ci, l'ipotesi spiritica annovera ancora oppositori tra le schiere dei competenti nelle discipline metapsichiche, ci  dovuto esclusivamente al fatto che all'intelletto umano riesce sommamente arduo il mantenere simultaneamente presenti dinanzi al criterio della ragione tutti i dati che costituiscono ogni complesso problema da risolvere, determinandosi in tal guisa il perpetuo avvicendarsi e aggrovigliarsi delle conclusioni sbagliate, in quanto sono fondate sopra una parzialissima sintesi dei fatti.
Riconosco nondimeno che l'inconveniente lamentato, in quanto deriva da un'imperfezione congenita dell'intelletto umano, assume valore di una legge biologico-psichica; e cos essendo, a noi non rimane che inchinarci dinanzi ai decreti della provvidenza, in base ai quali dovrebbe inferirsene che in linea di massima, il brancicare nell'errore, e il procedere sulla via della Verit incespicando ad ogni passo, ma spronati sempre avanti dall'aculeo del Dubbio filosofico, siano fattori indispensabili all'individuazione e all'elevazione della personalit spirituale umana.
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FINE.
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Note al testo.
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(1) The Case of Patience Worth, a critical study of certain unusual phenomena, by Walter Franklin Prince, Ph.D. - Pubblicato dalla "Boston Society for Psychical Research", Boston, 1927, pagg. 509. (G. D. B.)
(2) Non sar inutile ricordare che "Androcles", schiavo romano, condannato ad essere sbranato dalle belve nell'arena del Colosseo, vide lanciarsi su di lui un leone affamato, che improvvisamente si arrest,prendendo invece a leccargli amorosamente le mani. Androcles aveva tolto da una zampa di quel leone una spina che lo faceva soffrire. Il leone riconobbe l'uomo, e generosamente lo contraccambi rifiutandosi di sbranarlo.
Victor Hugo termina la poesia dedicata al "Leone di Androcles" Con questi versi sferzanti la ferocia di Roma Neroniana:
"Tu vins dans la cit tonte plein de crimes,
Tu frissonnas devant tant d'ombre et tant d'abmes;
Ton oeil fit, sur ce monde horrible et chti,
Flamboyer tout  coup l'amour et la piti;
Pensif, tu secouas ta crinire sur Rome;
et, l'homme tant le monstre,  lion, tu fus l'homme".
(3) Sono stati finora pubblicati i seguenti libri dalla Casa Editrice Europa, Verona: Popoli primitivi e manifestazioni supernormali, Dei fenomeni di Telestesia, Musica trascendentale, Da mente a mente, I morti ritornano. Altre opere di Bozzano saranno pubblicate entro il 1947. (G. D. B.)
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FINE.